Con il suo ultimo testo, Rifeudalizzazione. La mutazione che sta disintegrando le democrazie occidentali (Feltrinelli, 2025), Massimo De Carolis si propone di leggere l’attuale crisi che sta attraversando la nostra società attraverso una categoria che negli ultimi anni è tornata frequentemente nei dibattiti politici: quella di rifeudalizzazione. L’operazione compiuta dall’autore, in realtà, si presenta sin dall’inizio come un compito molto più sottile del previsto. Da un lato, il suo obiettivo è certamente quello di ricostruire i dibattiti sorti attorno a questo tema e di passare in rassegna i diversi fenomeni che generalmente sono stati catalogati come forme di rifeudalizzazione. D’altra parte, l’originalità del suo lavoro non si esaurisce in una semplice adesione a questo modello interpretativo dell’attualità — un modello che potremmo riassumere così: nel mondo contemporaneo sono comparsi fenomeni dai tratti premoderni.
Come si potrebbe intuire da una lettura ingenua del termine, infatti, rifeudalizzazione sembrerebbe implicare una mera regressione a ciò che c’era prima della nascita della modernità. Gli esempi portati da De Carolis mostrano in modo evidente questi elementi neofeudali. In campo economico, la «crescente polarizzazione che, dagli anni Ottanta in poi, ha dilatato la forbice fra ricchi e poveri» e la «centralizzazione del capitale» (De Carolis 2025, p. 35) hanno condotto a un fenomeno che è sotto gli occhi di tutti: la concentrazione della ricchezza nelle mani di pochissimi e la separazione di questi ultimi dal resto della società. Qualcosa di simile accade anche in campo politico, dove l’autorità centrale dello Stato viene impercettibilmente soverchiata dagli interessi privati dei più forti. A questi due tratti, riassumibili in una sovrapposizione o indistinzione tra interessi privati e autorità pubblica, De Carolis ne aggiunge un altro: la sostituzione del rapporto paritario tra soggetti uguali con la comparsa di legami asimmetrici «tra un polo dominante da un lato e una pluralità di seguaci, affiliati e vassalli dall’altro» (ivi, p. 46).
Fenomeni simili potrebbero condurci a pensare che l’ordine sociale moderno stia pian piano scomparendo per lasciar posto a ciò che ne aveva preceduto la genesi. Il merito del lavoro di De Carolis sta precisamente nella revisione di questo nodo teorico: una rifeudalizzazione è possibile non perché stia avvenendo una regressione al passato, ma perché tratti feudali non hanno cessato di accompagnare la formazione delle nostre istituzioni moderne. Anzi, in modo più netto, De Carolis sostiene che i germi di una rifeudalizzazione siano insiti sin dall’inizio nella nascita stessa della modernità. Da qui nasce l’esigenza dell’autore di usare questo concetto in modo critico e non polemico.
In quest’ottica, «le spinte alla rifeudalizzazione provengono dall’interno dell’apparato istituzionale» (ivi, p. 53) e la crisi della nostra società assume i tratti di una vera e propria autodistruzione, proprio perché sin dalla sua nascita essa è soggetta a una costitutiva ambivalenza. È delle origini, delle ragioni e delle condizioni di possibilità di questa ambivalenza che De Carolis vuole rendere conto attraverso la sua analisi, perché è proprio nelle maglie di questo bipolarismo costitutivo che la rifeudalizzazione può insinuarsi e trovare terreno fertile.
Di quale ambivalenza stiamo parlando? L’autore dedica due capitoli allo studio del paradosso che affonda le sue radici nella genesi della modernità, attingendo di nuovo ai campi dell’economia e della politica. Un esempio economico di questa ambivalenza è riscontrato da De Carolis nella comparsa dei cosiddetti gatekeeper. Com’è possibile, si chiede l’autore, che negli ultimi decenni il mercato capitalistico si sia concentrato principalmente in due settori, quello finanziario e quello digitale? Una mutazione simile nasce proprio da uno stringente paradosso: idealmente, si condivide una concezione del mercato che poggia su princìpi opposti a quelli del regime feudale (le relazioni paritarie, ad esempio, contro i rapporti signoria/servitù), ma, di fatto, queste scelte non hanno fatto altro che condurre a ciò da cui si intendeva fuggire (di nuovo, dunque, a forme di dipendenza e asimmetria).
È proprio in tale condizione ambivalente che si insinua il concetto di rifeudalizzazione. Le corporation finanziarie e le piattaforme digitali sono accomunate, infatti, dalla «capacità di offrire e gestire un ambiente, al quale gli altri soggetti sono spinti a adattarsi, per non essere di fatto esclusi dal mercato. […] In entrambi i casi, le imprese accettano in un certo senso di essere ospitate in un ecosistema (finanziario o digitale), che ha i suoi custodi, i suoi equilibri e le sue regole specifiche» (ivi, p. 71). In tal senso questi due nuovi protagonisti del mercato sono dei gatekeeper, perché sono «custodi della soglia di un ecosistema al di fuori del quale è sempre meno concepibile che possano aver luogo sia la produzione sia lo scambio» (ibidem).
De Carolis non si accontenta solo di mostrare il modo pratico in cui l’ambivalenza agisce in campo economico e politico. Il suo obiettivo, infatti, è quello di comprendere da cosa nasca il bipolarismo costitutivo della modernità che consente alla rifeudalizzazione di insinuarsi ed emergere. La tesi proposta dall’autore è che la ragione ultima di questa dinamica stia nell’idea che «nelle società occidentali moderne si siano sovrapposti fin da principio due modelli eterogenei, due concezioni virtualmente divergenti non solo dell’ordine sociale ma, più in generale, del mondo» (ivi, p. 162).
Il primo modello è quello hobbesiano, che ha rappresentato il prototipo per la nascita della nostra società moderna. All’interno di quest’ottica, se lo stato di natura era quello di una “guerra di tutti contro tutti”, allora l’unica soluzione per uscire da una siffatta condizione di insicurezza doveva essere la creazione di uno stato sovrano costituito da leggi uguali per tutti. Il problema essenziale, per De Carolis, è che, in tale contesto, si rischia di perdere un aspetto essenziale, ovvero l’unità del mondo. Perché? «Non c’è giardino che non sia stato una foresta e che non tenda a ridiventarlo» (ivi, p. 164), ci dice emblematicamente l’autore. Si tratta di pensare, cioè, che un sistema simile, basato sulla civiltà e sull’ordine, non fa che rimanere legato al suo opposto, ovvero a uno stato di natura caotico e disordinato che continua ad apparire come il principale nemico da combattere, proprio perché rischia di compromettere l’ordine della nostra società.
Il secondo modello annunciato da De Carolis sembra proporsi come una risoluzione della scissione tra natura e civiltà, tra ordine e disordine. È un paradigma che, invece di appellarsi all’estraneità di due condizioni antitetiche, si richiama all’ordine cosmico e che, prima di trovare piena maturazione nell’Illuminismo scozzese, trova le proprie radici nientemeno che «nell’idea spinoziana del Deus sive Natura, nella concordia discors del Rinascimento e persino più indietro, risalendo fino al mundus dei romani e alla “armonia nascosta” eraclitea» (ivi, p. 165).
Sono questi due modelli, evidentemente eterogenei ma sovrapposti nel corso della storia della nostra società, a costituire le radici dell’ordine moderno. L’intuizione di De Carolis consiste nel pensare che l’esito di questa lunga storia sia consistito in una vera e propria con-fusione dei due paradigmi. Così, quello stato di natura che per Hobbes era una condizione da superare e combattere, diviene ora il modello di una “guerra di tutti contro tutti” che le istituzioni devono in qualche modo realizzare, purché da questo progetto siano esclusi “i pochi monopolisti dell’autorità e la ristretta cerchia dei loro seguaci più fedeli» (ivi, p. 177).
Cosa ci resta da fare dunque? Il libro si conclude con un’ipotesi, che agli occhi dell’autore si presenta come l’unica alternativa realista: «Ipotizzare che il nucleo bipolare delle istituzioni moderne possa scindersi, liberando le relazioni di mercato dalla logica del capitale e sottraendo le esigenze di autogoverno delle singole comunità al monopolio sovrano degli stati nazionali. Solo un doppio esperimento istituzionale di tale portata potrebbe portare la cooperazione e la cura del mondo comune al centro del sistema, con una forza sufficiente a controbilanciare la rivalità competitiva tra le sue diverse componenti» (ivi, p. 181). Quella di De Carolis rimane a tutti gli effetti come la miglior soluzione auspicabile, sebbene, allo stato attuale, sia difficile immaginare concretamente in quali forme possa realizzarsi un progetto simile. Ma, come ammette l’autore, è molto probabile che a un certo punto, pur senza sapere bene quando, saranno le stesse logiche interne del sistema che porteranno a un inevitabile mutamento.
M. De Carolis, Rifeudalizzazione. La mutazione che sta disintegrando le democrazie occidentali, Feltrinelli, Milano 2025.