California, Mountain View, novembre 2016.

John Rogers Searle, ormai ultraottantenne, parla alle prime linee di Google a Mountain View, California, uno dei quartieri generali su scala globale per lo sviluppo di tecnologie digitali, nonché luogo di avanguardia nel campo dell’intelligenza artificiale. Il pubblico è variegato: non ci sono solo informatici, matematici, ingegneri e fisici, ma anche alcuni colleghi accademici come Ray Kurzweil, pioniere nel campo del riconoscimento ottico e insignito pochi giorni fa del Robert Muh Award dal MIT a Boston (con un acceptance speech ultra-fiducioso nel progresso generato dall’intelligenza artificiale). Un parterre di integratissimi, insomma, ad ascoltare il filosofo che da oltre cinquant’anni ribadisce, più o meno apocalitticamente, che le macchine non pensano e che l’intelligenza artificiale non possiede né coscienza né intenzionalità. Dopo decine di anni Searle resta fermamente scettico rispetto alla assimilazione dell’intelligenza artificiale al pensiero umano tanto da tuonare, dopo una domanda un po’ provocatoria, “A computer has nothing that I don’t have“. Sottinteso: ci sono alcune cose che l’uomo possiede e la macchina no. Nonostante i pregiudizi reciproci (davvero un po’ in stile apocalittici vs. integrati), le note di sarcasmo e le tentate provocazioni, il dibattito a Mountain View avanza fluido, toccando alcune questioni filosofiche fondamentali come la distinzione tra piano soggettivo e piano oggettivo, la funzione della fenomenologia, il rapporto tra segni e significati, lo scarto tra sintassi e semantica, il ruolo fondamentale dell’intenzionalità per la costruzione della realtà sociale.

Se dovessi scegliere una ragione per ricordare John Searle, scomparso circa un mese fa a Tampa, Florida, è la forza pervasiva del suo pensiero, che emerge dai suoi libri e che era il tratto più bello e coinvolgente (e inconfondibile) delle sue lezioni a Berkeley, in cui partiva da esempi concreti tratti da scene di vita quotidiana (il ruolo sociale di una maestra elementare, il valore della banconota che ha in tasca, la partecipazione a una manifestazione politica) per arrivare a concettualizzare, astrarre, prendere posizione. Definisco questa forza “pervasiva“ in senso decisamente positivo, perché i suoi argomenti, a Mountain View come pure a Berkeley negli anni Sessanta appena rientrato dagli studi a Oxford con Austin, Ryle e Strawson, partono dal funzionamento del linguaggio e arrivano al modo in cui percepiamo gli oggetti, per estendersi alle funzioni che attribuiamo alle istituzioni (per poi tornare a questioni fondamentali di linguaggio).

Dagli atti linguistici alla realtà sociale, per dirlo seguendo uno scritto di Barry Smith contenuto in nel volume uscito da Cambridge nel 2003 e dedicato alla filosofia di John Searle: la sua lunga carriera accademica sembra segnata da un desiderio di estendere le intuizioni emerse in un contesto, per esempio sugli atti linguistici e il carattere performativo del linguaggio, ad altri contesti, per esempio la costruzione e il funzionamento della realtà sociale o la celebre critica all’intelligenza artificiale (forte) tramite l’argomento della stanza cinese, per cui una macchina che traduce il cinese (grazie a un sistema programmato per la cifratura di simboli) non comprende il cinese, ma è competente nell’assegnare ai simboli dei significati (qui le tesi sul linguaggio incrociano quelle sulla coscienza e sulla tecnologia).

Al di là delle critiche ad alcune sue posizioni talora radicali, John Searle ha saputo certamente porre (e affrontare) delle questioni teoriche fondamentali, generando dibattiti centrali a partire dalla seconda metà del Novecento sulla natura delle istituzioni e su come utilizziamo il linguaggio. E ha continuato a farlo fino alla fine della sua vita, se pensiamo che proprio in quella conferenza del 2016 iniziava elencando le questioni filosofiche che andrebbero messe al centro del dibattito sull’intelligenza artificiale, come la distinzione tra ontologia ed epistemologia o quella tra comprensione (cosciente) e competenza (non necessariamente cosciente). Con grande naturalezza, forse avendolo appreso a Oxford nei tempi della sua formazione, durante i dibattiti tendeva naturalmente a riportare le questioni anche più complesse alle domande fondative, le uniche per lui davvero rilevanti, per esempio come sia possibile che in un universo fatto interamente di particelle fisiche che interagiscono dentro campi di forza ci siano cose come la coscienza (su cui ancora, e lui lo sapeva bene, non sappiamo tantissime cose), l’intenzionalità, il libero arbitrio, il linguaggio, le società, i sistemi etici, l’estetica, la finzione, le realtà politiche (questi riferimenti si trovano specialmente in Making the Social World, 2010).

La sua coerenza rispetto ai temi fondativi del suo sistema di pensiero era integrale, praticamente inattaccabile, tanto da risultare, in alcuni contesti, quasi una forma di rigidità o attaccamento a un modo di fare filosofia ormai, per molti, superato. Per esempio, ogni volta che qualcuno gli ricordava le performance incredibili che oggi ha l’intelligenza artificiale, o quando ha provato a interagire con Chat GPT, rimetteva in questione il ruolo del linguaggio nell’interazione umana, riaprendo il dibattito sulla coscienza (le macchine evidentemente non sono coscienti di usare dei software, anche se c’è chi gli ha obiettato che dovremmo noi stessi essere una macchina per dirlo) e sull’intenzionalità individuale e collettiva che distingue la realtà dei fatti bruti (gli alberi, la pioggia, i corpi) da quella dei fatti sociali (i matrimoni, i concetti, i significati, e così via).

Al di là della ragione o del torto e delle questioni in gioco con le intelligenze generative, quel che Searle ci consegna è un lascito metodologico. La forza pervasiva del suo pensiero, capace di espandersi dalla filosofia del linguaggio alla filosofia della mente sino alla filosofia sociale, è il frutto di una certa resistenza a metodi e domande altrui. Non che sia necessariamente un merito, ma sicuramente si tratta di un tratto più tipico in pensatori di quella generazione, poco inclini a voler appagare i propri interlocutori o assecondare le tendenze disciplinari di questo o quel contesto accademico. Coerenza e rigidità sono due facce di una medaglia, insomma, e proprio questo atteggiamento verso il pensiero in generale e il proprio pensiero in particolare ha fatto sì che alcune sue tesi migrassero oltre la filosofia in senso stretto: per fare solo un esempio, la teoria degli atti linguistici è usata in letteratura, nel diritto, in politica, nella critica cinematografica e dell’arte, tanto per dire.

Sather Gate – University of California at Berkeley, novembre 1964.

C’e una foto molto nota che ritrae John Searle tra i manifestanti del Free Speech Movement, mentre attraversano il celebre Sather Gate, l’ingresso principale dell’Università di Berkeley. Tutto a destra in quell’immagine c’è anche Mario Savio, lo studente forse più famoso di quella generazione che ha pronunciato la celebre esortazione “Put your bodies on the gear”. Nella foto, Searle è proprio nel mezzo, tra altri due docenti (Morton Paley e John Leggett). A lezione, negli ultimi anni specialmente, trovava sempre un modo per ricordare agli studenti di oggi che appena rientrato da Oxford, esploso il movimento studentesco, lui si era schierato – primo fra i docenti che avevano già la tenure (il ruolo) – dalla parte dei più giovani. All’epoca aveva 32 anni e non erano ancora usciti i suoi libri più celebri. Non era molto noto a livello internazionale e stava lavorando sulle tesi di Austin (scomparso nel frattempo) sugli atti linguistici. Quei momenti di aggregazione collettiva, usati spesso come esempi anche nelle lezioni sull’intenzionalità collettiva e il riconoscimento (o il disconoscimento) delle istituzioni, hanno con ogni probabilità segnato anche il percorso del suo pensiero.

Così la filosofia del linguaggio – quello speech che è tanto negli atti illocutori quanto nel nome stesso del Movement che ha animato la più importante rivolta studentesca americana, negli anni di Martin Luther King e dei diritti civili – è servita a spiegare i governi attraverso presa di parola, l’azione politica attraverso l’uso del linguaggio. E dunque un certo modo di concepire il linguaggio come strumento umano, pubblico e politico ha segnato tutta la sua carriera. Forse anche a questo valore aggiunto e a questa complessità potenziale del linguaggio, a questa sua forza pervasiva, si deve la sua resistenza verso la sua automatizzazione computazionale. Chissà. Nei sessant’anni dopo quel movimento Searle si è affermato come un riferimento nel quadro di un’intera generazione di filosofi, ricevendo premi come il Jean Nicod, la National Humanities Medal e il Mind and Brain Prize, portando la sua ricerca dal linguaggio alla mente (Minds, Brains and Science), tanto che negli ultimi tempi leggeva tantissima letteratura in campo neuroscientifico, perché era quasi ossessionato da come funziona il cervello, altro enorme mistero al pari di quello della coscienza.

Rileggere John Searle in questo tempo non è solo utile, ma per certi versi doveroso: tornare ad alcune domande fondative sullo scarto tra sintassi e semantica, o sul fatto che una simulazione (la macchina che si comporta come l’uomo) non significhi mai una duplicazione – tornare cioè su alcuni refrain che durante le sue lezioni erano discussi continuamente – può essere particolarmente importante oggi, con i large language models e il natural language processing che mettono seriamente in difficoltà chi prova a sostenere (seguendo proprio Searle) che le analogie tra cervello e software possono anche essere pericolose (lui si domandava: “Is the brain a digital computer? Is the mind a computer program?“).

Searle commentava così i progressi degli ultimissimi tempi proprio in campo generativo: la questione non è qualitativa, ma resta sempre quantitativa. Oggi ci sono più dati che sono utilizzati meglio (leggi: più efficacemente), ma non cambia il fatto che la Chat con cui discutiamo non abbia idea di quel che sta facendo e semplicemente trova i termini più frequenti da mettere in sequenza una volta interpellata. Tanto che, non a caso, gli piaceva molto fare alle chatbot domande volutamente tricky per dimostrare che sui fronti del non detto, degli impliciti e del discorso figurato la macchina si lascia confondere molto facilmente perché insiste su un lavoro prevalentemente esplicito.

Per cui ogni volta che lo hanno condotto da Berkeley in qualche luogo della Silicon Valley a interagire con GPT di Open AI, o PaLM di Google, o LlaMa di Meta, tutti capacissimi di tokenizzare i testi (dividerli in unità), analizzare la sintassi, identificare le funzioni grammaticali svolte dai singoli termini, estrarre unità dai testi e fare data mining, lui era colpito e curioso ma né apocalittico, né integrato. Aveva infatti ben chiaro, com’è spesso chiaro a chi ha vissuto a pieno il Novecento come lui, che l’essenza di ogni tecnologia non è soltanto qualcosa di tecnico. La sua postura apparentemente ostile o scettica era in realtà fondamentalmente critica: era la postura di chi sta provando a capire quel che c’è in ballo attraverso le competenze disciplinari e assecondando l’ampiezza di domande teoriche fondamentali, la postura di chi pensa e vigila. Lucidamente. Liberamente.

John Rogers Searle, Denver, 31 luglio 1932 – Tampa, 17 settembre 2025.

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