L’aporia della complicità

di MATTEO ANGELO MOLLISI

Quel che resta di Baudrillard. Un’eredità senza eredi di Serge Latouche.

Jean-Baudrillard-1Appena uscito in traduzione italiana per Bollati Boringhieri, a due anni di distanza dall’edizione originale, quello di Latouche è un libro che ha l’indubbio merito di installarsi senza grosse riserve o timori sul terreno scomodo e paradossale cui il suo titolo rimanda. Paradossalità dovuta in primo luogo alla radicale e forse impareggiabile compresenza, a proposito dell’eredità di Baudrillard, da un lato di un trasversale riconoscimento del potenziale “ipercritico” di quella che è forse la più valida «ontologia dell’attualità» della nostra epoca (de Conciliis 2017) – come afferma lo stesso Latouche, Baudrillard è «il filosofo più originale della fine del XX secolo, quello che meglio ci permette di capire ciò che ci succede» (Latouche 2021, p. 16) – e dall’altro lato, rovescio della medaglia di questo stesso potenziale, della più intransigente e paralizzante disattivazione di qualsiasi dispositivo critico “frontale”, del rifiuto più netto di offrire una qualsiasi «istruzione per l’uso» o «chiave critica direttamente applicabile ad azioni di trasformazione» (ivi, p. 13). Aspetto, quest’ultimo, che a ragione Latouche individua come movente principale dell’ostracismo «ben specifico» di cui l’opera baudrillardiana, come ben sa chi la frequenta e la apprezza, è oggetto da parte del mondo accademico e non solo.

La pointe di quello che potremmo anche chiamare “affaire Baudrillard” è che la parabola biografica e intellettuale del nostro, che Latouche ci aiuta efficacemente a ripercorrere – dalla militanza para-situazionista e gauchiste alla condanna a priori di qualsiasi forma di militantismo, dal «radicalismo politico» al «radicalismo teorico» (ivi, p. 123), dalla teoria critica alla «teoria ironica» (ivi, p. 174) – riflette ed incarna meglio di qualsiasi altra l’aporia storico-culturale dischiusa da una forma di vita – tardo-capitalistica, neoliberale o post-storica che dir si voglia – la cui dinamica profonda consiste precisamente nel «precorporare» (Fisher 2018, p. 38), ossia nel modellare preventivamente, dissolvendone già sempre la gravitas nella parodia e la realtà effettuale nella diffrazione simulacrale, qualsiasi “alternativa”.

Posto, infatti, che il sistema attuale, come Baudrillard ha messo in luce con forza impareggiabile descrivendolo sotto l’aspetto della precessione del simulacro sul reale, ha già sempre condannato ad una “complicità” inemendabile tutte quelle forme di prassi che avanzano la pretesa di opporvisi, si tratta di rinunciare alla critica in favore di una diversa forma di prassi che si installi nel cuore di questa complicità, accettandone il rischio per così dire con lo stesso gesto con cui si apre ad un altrove “impossibile” (in quanto l’orizzonte del “possibile” è stato già saturato dal “reale”). Questo gesto, come Latouche coglie perfettamente, è quello della pratica non solo scritturale, ma anche fotografica di Baudrillard, testimonianza della «irriducibile complicità dell’uomo col mondo» (Latouche 2021, p. 89), e come tale di principio esposta al rischio di fatalismo, rassegnazione sarcastica, nichilismo passivo che l’assunzione di tale complicità comporta.

Rischio corso dal tono di sottile «apologia ironica» così tipico di Baudrillard, mosso da un’innegabile fascinazione da ciò da cui prende le distanze, e il cui «cinismo» vorrebbe essere «riflesso del cinismo dell’immagine stessa» (ivi, p. 104); rischio della sua forma poetica e frammentaria, nella cui pretesa di porsi come trascrizione dell’ironia oggettiva che Baudrillard credeva di leggere nello stato di cose può essere ravvisata «una certa pigrizia dello spirito» (ivi, p. 214); rischio della destituzione della sovranità del soggetto, della sua pretesa di dominio, controllo, potere, manipolazione, in favore del paradossale primato dell’oggetto ricercato da Baudrillard anche mediante la fotografia, espressione eminente di un certo sein lassen baudrillardiano e pratica par excellence della “reversibilità” da lui teorizzata, sbocco radicalmente impolitico del suo «animismo ironico» (ivi, p. 90). In linea col “poeta” heideggeriano, come giustamente nota Latouche (ivi, p. 209), Baudrillard lavora insomma alla disattivazione della dicotomia soggetto-oggetto, architrave della logica dialettico-critica assieme alla categoria di negazione, per farsi superficie sulla quale l’evento si possa riflettere, secondo la formula di Deleuze il cui comune motivo accelerazionista deve però rimandare ad una divergenza radicale della prospettiva baudrillardiana rispetto al carattere «iperpolitico» (Esposito 2020) della via deleuziana alla controeffettuazione.

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Florida (Baudrillard, 1990)

Di certo Latouche non trascura nel corso del libro di affrontare il lato “vizioso” di questa aporia di cui Baudrillard è il nome. Notoriamente tra i maggiori teorici della “decrescita”, e cioè di una forma di denuncia tutt’altro che rinunciataria nei confronti della possibilità di contestare frontalmente il sistema grazie a chiavi critiche ben specifiche (l’insostenibilità di un’ideologia della crescita infinita della produzione), Latouche prende a più riprese spunto dalle proprie vicende biografiche per muovere a Baudrillard, suo vecchio amico e compagno intellettuale, una serie di attacchi teorici. Riecheggiando la vecchia tematica critico-dialettica della reificazione, egli denuncia prevalentemente l’indebita trasposizione da parte di Baudrillard della sua brillante constatazione della scomparsa del reale, pienamente valida e anzi indispensabile come descrizione di una «dinamica storica», sul piano di una «posizione transtorica» (ivi, p. 190), vale a dire come metafisica eterna di un preteso stato di cose.

Latouche si volge a più riprese contro quello che a ragione riconosce come un «tratto ricorrente» di Baudrillard, come una matrice profonda del suo discorso: «Individuare una logica più o meno nascosta, spingerla al parossismo in forma ipotetica, per poi fare come se questa logica esacerbata fosse la nostra realtà, mentre è quello che potrebbe diventare se spinta alle sue estreme conseguenze» (ivi, p. 118). Questa logica per Latouche incontra un «punto cieco» ben specifico, e cioè quello della «questione ecologica», a suo avviso concepibile come «una realtà imbarazzante nell’universo dei simulacri» (ivi, p. 150), come un muro contro cui la virtualizzazione è destinata a infrangersi anziché, come nel resoconto baudrillardiano, ennesimo ed estremo esempio di recupero da parte del sistema.

Critica forse non del tutto a segno, si potrebbe argomentare, nella misura in cui, limitandosi ad appellarsi ad una dimensione del reale che la teoria baudrillardiana lascerebbe fuori dai propri schemi, Latouche trascura di porsi sul terreno fondamentale cui un simile attacco dovrebbe rivolgersi. Questo terreno è quello della “svolta performativa” che la grande filosofia continentale, prevalentemente sulla scorta di una decostruzione di un concetto adeguazionista e rappresentativo di verità (ossia come corrispondenza del pensiero alla cosa), ha conosciuto, riconfigurandosi in certe sue forme d’avanguardia, di cui Baudrillard è parte integrante, molto più come «ironico mito politico» (Haraway 2018, p. 39) o come theory fiction e narrazione più o meno fantascientifica che come discorso sullo stato di cose verificabile sulla scorta di quest’ultimo.

Come un discorso, per dirla in una formula, che prova a farci agire come se le cose stessero andando in un certo modo anziché preoccuparsi in prima istanza di riflettere il modo in cui le cose sono in sé, essendo lo stesso “in sé” molto più un effetto di certe pratiche e di un certo fare che un principio stabile e sostanziale in grado di guidarli. Ma nulla esclude che la critica di Latouche a Baudrillard possa essere d’ispirazione ad una critica di secondo grado che, con maggiore consapevolezza filosofica, si porti su questo piano, domandandosi se questa sorta di premeditatio finis in cui in definitiva la strategia baudrillardiana consiste rappresenti oggi il modo migliore di fare “come se”.

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Sainte-Beuve (Baudrillard, 1990)

Riferimenti bibliografici
E. de Conciliis, Editoriale. Lo specchio dell’ironia, in “Lo sguardo – rivista di filosofia”, N. 23, 2017 (I) – Reinventare il reale. Jean Baudrillard (2007-2017), pp. 5-14 http://www.losguardo.net/it/lo-specchio-dellironia/
R. Esposito, Pensiero istituente. Tre paradigmi di ontologia politica, Einaudi, Torino 2020.
M. Fisher, Realismo capitalista, Nero, Roma 2018.
D. Haraway, Manifesto cyborg. Donne, tecnologie e biopolitiche del corpo, Feltrinelli, Milano 2018.

Serge Latouche, Quel che resta di Baudrillard. Un’eredità senza eredi, Bollati Boringhieri, Torino 2021.

 

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