Per uno sguardo

di CHIARA SCARLATO

Scompartimento n. 6 di Juho Kuosmanen.

La storia di un amore non è mai lineare: ci sono sempre due versioni, due sguardi, due prospettive che sostengono la potenza di un solo momento in cui la risonanza di un corpo e di un altro restano a vibrare nel tempo di entrambi. Così come il suono di una campana che si mantiene uniforme e identico quando il metallo viene, di tanto in tanto, accarezzato e percosso da un bastoncino di legno, anche l’amore è un esercizio di pazienza – nemico del silenzio e operoso nella sua costanza – perché lasciarsi scivolare nella sicurezza di un accordo sarebbe rinchiudersi nel confine di un’unica versione, un unico sguardo, un’unica prospettiva.

In Scompartimento n. 6, Laura (Seidi Haarla) dà prova di essere una singolarità capace di vivere l’amore come esperienza, a dispetto di una prima caratterizzazione del suo personaggio che, nelle scene iniziali del film, appare dimesso nei confronti della donna (Irina, Dinara Drukarova) con cui intrattiene una relazione. Laura la osserva da lontano, persa nei vuoti giochi di un gruppo di intellettuali festaioli e spocchiosi, mentre Irina la presenta ai suoi ospiti come l’“amica finlandese” che sta per raggiungere in treno una meta molto lontana da Mosca e per un nobile scopo: osservare i petroglifi di Murmansk perché – come conferma uno degli astanti – per capire il presente bisogna prima conoscere il passato. E i treni sono costruiti appositamente per metterti di fronte allo scorrere del tempo, mentre si condivide uno spazio ristretto con un’altra o con un altro, essendogli o essendole accanto senza alcuna luce di confidenza. Sono simboli noti (in tutte le rappresentazioni artistiche) di quanto possa essere semplice e umano incontrarsi e decidere di parlarsi, oppure di evitarsi e lasciare che gli sguardi si incrocino soltanto nel riflesso del finestrino, mentre si finge di osservare quel mondo che da fuori continua a sfuggire.

Il film di Juho Kuosmanen – Gran Premio Speciale della Giuria al 74^ Festival di Cannes – ripercorre il viaggio di Laura da Mosca a Murmansk e il suo incontro con Ljokha (Jurij Borisov). Un viaggio lontano, il passato da scoprire, il presente da decifrare: sembrano tutti elementi canonici di un nostos, laddove il viaggio intrapreso da Laura non è un ritorno presso un luogo di origine bensì un attraversamento all’interno di uno spazio in cui già vive da straniera. Tuttavia, sarà il racconto di una realtà votata al presente a rendere questo mondo familiare perché ogni luogo può essere trasformato in una casa se si sa come abitarlo. È una casa persino la cuccetta di un treno provvista soltanto di due ripiani che fungono da letti, con i materassi e le coperte arrotolati e un tavolino pieghevole adornato da un vaso e un tulipano. È una casa persino se questa cuccetta è condivisa con Ljokha che accoglie Laura con uno sguardo distaccato e sospettoso, mentre estrae un bicchiere di plastica in cui versare vodka per colazione. È una casa anche se questa cuccetta doveva essere abitata da Irina che, in procinto di partire, decide di non andare.

Nella prima parte del viaggio, il racconto non è affidato a Laura che viene quasi sempre ripresa di spalle nelle sue peregrinazioni alla ricerca di un posto in cui stare (perché la convivenza con Ljokha è insostenibile), ma alla videocamera che la donna utilizza per immortalare tutto quello che i suoi occhi non sono in grado di trattenere. A differenza del romanzo omonimo di Rosa Liksom (2014) al quale il film è ispirato, la storia è ambientata negli anni novanta e questo spostamento temporale consente di marcare l’avanzamento tecnologico grazie al quale il gesto del filmare qualcosa diventa accessibile a tutti. Anche Laura utilizza la sua videocamera per riprendere “gente, feste, appartamenti, musica, risate”, insomma, per ancorare la sua memoria a un dispositivo. Laura non è mai oggetto delle inquadrature: è stata lei a decidere su cosa concentrare il suo sguardo, è lei a rientrarne in possesso, separandosi totalmente dalla scena ogniqualvolta decida di riprodurre le immagini per riappropriarsi della sua esperienza.

Prima di iniziare a parlare con Ljokha, Laura lo riprende di nascosto e continuerà a guardarlo anche senza la telecamera perché è con gli occhi che costruisce la realtà in cui si sente protetta. Ci saranno diversi “lui” nella sua memoria visiva: lui che prende a pugni le palle di neve, lui che dorme, lui che fuma, lui che beve, lui che è a disagio, lui che si preoccupa per lei, lui che si arrabbia quando un altro uomo le ruba la videocamera e lei è disperata perché lì dentro è conservata tutta la sua vita. È proprio in quel momento che la donna inizierà a pensarsi in prima persona e ad avvicinarsi agli altri senza il bisogno di esserne tecnologicamente separata. L’ultima notte sul treno deve essere festeggiata, e se carne e pesce non sono più in dispensa perché il viaggio sta per terminare, basteranno due panini accompagnati da champagne. E anche da una bottiglia di cognac, perché Ljokha custodisce dentro di sé il distacco dal mondo, dalle sue cose e dai suoi abitanti. Quando il viaggio termina, anche quel mondo in due deve morire per rinascere, magari, in un altro modo.

Al di là delle scelte tecniche e formali che, nel passaggio dalla pellicola al digitale – secondo la sperimentazione già utilizzata da Alice Rorhwacher ne Le meraviglie (2014) –, rimandano a una certa pratica di conservazione della memoria, Scompartimento n. 6 rinnega l’attaccamento morboso a un passato che non ha alcuna ragione di sostituire il presente. Quando Laura raggiunge Murmansk e scopre che, al contrario di quanto detto da Irina, i petroglifi non sono accessibili nella stagione invernale, sarà Ljokha ad accompagnarla sul posto ed è lì che la donna si renderà conto di quanto sia molto più semplice osservare dei blocchi di pietra rispetto al tentativo di entrare in comunicazione con l’altro, nella semplice promessa di dirsi che si è in quel momento insieme. Il mondo non può essere soltanto oggetto di uno sguardo perché c’è sempre qualcuno pronto a guardarci per così come si è: due occhi, un naso, una bocca, un ovale per volto e una cascata di capelli. Laura finalmente vede se stessa nel disegno di Ljokha, senza l’amore di una storia e nell’amore di un incontro.

Riferimenti bibliografici
R. Liksom, Scompartimento n. 6, Iperborea, Milano 2014.

Scompartimento n. 6. Regia: Juho Kuosmanen; sceneggiatura: Andris Feldmanis, Livia Ulman, Juho Kuosmanen; fotografia: J-P Passi; montaggio: Jussi Rautaniemi; interpreti: Seidi Haarla, Jurij Borisov, Dinara Drukarova, Julia Aug, Lidia Kostina, Tomi Alatalo, Viktor Chuprov, Denis Pyanov, Polina Aug; produzione: Aamu Film Company, Achtung Panda, Amrion Productions, CTB Film Company; distribuzione: BiM Distribuzione; origine: Finlandia, Estonia, Germania, Russia; durata: 107’; anno: 2021.

Aggiungi ai preferiti : Permalink.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *