Ascoltare George che racconta “le storie della Grecia antica” è uno dei principali motivi per cui Ed (Callum Turner) si è innamorato di George. Da lui il giovane americano deve aver sentito “storie” di famiglie immerse nell’odore del sangue, come quelle della casa di Agamennone e Clitemnestra, storie di rapporti incestuosi e cecità, come la vicenda di Edipo, storie di famiglie scardinate dall’arrivo di uno straniero, uno straniero divino: Dioniso.
Efthimis Filippou, lo sceneggiatore greco del film Rosebush Pruning – di cui Ed è uno dei protagonisti e voce fuori campo –, ha lavorato in più film di Yorgos Lanthimos, compreso Il sacrificio del cervo sacro (2017), il cui soggetto attinge a Ifigenia in Aulide e Baccanti di Euripide; dunque, per Filippou il ricorso alle “storie della Grecia antica” è familiare. In Rosebush Pruning le rifrazioni dei miti tragici greci convivono con il dichiarato richiamo a I pugni in tasca (1965) di Marco Bellocchio. Quanto il regista Karim Aïnouz e lo sceneggiatore abbiano tratto ispirazione dal film di Bellocchio è chiaro dalla trama, ma altrettanto chiaro è quanto sia grande la distanza estetica e concettuale dal film d’esordio del regista di Bobbio. La nostra prospettiva di lettura prediligerà il fil rouge del mito tragico. Tre fratelli, il più grande, Jack (Jamie Bell), oggetto di desideri incestuosi, Ed, con la mania di cespugli di rose e potature, Robert (Lukas Gage), malato di epilessia, e una sorella, Anna (Riley Keough), vivono immersi nel lusso insieme al padre (Tracy Letts), cieco – ne I pugni in tasca è la madre a essere non vedente –. La loro villa esclusiva, immersa in un paesaggio spagnolo montuoso mozzafiato – come non pensare all’Appennino del film di Bellocchio? –, risuona dell’assenza della madre e moglie, creduta morta nel bosco, dilaniata dai lupi.
Nella villa, la donna è ricordata con una statua che guarda lontano, oltre la casa, e metaforicamente insieme al marito e ai figli in un gruppo scultoreo di sei cervi dorati, che spicca davanti alla porta di casa. Le giornate in villa trascorrono nell’ozio, tra stanze che la morbosità delle relazioni fra i cinque trasforma in gabbie claustrofobiche, ben raccontate da inquadrature strette e ravvicinate. Le uscite dalla villa sono affidate a frenetiche corse a bordo di fuoriserie e accompagnate da musica ad altissimo volume e dai ritmi ossessivi. Tra le mete privilegiate delle fughe da casa c’è un luogo nel cuore del bosco: lì la madre sarebbe stata sbranata e lì la famiglia compie periodicamente un raccapricciante rito funerario, dando in pasto ai lupi il corpo di un capretto. Così la terra riceve il suo sacrifico di sangue. L’altra meta è un’altra villa, dove Jack va a scadenza regolare per portare soldi alla madre (Pamela Anderson). La donna ha simulato la sua morte, per fuggire dal marito accentratore e “perverso” e vivere una nuova vita con Emma (Elena Anaya), senza rinunciare però alla ricchezza. Seguendo il fratello, Ed scoprirà questa verità nascosta. Scosso da emozioni contrastanti, nelle quali prevale però un misto di odio e risentimento, punirà alla fine la madre per la sua “colpa”. Con Robert, già artefice della morte del padre, desiderata da tutti i figli, Ed ucciderà la mamma e la compagna e abbandonerà i corpi nel bosco, nel luogo del rito, per farli sbranare dai lupi.
L’evento che rappresenta un vero e proprio rovesciamento nelle vite di tutti è l’arrivo, in famiglia, della fidanzata di Jack. Martha (Elle Fanning) entra in sordina nella “casa dei cervi”, osserva, dà poche e controllate risposte, specie alle domande imbarazzanti e scortesi di Anna, ossessionata dalla sensualità di Jack e gelosa. Martha è diversa da tutti, a cominciare dall’aspetto; Martha è l’estranea. Lavorando nell’ombra e manipolando divinamente tutti, compreso Ed che credeva di essere il manipolatore, sarà lei a mettere fuori dai cardini la famiglia americana di Jack.
Rosebush Pruning, in Concorso per l’Orso d’oro, può essere letto come una ri-narrazione filmica mitico-tragica in forma di thriller queer e psicologico. Regista e sceneggiatore hanno proceduto però seguendo una logica di accumulo e in certi personaggi, penso ad esempio al padre cieco e incestuoso, il ri-pensamento di una delle figure più pregnanti del mito greco, Edipo, è svuotata di ogni tensione tragica e conoscitiva e sembra mera citazione. Più incisiva la re-visione e rifunzionalizzazione del mito dionisiaco, da intendersi come matrice simbolica e antropologica e non citazione di Baccanti di Euripide. Martha agisce da figura dionisiaca; la sua funzione è quella del dio straniero che irrompe in una comunità dove non è accettato. Martha si insinua come agente di sovvertimento in un mondo familiare chiuso e patologico e con la sua presenza perturbante fa emergere quello che, nella casa borghese, è rimosso o tenuto in ombra: l’incesto, la violenza, l’ipocrisia dei legami familiari.
Martha è l’elemento detonante che farà scatenare, in un crescendo irrefrenabile, una violenza di fatto racchiusa nella struttura stessa della famiglia di Ed e nell’aggrovigliato “cespuglio” delle rimozioni familiari. Il dionisiaco si manifesta in Rosebush Pruning anche attraverso una delle sue azioni-manifesto, lo sparagmos, che nel film viene compiuto dentro il bosco, in uno spazio di ritualità arcaica che funge da contraltare all’artificialità della vita in villa. Con rovesciamento rispetto al finale di Baccanti dove è il corpo di un figlio, Penteo, a essere dilaniato inconsapevolmente da una madre, nel film di Aïnouz è il corpo di una madre a essere lacerato da due figli consapevoli, che non usano però le loro mani ma si servono della natura selvaggia. Un branco di lupi sbrana il corpo materno: uno “spettacolo” che Ed e Robert guardano dal vetro dell’auto con cui avevano portato i due cadaveri.
Nel film di Aïnouz il dionisiaco non salva, non rigenera, non schiude altri luoghi; rivela piuttosto l’impossibilità di uscire da un sistema che si autoriproduce. Alla fine del film, Martha e Jack, il solo figlio e fratello rimasto, sono nella lussuosa casa di famiglia di lui, a godere della stessa piscina, pronti a replicare, trionfalmente, il modello familiare smascherato come mortifero e tossico. I pugni in tasca sono lontani e “Dioniso” fa un tuffo nella piscina di famiglia.
Riferimenti bibliografici
G. Fanara, Una ragazza piuttosto complicata. Paola Pitagora e I pugni in tasca di Marco Bellocchio, in “L’Avventura”, 2, 2017.
M. Fusillo, Il dio ibrido. Dioniso e le «Baccanti» nel Novecento, Il Mulino, Bologna 2006.
Rosebush Pruning. Regia: Karim Aïnouz; sceneggiatura: Efthimis Filippou; fotografia: Hélène Louvart; montaggio: Heike Parplies, David Jancso, Ilka Janka Nagy; musica: Matthew Herbert; scenografia: Rodrigo Martirena; costumi: Bina Daigeler; interpreti: Callum Turner, Riley Keough, Jamie Bell, Lukas Gage, Elena Anaya; produzione: Michael Weber, Viola Fügen, Simone Gattoni, Annamaria Morelli, Andreas Wentz, Vladimir Zemtsov per The Match Factory, Kavac Film, The Apartment, Sur Film, Rosebushpruning, Crybaby; origine: Italia, Germania, Spagna, Regno Unito; lingua: inglese; durata: 94′; anno: 2026.