[Pulcinella] non recita un dramma,
lo ha già sempre interrotto, ne è sempre già uscito,
per una scorciatoia o una via traversa […]
nella vita degli uomini –
questo è il suo insegnamento –
la sola cosa importante è trovare una via d’uscita […]

Ubi fracassum, ibi fuggitorium –
dove c’è una catastrofe, là c’è una via di fuga
(Agamben)

Sabato, domenica e lunedì debutta nel 1959, il 6 novembre, al Teatro Quirino di Roma. All’epoca, Eduardo De Filippo – autore tanto geniale quanto prolifico – aveva 59 anni, appena due in più del suo protagonista, Peppino Priore, e sei rispetto a sua moglie, donna Rosa Priore. Sarebbe passato ancora un pieno decennio prima dell’introduzione del divorzio nell’ordinamento italiano, confermata dal referendum del 1974. In effetti, la commedia di De Filippo mette ancora oggi il pubblico di fronte alla necessità di confrontarsi col tema fondamentale della famiglia, dei suoi rapporti interni, dei compromessi attraverso i quali ciascun membro dialettizza il proprio ruolo, che sia per aderirvi, ripudiarlo, o sopportarlo, con il placido benestare che caratterizza l’indifferente. La famiglia dei Priore è larga, eterogenea, colorita, mossa da una vitalità tutta napoletana; anche se forse sarebbe più corretto parlare di vitalità tout court, seguendo l’intenzione eduardiana di capovolgere l’ermeneutica sudista in un linguaggio d’arte senza centro e senza periferia, modernamente universale.

Nei tre atti della commedia, che seguono le tre giornate eponime, accade difatti qualcosa che oggigiorno si stenterebbe a definire platealmente come “etico” – con buona pace della Sittlichkeit e della spontanea comunità d’amore hegeliana –: dei malumori taciuti, tra Rosa e Peppino, esploderanno, divenendo la portata centrale attorno cui ruoterà il tradizionale pranzo della domenica, prospettato già dalle tensioni dei preparativi sabatini, e che si scioglieranno solo il giorno successivo. Il casus belli raccoglie un chiasmo di dissapori trai coniugi: da un lato, la crescente irritazione di Peppino nei confronti dell’affettato vicino Luigi Ianniello – ospite abituale ai pranzi della domenica assieme alla moglie Elena –, dall’altro l’insofferenza di Rosa nei confronti di tutto l’entourage familiare, in primis dell’ombroso marito, per l’irriconoscenza dei suoi sforzi domestici e, soprattutto, dei suoi meriti culinari.

Donna Rosa, infatti, è nota e rinomata in particolare per il suo ragù luculliano, piatto forte della domenica e sua firma di matrona, in grado di tenere uniti a tavola i figli – Roberto, con la moglie Maria Carolina, Rocco, e Giulianella, col presunto fidanzato Federico – contestatari a modo loro; il cognato teatrante – Raffaele –  e la cognata “moderna”, col succube nipote – zia Amelia, “Memè”, e Attilio – ; l’anziano padre – Antonio Piscopo – e la semplice domestica Virginia. Pomo della discordia, il ragù di quella domenica è destinato a rimanere eccezionalmente nel piatto: all’ennesima premurosa attenzione del signor Ianniello per la moglie, Peppino “sputa il rospo” del suo malumore, in un accesso di gelosia, fantasie e accuse fedifraghe davanti a tutti i commensali. A questa provocazione, Rosa non può che rispondere con assoluta isteria – in quell’accezione ancora Novecentesca dell’ὑστέρα (hystera) come spasmodia tutta femminile, uterina, appunto, che ancora si infiltra nell’immaginario collettivo –, fino al collasso per la crisi di nervi. Sarà solo il giorno successivo che potrà sopportare la fatica, reale o macchinata, di reggere un dialogo col marito, finalmente disposto ad aprire le proprie insicurezze e incertezze riguardo all’andazzo della loro vita coniugale negli ultimi tempi. 

PEPPINO: Rusi’, io non sono un pazzo. Se il fatto del ragioniere è stato il frutto di una mia impressione sbagliata, come così è, ne sono sicuro, allora per quale ragione da tre quattro mesi tu ti sei cambiata nei miei confronti, fino al punto che non t’interessi più alla mia persona nemmeno per prepararmi la camicia pulita, un fazzoletto, un paio di pedalini. Una volta, quando andavo al negozio la mattina, uscivo dal portone, guardavo il balcone e tu stavi affacciata per salutarmi, fino a quando giravo la strada, e da quattro mesi non ti sei affacciata più.

ROSA Però l’hai supposto, e questo è brutto. Non ti permettere più di pensare una cosa simile. Io ho conosciuto un solo uomo e si’ tu. Non sono stata mai una bella donna da portare gli uomini innamorati appresso, nemmeno quando ero giovane, figuriamoci adesso che me so’ fatta vecchia e so’ ridotta ossa e pelle. Tu vuoi sapere perché mi sono cambiata nei tuoi confronti, e non ti ho preparata più la camicia pulita, i pedalini, ’o fazzuletto… T’è dispiaciuto? E io si te vulevo fa’ nu piacere te ne preparavo due, una per la mattina e un’altra per il giorno appresso. Capisco benissimo che quando la moglie prepara la camicia pulita al marito è come continuasse a dire senza parlare: «La biancheria tua la devo toccare io sola, e tu la fai toccare solo a me pecché me vuo’ bene come te voglio bene io». Ma non te l’ho preparata più per dispetto. E se tu mi domandi perché, io non ti posso rispondere, la ragione può essere insignificante e importante. Non sono bella, non sono giovane, ma so’ femmena pur’io. Io ti posso dire solamente che non ti ho preparata più la camicia per la stessa ragione che te la preparavo prima: perché te voglio bene Peppi’.

Riconciliazione, riconoscimento, riappacificazione. De Filippo abbandonò presto il teatro delle maschere per dedicarsi a una poetica orientata al realismo – da cui la scelta di un linguaggio ibrido-vernacolare –, e in quest’ottica si può interpretare questo lieto fine, non esente dal patetismo tardoborghese ironicamente denunciato. Eppure, a distanza di oltre sessant’anni, qualcosa è certamente cambiato nel modo di percepire questo ritratto di famiglia: «Sembra quasi ormai che l’aggettivo “inquietante”, sempre più oggi attribuito a uno spettacolo teatrale in senso elogiativo, sia diventato sinonimo imprescindibile di un’opera ben riuscita […] come se avere un finale riappacificante sia strutturalmente un difetto», afferma Luca De Fusco, regista dello spettacolo.

Il testo eduardiano, come dimostra la scelta registica, è fatto per essere interpretato «all’interno di una partitura ferrea» (De Fusco, Sciancalepore, 2025), siccome una sua qualsiasi riattualizzazione risulterebbe in un grottesco e infruttuoso fraintendimento scenico. Ciò nonostante, basta richiamare una regia come quella di Sorrentino (trasposizione televisiva, 2004), con Toni Servillo nei panni di Peppino, per notare che, al di là del tratto proprio di ciascun autore, è l’intervento stesso del tempo sulla percezione sociale a restituire e rendere storicamente prezioso questo specchio domestico alquanto crepato. Se la direzione sorrentiniana ha equalizzato la “fenomenologia prioriesca” nei toni dell’isteria, si potrebbe intendere la tensione incessante dei personaggi come una rincorsa “inibita alla meta” verso la rappresentazione di una scacchiera impossibile, occupata da reminiscenze tardoborghesi, progressi sociali e un berlusconismo culturale, pronti a tendere la posizione dei personaggi, e dunque la loro presenza scenica, tra una fede demodé nei valori della famiglia moderna e un disinteresse dai tratti nichilisti.

Oggi, dopo un altro ventennio, Sabato, domenica e lunedì deve fare i conti con altri spettatori, che avranno altre memorie d’infanzia, cioè altri modelli e sentimenti. Ecco che la scenografia cambia: non c’è più un’unica finestra ad affacciare l’interno sul mondo esterno, bensì sette – come a dire: che tutto avvenga alla luce del sole; epitome dello sfondamento del pubblico col privato, delle loro mutualità quotidiane in ogni ambito della vita. I personaggi risultano più tondi, più ampi, “post-borghesi”, parafrasando Costanzo Preve. A fortiori, meno ingenui, e magari per questo un po’ meno sinceri, in qualche modo, alla solennità del ragù della domenica. Qualcosa lo esprime. Forse, la scelta a suo modo radicale di uno spettacolo che gioca col vuoto: quello dei piatti, dove il ragù è solo fantasticato per tutto il tempo. Piatti vuoti e molto caldi, girano in una coreografia che poco ha, comunque, di disorganizzato. E allora, consci della distanza necessaria che ci separa dai riferimenti eduardiani, non possiamo che interrogarci, come in questo caso, su quali vuoti – legislativi, etico-morali, artistici – sia necessario ospitare, per poter consentire un movimento di progresso dentro, e fuori dalla famiglia. Come donna Rosa e i suoi “non detti” per farsi sentire, per avere movimento c’è da fare frizione con il vuoto.

Riferimenti bibliografici
G. Agamben, Pulcinella ovvero Divertimento per li regazzi, nottetempo, Milano 2015.
E. De Filippo, Sabato, domenica e lunedì, Einaudi, Torino 1974.
L. De Fusco, M. Sciancalepore, Benedetto lunedì, in Fondazione Teatro di Roma, Programma di sala. Sabato, domenica e lunedì, 2025.

Sabato, domenica e lunedì. Testo: Eduardo De Filippo; regia: Luca De Fusco; Scene e costumi: Marta Crisolini Malatesta; Luci: Gigi Saccomandi; Cast: Teresa Saponangelo, Claudio Di Palma, Pasquale Aprile, Alessandro Balletta, Anita Bartolucci, Francesco Biscione, Paolo Cresta, Rossella De Martino, Renato De Simone, Antonio Elia, Maria Cristina Gionta, Gianluca Merolli, Domenico Moccia, Alessandra Pacifico Griffini, Paolo Serra, Mersila Sokoli; produzione: Teatro di Roma – Teatro Nazionale, Teatro Stabile di Torino – Teatro Nazionale, Teatro Stabile di Bolzano, Teatro Biondo di Palermo, LAC Lugano Arte e Cultura.

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