Un paio di dati: le università americane stanno progressivamente smaltendo i corsi di latino, greco e letteratura. Questa volta Trump non c’entra: sono i giovani a non iscriversi più. Syracuse, una delle più antiche e prestigiose, dove la retta può arrivare a 66.000 dollari l’anno, ha dovuto cancellare ottantacinque programmi, tra cui civiltà classiche, belle arti, italiano, tedesco, russo, studi ebraici moderni. Negli ultimi due lustri, le lauree in queste discipline sono calate di oltre il 25% in tutto il Paese. Ad abbandonare sono soprattutto i maschi. Intervistato dal New York Times, un professore dice che le humanities sopravvivono, quando va bene, come contorno per chi fa management. Dalle nostre parti la situazione non è così critica, ma la direzione è la stessa.
Uno si aspetterebbe che gli studi umanistici non calino di popolarità ma aumentino: la nuova prosperità dell’Occidente, costruita sul lavoro e sul mercato, i grandi flussi di denaro i cui rivoli arrivano un po’ ovunque, farebbe pensare che molte più persone possano dedicarsi a quelle che una volta si chiamavano “arti liberali”. Nel 1930 Keynes aveva previsto che entro un secolo (mancano quattro anni) il progresso tecnologico avrebbe lasciato in eredità agli uomini una settimana lavorativa di quindici ore e il dilemma se impiegare il resto del tempo leggendo Omero oppure visitando la mostra su Monet. Invece non è vero che più un Paese è ricco, più i suoi abitanti si dedicano alle cose dello spirito. Le tre forme di capitale – economico, sociale e culturale – non sempre crescono insieme. Mai la Germania è stata intellettualmente così vivace come quando era povera, senza Stato, umiliata sul piano militare. La sua borghesia non aveva accesso all’industria, come in Inghilterra. Aveva solo lo spirito e i libri, che divennero rifugio e rivincita, e da cui rampollarono Kant, Fichte, Schelling, Hegel, Goethe, Schopenhauer, Hölderlin, Humboldt, metà dei quali erano professori. Noi invece abbiamo un bel po’ di soldi, e tante altre cose. E siccome l’appetito vien mangiando, chi sta bene vuole stare meglio; chi ha un patrimonio vuole metterlo a frutto; chi già lavora, vuole lavorare di più. La voglia e il tempo per le “arti liberali” diminuiscono. È davvero un male? Quando nel 1993 mi iscrissi a Filosofia alla Statale di Milano, eravamo 5.000 studenti. Solo a Filosofia, solo in Statale. La situazione era decisamente sovradimensionata.
Raymond Ruyer lo aveva capito nel momento in cui la vague umanistica cominciava a sollevarsi. Nel suo Éloge de la société de consommation dice così: l’attuale (siamo nel 1968) “corsa verso le Facoltà letterarie” non deriva da un effettivo aumento dei bisogni culturali. Se l’offerta dipendesse da una domanda reale, ci sarebbe semmai una corsa agli studi tecnici. Il fatto che tutti vogliano fare i filosofi, gli psicologi, i sociologi, i letterati, non risponde a nessuna necessità, è snobismo di massa. In quel momento – constatava – c’erano più filosofi in Francia che in tutta la storia di Grecia e Roma.
All’inizio del XXI secolo stiamo assistendo a un’inversione di rotta. La corsa verso le facoltà umanistiche ha rallentato, parecchio. È una iattura solo se pensiamo che gli studi classici sono come coltivare le mele, e che più gente ci metti meglio è, perché tanto il sapore rimane lo stesso. A parte che forse neanche con le mele funziona così. L’argomento di Ruyer è semplice: nelle scienze e nelle tecniche, il lavoro di manovalanza è necessario. Serve personale per raccogliere dati, replicare esperimenti, sbrigare le incombenze preliminari, e così permettere a quelli bravi di spiccare il volo. Ben vengano legioni di medici e di fisici. Nelle lettere, nell’arte e nella filosofia, invece, non funziona così. O si ha qualcosa da dire, oppure non si ha. E, contrariamente a ciò che succede nelle scienze, la pletora di noi mestieranti non sostiene i pochi in gamba: li sommerge fino ad annegarli.
In epoca pre-internet, almeno, il professore aveva bisogno dei portaborse che – oltre a sbellicarsi alle sue facezie – dovevano fargli le ricerche bibliografiche. Ma oggi? Più i corsi di laurea umanistici si massificano, più è improbabile che i talenti emergano, perché le loro voci si trovano coperte dal rumore di fondo. Che ci siano meno iscritti alle nostre facoltà è la fisiologica mattina dopo della sbornia post-68, quando ci eravamo convinti di essere davvero un popolo di santi e di poeti. Cerchiamo di prendere il buono che c’è in questo trend, tenendo presente un altro fattore importante: il progressivo aumento della percentuale femminile. Non è vero che gli studi classici siano praticati in maggioranza dalle ragazze perché vittime degli “stereotipi di genere”. Un rapporto dell’ONU pubblicato all’inizio dell’anno dice che, sì, le donne sono solo il 35% dei laureati in materie scientifiche, ma è soprattutto nei Paesi del primo mondo, ricchi ed egualitari, che le donne disertano le STEM. In Svezia e negli Stati Uniti l’ingegnere è più spesso un uomo non perché le donne siano discriminate ma perché preferiscono fare altro. È in Algeria e in Tunisia che il gender gap si assottiglia. Ripartiamo da qui. Prendiamo atto che i maschi hanno smesso di sentirsi tutti dei piccoli Schiller e diventano sempre più ingegneristico-muskiani, lasciando gli studi umanistici in mano alle ragazze.
Nei prossimi decenni il Nord del mondo potrebbe vedere ripetersi quel che avvenne nel Giappone del X-XI secolo durante il periodo Heian. Funzionari e politicanti scrivevano in cinese, perché ritenevano il giapponese una lingua frivola, indegna di chi governa e combatte, dunque da lasciare all’altra metà del cielo. Fu in questo spazio abbandonato dai maschi che si inserirono le dame di corte, le quali diedero vita alla nuova letteratura in lingua volgare. L’equivalente del nostro Duecento, dai Siciliani a Dante, ma fatto interamente da donne. Potrebbe andare così anche stavolta. Le ragazze, che dove sono libere di scegliere scelgono Leopardi e Husserl, riempirebbero le facoltà umanistiche che i maschi-cyborg avranno svuotato: uno spazio più piccolo, probabilmente, ma finalmente respirabile. Inoltre, i maschi, dediti a stringere i bulloni dell’intelligenza artificiale, guadagneranno bene, faranno carriera, e acquisiranno quel fascino cool e high-tech che farà innamorare le ragazze. Mi sembra una situazione molto win-win.