Sino ad ora il mio contributo al cinema è zero a meno che vender soggetti sia giudicata attività cinematografica. 
[…] sono sempre troppo avanti rispetto alle esigenze della nostra mediocre produzione
[…] e sono sempre […] indietro rispetto a ciò che dovrei fare veramente secondo le mie possibilità
.
(C. Zavattini, Lettera ad Alessandro Minardi, Roma, novembre 1940)

Scrittore prolifico, teorico incompiuto, recalcitrante intellettuale. Cesare Zavattini ha rappresentato una delle menti più fervide del Novecento italiano. Pensatore costantemente in divenire, ma perennemente insoddisfatto della limitatezza della portata intellettuale e ricettiva del testo letterario – sempre aperto all’esplorazione di nuovi ambiti che permettessero di dar forma a un pensiero più incisivo (e senza compromessi) rivolto al progresso umano e culturale – è senza dubbio con la scrittura per il cinema che Za ha lasciato il suo segno indelebile nella storia del nostro Paese, contribuendo sensibilmente col suo lavoro alla ridefinizione delle forme e dei discorsi del cinema italiano nel dopoguerra.

Convinto che il suo lavoro migliore sia quello non realizzato, poiché contenente in nuce il potenziale per trascendere il suo stesso discorso intellettuale e la propria progettualità, «Zavattini va sempre al di là delle sue teorizzazioni proprio in quanto è troppo vitale per restare arginato dentro gli schemi, sia pure da lui stesso costruiti» (Campari 1979, p. 27). L’intelletto vulcanico ed entusiasta dello scrittore luzzarese, in cui «[l]e idee camminano così velocemente […] che spesso egli non riesce a realizzarle» (Gambetti 1986, p. 278), è condannato però a spendere ore invano ad alimentare fantasie dal potenziale inespresso, rimaste per differenti ragioni cristallizzate in stato embrionale. È dunque appropriato che il primo volume (2023) dell’Edizione Nazionale dedicata a Cesare Zavattini edita da Marsilio ospitasse una scelta di testi dalla vastissima collezione dei suoi soggetti mai realizzati, testimonianza della febbrile attività della mente dell’intellettuale novecentesco e dell’impossibilità di trovare un punto di arrivo definitivo nel suo pensiero critico e teorico.

Il secondo tomo di questa serie di pubblicazioni, a cura di Nicola Dusi e Livio Lepratto, presenta questa volta una ponderata selezione di soggetti, trattamenti e sceneggiature nati dalla penna di “Za” che hanno effettivamente visto la luce sul grande schermo.Principalmente ricordato per l’impegno (teorico e professionale) profuso nella stagione neorealista, da cui sono scaturite opere di raro spessore umano, antropologico e culturale, Zavattini, la cui professione di scrittore non è mai stata univoca – essendo stato egli un autore proteiforme incline a muoversi e sperimentare continuamente diverse tipologie di produzione letteraria –, anche nel cinema è stato molto più che “lo sceneggiatore di De Sica” o “il teorico del neorealismo”. «Proprio quest’immagine ricorrente ha imprigionato a lungo Za in una definizione tanto riduttiva quanto fuorviante, restringendone la portata entro una particolare e limitata stagione» (Barbolini 2025, p. 165). L’attività cinematografica dell’autore si spande invece per quasi cinquant’anni, «anche aprendosi alla leggerezza ironica e piccante del neorealismo rosa e della commedia all’italiana» (Dusi, Lepratto 2025p. XLI) e il volume in questione si incarica proprio di proporre quarantasei soggetti che attraversano tutta la carriera di Zavattini e differenti fasi del cinema italiano, dai “telefoni bianchi”, alla commedia all’italiana fino al cruciale film televisivo La veritàaaa (1982).

Il minuzioso lavoro filologico realizzato dagli autori che hanno preso parte a questo imponente progetto grazie ai materiali presenti prevalentemente nell’Archivio Cesare Zavattini della Biblioteca Panizzi di Reggio Emilia rende conto delle variazioni e le numerose idee che hanno concorso all’evoluzione dei film – al loro stato letterario – prese in considerazione, enfatizzando la molteplicità e la natura composita del processo di scrittura dello sceneggiatore (sempre in continua evoluzione come le sue concezioni teoriche), «sposa[ndo] l’idea che non ci sia un solo Urtext da studiare, bensì un insieme di scritture in divenire» (ivi, p. XXI).

Una pubblicazione incaricata di abbracciare tutta la carriera cinematografica di Cesare Zavattini – non nell’integralità della sua produzione, ma in tutta l’ampiezza dell’arco cronologico della sua attività – espone inoltre inevitabilmente (e aggiungeremmo “doverosamente”) le grandi contraddizioni che hanno caratterizzato il suo lavoro, prima fra tutte l’irrisolto conflitto interiore tra «un cinema di impegno e ricerca e una cinematografia di mestiere» (ivi, p. XXXVII) che ha tormentato lo scrittore per tutta la vita. Quella che Zavattini considera la funzione che il cinema è incaricato di svolgere nell’immediato dopoguerra ha implicazioni teoriche ed etiche che per lui dovrebbero essere alla base della produzione cinematografica, ma che si scontrano con la realtà di una componente industriale che non può prescindere dalla dipendenza dalla quantità di pubblico in sala e dalle necessità di sostentamento economico dello scrittore stesso. Dunque, a fianco dei grandi capolavori realizzati in coppia con De Sica che hanno definito il cinema neorealista, il volume propone opere come Bionda sotto chiave (1939) e Amore e chiacchiere (1958), sempre corredate di puntuali note filologiche e storico-critiche.

La sintesi delle contraddizioni inscindibilmente legate alla sua carriera è in fondo ciò che sta alla base delle creazioni dello scrittore, una «schizofrenia florida» (Barbolini 2025, p. 165) che trova proprio nella «continua alternanza e sovrapposizione tra il quotidiano e il meraviglioso» (Dusi, Lepratto 2025p. XXXII) il nucleo di una produttività senza eguali:

Il conflitto di fondo, in Zavattini, è originato dalle due molle che urgono dentro di lui, un’intelligenza ricca di fermenti fantastici e l’osservazione scrupolosa su cui essi sono basati, con un animo fortemente attaccato al concreto […] Fantasia e realtà – realtà o fantasia –: è questo il punto cruciale della personalità e […] della poetica di Zavattini. I due termini sono in lui indissolubili (Gambetti 1986, p. 47)

La grande opportunità che questo volume offre al lettore è quella di prendere visione e quasi esperire la concezione di cinema di Zavattini. Nonostante la fecondità della sua penna e il vigore con cui si spendeva nella concezione di storie per il cinematografo, infatti, egli non ha mai nascosto lo sdegno per la fase produttiva di “conversione” dalle parole redatte sulla pagina scritta alle immagini impresse su pellicola, responsabile di una sostanziale perdita dei valori e delle intenzioni ontologiche contenuti nelle sue sceneggiature. “Za” riconosce una discrepanza connaturata al processo di messa in scena del film che marca una irrisolvibile distinzione tra il testo filmico scritto e quello visivo. «Lo scarto non è solo tra il soggetto e il film, tra il discorso letterario e quello cinematografico, ma interessa invece l’investimento emozionale e fantastico di cui la mente utopica e quasi preveggente del nostro connotava la realtà e i processi estetici ed espressivi» (De Santi 2002, p. 202). In tale fase, infatti, il “passaggio di incarichi creativi” tra sceneggiatore e regista fa necessariamente sì che le competenze tecniche e la sensibilità di quest’ultimo entrino pervasivamente in gioco nella realizzazione del film, finendo per rendere “sua” la vicenda messa a disposizione dagli sceneggiatori.

Zavattini vive un perenne senso di insoddisfazione in relazione al cinema, poiché ciò che raggiunge il pubblico non è mai esattamente quello che aveva concepito. Scrivere una sceneggiatura è sostanzialmente un processo allo stesso tempo generativo e luttuoso, destinato a concludersi costantemente e irrimediabilmente con la perdita di un’identità del film formatasi durante la gestazione nella mente e sulle pagine dello scrittore. Questa raccolta di soggetti e trattamenti ha il raro merito di riportare in vita una cruciale porzione del lavoro e della carriera di Zavattini, permettendo a un pubblico non necessariamente specialistico di prendere visione di ciò che è andato lost in translation nel passaggio dalla pagina scritta alla pellicola e ritrovare l’autenticità dello spirito e degli intenti zavattiniani. Come precisa appropriatamente Stefania Parigi nella premessa al testo, l’impostazione cinematografica delle descrizioni, accurate nei dettagli “scenici” e già provviste di accorgimenti “tecnici”, rendono i soggetti quasi delle sceneggiature (Parigi 2025, p. XIII), come se nella mente dell’autore l’atto di concezione e scrittura del film coincidessero con quello della ripresa. Leggere questi (ben più che) soggetti è la cosa più vicina a vedere dei film diretti da Zavattini stesso.

Alla luce di questo lavoro editoriale, dunque, la cruciale sovrapposizione tra scritto e “messo in scena” che ha definito almeno gli intenti teorici e ontologici di uno degli sceneggiatori più rilevanti del cinema italiano pare emergere come possibile progenie di quell’assenza di separazione tra quotidiano e fantastico alla base di tutta l’opera dello scrittore luzzarese, spingendoci un passo più vicini alla comprensione delle sue intenzioni creative primigenie.

Riferimenti bibliografici
P. Buzzo, O. Iemma, De Sica & Zavattini. Parliamo tanto di noi, Editori riuniti, Roma 1997.
S. Cirillo (a cura di), Zavattini parla di Zavattini, Bulzoni Editore, Roma, 2003.
G. Conti, (a cura di), Zavattini. A-Z, Electa, Milano 2025.
G. De Santi, Ritratto di Zavattini scrittore, Aliberti editore, Reggio Emilia 2002.
G. Gambetti, Zavattini. Mago e tecnico, Ente dello Spettacolo, Roma 1986.
C. Zavattini, Diario cinematografico, Bompiani, Milano 1979.
C. Zavattini, Soggetti cinematografici mai realizzati, a cura di N. Dusi, M. Salvador, Marsilio, Venezia 2023.
“Cinema e cinema”, n. 20, a. 6, luglio-settembre 1979.

Cesare Zavattini, Soggetti, trattamenti e sceneggiature realizzati per il cinema, a cura di Nicola Dusi e Livio Lepratto, Marsilio, Venezia 2025.

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