La mia collaborazione con Roberto De Simone è iniziata alla fine degli anni ’70. In verità, ci si conosceva e ci si frequentava già da alcuni anni. Ci avevano fatto incontrare comuni amici, giovani ricercatori e studenti universitari, come me, mossi da un appassionato interesse per il mondo popolare napoletano e campano e per le sue forme espressive. E il Maestro, ovviamente, per quel che di meraviglioso fino allora aveva fatto: la Nuova Compagnia di canto popolare, la Gatta Cenerentola, Mistero Napolitano, la Cantata dei pastori, diverse pregevoli regie liriche, preziose ricerche sul mondo popolare, era un riferimento obbligatorio per chiunque si avvicinasse alla nostra Tradizione. In tal modo, quegli incontri si trasformarono per me in occasioni di un arricchimento personale di fondamentale importanza.
Si parlava di tutto, ma, naturalmente, di teatro, musica, di ricerca antropologica, della storia di Napoli. E si spaziava con la massima libertà tra Dioniso, i Beatles, Shakespeare, Viviani, Mozart, Mario Merola, Jung Giambattista Basile e i Jethro Tull. Era un piacere ascoltare quel piccoletto, che in pubblico si mostrava riservatissimo, schivo e per nulla preso dalla fama e dal successo, illuminarsi con noi nell’affrontare quegli argomenti con grande padronanza, con una raffinata cultura poliedrica, e con la modestia e il rispetto del gran signore che sa ascoltare i suoi interessatissimi interlocutori. Furono queste le premesse di un rapporto di stima e di amicizia assai promettente.
Fu così che una sera dell’estate del 1981, il Maestro mi fece leggere una fiaba popolare “La storia di Lucrezia romana”, da lui raccolta qualche anno prima nelle campagne del casertano, e che aveva appena pubblicato sul “Mattino”. Si trattava di un documento eccezionale sulla “Leggenda Virgiliana”, un’ultima miracolosa traccia di un mito pervenuta a duemila anni dalla morte del grande Poeta. Mi chiese la collaborazione che io con altri ricercatori accettai con viva gratitudine. Ben presto ci mettemmo all’opera su quel racconto straordinario, iniziando un paziente e interessantissimo lavoro di ricerca su antiche fonti letterarie e su un vasto materiale d’archivio. Da questa prima collaborazione, venne una pregevolissima pubblicazione (Il segno di Virgilio, Pozzuoli 1982) che riscosse molto favore ed è tuttora molto apprezzata. Il risultato più che positivo di questa nostra prima impresa, indusse De Simone ad avviare un imponente lavoro di ricerca sulla favola di tradizione popolare della Campania. E fui coinvolto anche io.
Già da quasi un decennio, il Maestro aveva eseguito registrazioni in vari luoghi della regione raccogliendo una buona documentazione. La storia di Lucrezia ne era appunto un prezioso risultato. Come gli altri collaboratori, anch’io avevo alle spalle una simile esperienza, fatta nel corso delle feste popolari, dove mi ero soprattutto interessato del racconto agiografico e di quello fondativo dei santuari e delle stesse festività. Nel corso di queste prime ricerche avevo intessuto rapporti di fraterna amicizia con danzatori, musici, cantori che si sarebbero rivelati preziosi informatori per l’operazione che stavamo intraprendendo. Proprio in base a questi contatti, come zona su cui lavorare, mentre gli altri ricercatori si indirizzavano, nel casertano, nell’Irpinia, nel salernitano, nei paesi flegrei e in quelli della costa napoletana, scelsi l’area vesuviana. Mi trasformai in una specie di commesso viaggiatore della Tradizione andando ovunque e dovunque con un piccolo “Sony” a musicassette (le mitiche C 60).
E non mi limitavo alla zona prescelta – ricordo di mie registrazioni effettuate in Irpinia, o nella stessa area urbana di Napoli. Più di una volta vi andai in compagnia del Maestro. Mentre le registrazioni si accumulavano, prendemmo atto che la nostra ricerca era giunta appena in tempo prima della fine della Tradizione. Di questa consapevolezza rilevammo i motivi. I narratori contattati erano persone per lo più anziane, che, da decenni, non avevano più avuto modo di raccontare. Dunque, quello che si apprestavano a narrarci era per loro ormai un ricordo. La causa? Era perché si era perso il tempo del raccontare. Sapevamo benissimo che nella Tradizione non si raccontava sempre, ma solo e solamente quando era il momento giusto strettamente legato ai passaggi di stagione e alle diverse fasi e pause del lavoro della terra, alle feste, ai giorni tra il Natale e l’Epifania, nell’attesa del Carnevale, alle veglie dei morti, dei parti e dei matrimoni ecc. Solo in rarissimi casi e luoghi si continuava a ancora a raccontare. Vere e proprie oasi culturali non toccate dalle trasformazioni subite dalla società meridionale.
Un’eccezione, dunque, che confermava appieno la regola. E ci fece rendere conto che, una volta scomparsi i nostri narratori, la Tradizione del racconto si sarebbe definitivamente perduta. Non c’era molto tempo da perdere, dunque. In questo, la nostra fu una vera e propria operazione di salvataggio. E anche un paziente lavoro di riattivazione della memoria. Gli informatori risposero in maniera encomiabile, con grande disponibilità e rispettando rigorosamente i tempi per prepararsi a dovere per le registrazioni. In tal modo, molti di loro, ebbero a recuperare una straordinaria capacità mnemonica e narrativa, mostrandosi abilissimi, come virtuosi della parola e del suo sapiente uso. Erano, ritornati insomma, quel che erano stati anni addietro, i veri e i soli depositari della Tradizione. Cosa che confermò quel che noi ben sapevamo, e cioè che “solo pochi e soltanto pochi” sanno veramente “cuntare”. Ciò ci permise di avere il meglio della fiaba campana rimasta ai nostri giorni e a noi pervenuta in circa 500 cassette registrate. Un materiale vastissimo ma, ovviamente, non omogeneo, proprio rispetto alle registrazioni. Le qualità dei narratori differivano su molti punti, così come quella delle diverse versioni di uno stesso racconto. Scegliemmo quindi il meglio, lavorando affinché quel materiale fosse accessibile “nella forma scritta” alla più ampia platea di lettori possibile.
Venne così la pubblicazione dei Racconti e storie dei dodici giorni di Natale, (Napoli 1987). Il problema si pose anche con l’antica letteratura napoletana sul fiabesco, soprattutto riguardo la lingua (antico napoletano, termini ed espressioni desuete e da tempo dimenticate) nelle quali esse erano scritte e che rendeva difficile se non impossibile la loro fruibilità. In tal modo, mentre la ricerca proseguiva, si pubblicò la traduzione in napoletano moderno del fondamentale Cunto de li Cunte del grande e amatissimo Gian Battista Basile (Napoli 1989). Poi, nel ’91 terminarono le registrazioni. Si cominciò il lavoro di sistemazione finale di quanto sino ad allora era stato raccolto. L’ambizioso progetto di ricerca, cominciato quasi un ventennio prima, approdò nel ’94, alla pubblicazione di due corposi volumi editi da Einaudi: Fiabe Campane. I novantanove racconti delle dieci notti. Era la summa del nostro lungo viaggio nella fiaba popolare. Potevamo essere soddisfatti e orgogliosi del lavoro fatto.
Sotto la direzione del Maestro, avevamo recuperato una straordinaria messe di documenti, che, altrimenti, si sarebbe perduta. Avevamo salvato dall’oblio, le antiche storie delle principesse, degli orchi, delle fate, dei principi, delle matrigne, degli animali fatati, dei draghi, delle sirene, dei maghi, delle piante magiche, e delle più fantastiche avventure. Avevamo anche raccolto gran parte delle storie del leggendario Cunto de li cunte, testimoniando la sua presenza nella tradizione viva oltre trecent’anni dalla sua pubblicazione. Un segno che anche il suo grande autore, compagno della nostra ricerca che chiamavamo affettuosamente ‘O zi’ Giobatta, aveva raccolto i suoi cunti dalla Tradizione napoletana dei suoi tempi, proprio come avevamo fatto noi.
Riferimenti bibliografici
R. De Simone, Il Segno di Virgilio, Puteoli, Pozzuoli 1982.
Id., Racconti e storie dei dodici giorni di Natale, Il Mattino, Napoli 1987.
Id., Fiabe campane. I novantanove racconti delle dieci notti, Einaudi, Torino 1994.
G. Basile, Il cunto de li cunti nella riscrittura di Roberto De Simone, Einaudi, Torino 2002.
Roberto De Simone, Napoli, 25 agosto 1933 – Napoli, 6 aprile 2025.