Scritti sulla riproduzione. Dal salario al lavoro domestico alle “insorgenze femministe”, curato da Anna Curcio e pubblicato in Italia dalla casa editrice Ombre Corte nell’ottobre 2025, raccoglie testi di Silvia Federici che attraversano circa sei decenni, dagli anni Settanta fino alla contemporaneità. L’antologia traccia genealogicamente il pensiero di Federici, restituendone la vitalità teorica e mappandone le trasformazioni, le quali, a loro volta, si confrontano in maniera critica con le dense ristrutturazioni sociali e politiche globali. L’introduzione della curatrice apre la raccolta di questi undici saggi che – in modo strutturalmente coerente – articolano un itinerario teorico denso: dalla rivendicazione del salario al lavoro domestico alla critica al debito pubblico, il punto di intersezione è la riproduzione, nonché «Il centro del femminismo materialista di Silvia Federici» (Federici 2025, p. 9).
L’analisi di Federici muove dalla teoria marxiana, rendendo visibile ciò che Marx non aveva riconosciuto: il lavoro domestico, non retribuito e “naturalizzato”. Il rapporto salariale e la produzione di merci non sono gli unici processi funzionali al capitale: una grande quantità di lavoro gratuito viene svolto quotidianamente – assicurando al capitale le condizioni materiali della produzione di valore e di estrazione di plusvalore – rimanendo però invisibile, infatti «non è un caso, dunque, che mentre si ritiene che il capitalismo si basi sul lavoro salariato, più di metà della popolazione mondiale sia senza salario» (ivi, p. 45). Il lavoro domestico è stato trasformato «in un attributo naturale e non riconosciuto come contratto sociale, perché era destinato a non essere retribuito» (ivi, p. 18), assumendo la forma di una sfera di competenza prettamente femminile, in quanto le donne sono state ritenute “naturalmente” predisposte ai compiti domestici e di cura. La “doppia giornata lavorativa” è rimasta ben nascosta dietro l’“inchiodamento” delle donne nei ruoli di cura. Un secondo lavoro – quello retribuito – non solo non le ha esonerate dal primo, ma ne ha intensificato il carico in forme differenti (ivi, p. 23), attraverso vari processi di femminilizzazione e precarizzazione del lavoro salariato.
La costruzione della “casalinga a tempo pieno” (Federici, 2020) ha operato in maniera strategica: «negando un salario al lavoro domestico e trasformando questo lavoro in un atto d’amore, il capitale ha preso due piccioni con una fava» (Federici, 2025, p. 19). Il lavoro domestico si configura infatti come un presupposto fondamentale dello sviluppo capitalistico poiché, pur essendo tradizionalmente collocato al di fuori della sfera della produzione di valore, esso produce quotidianamente la forza-lavoro: «il capitale ha creato la casalinga per servire fisicamente, emotivamente e sessualmente il lavoratore maschio» (ivi, p. 19).
Queste riflessioni confluiscono, nella prima metà degli anni Settanta, nel percorso tracciato dalla campagna internazionale Wages for Housework, all’interno della quale l’analisi di Federici si intreccia a quella di Selma James e Mariarosa Dalla Costa, delineando il cosiddetto “femminismo marxista della rottura” (Curcio 2019), risultato politico-teorico dell’incontro tra marxismo e femminismo, nonché – appunto – della loro rottura. La rivendicazione di un salario per il lavoro domestico per loro si configura sin da subito come la volontà di ristrutturare i rapporti capitalistici, non di sottostarvi:
Il salario al lavoro domestico è, dunque, una richiesta rivoluzionaria non perché di per sé distrugge il capitale, ma perché attacca il capitale e lo costringe a ristrutturare i rapporti sociali in termini più favorevoli a noi e quindi più favorevoli all’unità della classe. Chiedere il salario per il lavoro domestico non significa dire che se ci pagano continueremo a farlo. Significa esattamente il contrario. Dire che vogliamo salario per il lavoro domestico è il primo passo per rifiutarlo, perché la richiesta di salario rende visibile il nostro lavoro. (Federici 2025, pp. 21-22)
La demistificazione dell’amore è stata uno dei meccanismi più efficaci per rendere ancor più desiderabile il mantenimento di questo stato costante di sfruttamento all’interno delle mura domestiche: lo slogan “il personale è politico”, negli anni Settanta, ha fornito i primi strumenti per leggere i rapporti romantici come i luoghi privilegiati di perpetuazione di violenze. Il dolore e la stanchezza ci hanno impedito per millenni di vedere «dove il nostro lavoro finisce e cominciano i nostri desideri» e di riconoscere lo sfruttamento che avveniva sia dentro la casa sia fuori, così come il controllo costante sui nostri corpi, la cui libertà è sempre in gioco e mai nostra: «Liberata o repressa, la nostra sessualità è ancora sotto controllo» (ivi, p. 31). Il monitoraggio continuo su quanto possiamo far sesso e quanto possiamo godere – perché ci è stato insegnato a mantenere «alto il prezzo» (ivi, p. 33) – dimostra che i nostri desideri sono sempre terreno di negoziazioni faticose e difficili.
Dopo i primi quattro saggi, scritti negli anni Settanta e strettamente legati alla campagna del salario al lavoro domestico, la raccolta curata da Curcio prosegue con tre testi degli anni Ottanta e Novanta. Va notato che la maggior parte dei saggi, sia quelli dei Settanta sia questi ultimi, era già stata pubblicata in italiano ne Il punto zero della rivoluzione. Se è vero che «questo lavoro rimane invisibile solo finché c’è qualcuno che lo fa» (ivi, p. 64), le rivendicazioni per il salario al lavoro domestico a partire dagli anni Settanta hanno messo in crisi il vincolo tra salario familiare e lavoro domestico, così come la relazione tra il lavoratore maschio e la donna che lavora gratuitamente in casa. Dalle welfare mothers all’aumento della partecipazione femminile al lavoro salariato, fino ai vari processi di riduzione, ridistribuzione e socializzazione del lavoro domestico, ciò che emerge in questi anni è senza dubbio la messa in crisi della divisione del lavoro sulla base del genere.
È solo attraverso un’attenzione alle condizioni materiali di esistenza delle donne che diventa possibile riconoscere la riproduzione come una responsabilità sociale, mostrando come il lavoro salariato, lungi dal costituire di per sé una forma di liberazione, finisca spesso per intensificare ancora di più lo sfruttamento già vissuto nell’ambiente domestico. Ne consegue che è l’intero sistema economico a dover essere messo definitivamente in questione, in controtendenza rispetto ai molteplici tentativi di depoliticizzazione del movimento femminista e di neutralizzazione delle sue istanze, come quelli promossi dalle Nazioni Unite a partire dagli anni Ottanta, che non esitano a inscrivere la liberazione della donne nell’agenda neoliberista.
Così come emerge nei due saggi ancora successivi, la riflessione avviata da Federici negli anni Settanta sul salario per il lavoro domestico si trasforma alla luce della ristrutturazione della riproduzione nell’economia globale e delle conseguenze della globalizzazione economica. I processi di espropriazione nel cosiddetto “Sud Globale” e la svalorizzazione su scala transnazionale del lavoro riproduttivo costituiscono alcuni degli esiti di questi meccanismi di ristrutturazione del capitale, attraverso cui il capitale stesso genera «una crisi permanente della riproduzione» (ivi, p. 122).
Quello di cui necessitiamo è una lotta collettiva sulla riproduzione, che reclami il controllo sulle sue condizioni materiali e crei forme di lavoro riproduttivo più cooperative e meno soggette alla logica del mercato. Questa non è un’utopia ma un processo già in atto in molte parti del mondo. (ivi, p. 130)
In questo senso, l’approccio femminista di Federici alla politica dei commons risulta centrale: la cooperazione per la creazione di “beni comuni” si configura come una forma di resistenza oggi più urgente che mai, in grado di intrecciare la vita quotidiana del singolo con il resto del mondo. La ricerca di nuove forme collettive di sostegno e di esistenza non è altro che il tentativo di ricostruire le nostre vite a dispetto delle logiche espropriatrici del capitale. I processi di riappropriazione delle terre da parte delle donne in Africa e i vari sistemi di credito auto-organizzati sorti nel Sud Globale rappresentano il sintomo di una trasformazione radicale in atto a livello transnazionale, che conduce anche a interrogare la “casa” come nuovo «centro della vita collettiva» (ivi, p. 145).
Gli ultimi due saggi della raccolta offrono infine una lucida analisi sul rapporto tra donne e “debito”. I processi di precarizzazione sistemica spingono le donne a rivolgersi sempre più frequentemente alle banche, generando condizioni di profonda vulnerabilità e forme di violenza economica, come nel caso del “microcredito”. Lo sfruttamento del lavoro domestico e la dipendenza dal marito salariato vengono così sostituiti – senza però annullarsi – da nuove forme di sfruttamento, legate a molteplici lavori salariati sottopagati, necessari per ripagare il debito. Lo slogan “ci vogliamo vive e senza debiti” urlato in Argentina nelle piazze femministe ci ricorda che anche l’indebitamento è «una forma di estrattivismo» (ivi, p. 167).
Federici conclude l’ultimo saggio richiamando le mobilitazioni femministe nate in America Latina – come Ni Una Menos – che non hanno mai smesso di diffondersi a livello globale e che mappano quotidianamente le molteplici forme di violenza a più livelli che colpiscono donne e soggetti minoritari, considerati luoghi privilegati di espropriazione e sfruttamento. Di fronte a queste logiche di potere, le istanze femministe contemporanee ci stanno mostrando che, a dispetto di chi ci vorrebbe “povere e morte”, esistono nuovi modi di vivere e di riorganizzare la riproduzione della nostra vita. Pratiche di auto-organizzazione e forme collettive di mutuo aiuto nel “Sud Globale” oggi ne sono esempi concreti, tracciando vie di resistenza alle logiche espropriatrici del capitale.
Riferimenti bibliografici
A. Curcio (a cura di), Introduzione ai femminismi. Genere, razza, classe, riproduzione: dal marxismo al queer, DeriveApprodi, Roma 2019.
S. Federici, Genere e capitale. Per una lettura femminista di Marx, ed. italiana a cura di A. Curcio, Derive Approdi, Roma 2020.
Silvia Federici, Scritti sulla riproduzione. Dal Salario al lavoro domestico alle “insorgenze femministe”, a cura di Anna Curcio, Ombre Corte, Bologna 2025.