“Nonostante io conosca il viaggio e dove porterà, lo accetto. E ne accolgo con favore ogni momento”. È questa la frase che Louise Banks dice a Ian Donnelly quando sceglie di avere Hannah pur sapendo che morirà da piccola per una grave malattia. Arrival (2016) è un film fantascientifico che racconta la storia di un’umanità alle prese con una crisi. Dodici navicelle aliene sono atterrate sulla Terra senza alcun apparente motivo e bisogna scoprire cosa vogliono prima che la situazione precipiti. Questo compito è affidato alla linguista Louise Banks, la quale ha la missione di imparare a comunicare con gli extraterrestri per svelare le loro vere intenzioni. Si scoprirà, poi, che gli eptapodi sono venuti pacificamente per portare un dono all’umanità: il loro linguaggio, la cui specificità è quella di non seguire la linearità temporale del sistema percettivo umano. Imparare a scrivere e pensare come loro vuol dire vivere il rapporto con la temporalità non come se passato, presente e futuro si succedessero uno dopo l’altro, ma, invece, come se le tre dimensioni coesistessero contemporaneamente, con la possibilità, quindi, di vedere nel futuro. Ecco perché la scelta di Louise, riportata all’inizio, è ancora più potente. Sebbene il fulcro del film sia costituito dal linguaggio nel suo rapporto con la temporalità, in realtà, nel sottobosco della narrazione, è possibile rintracciare altri nodi problematici che contribuiscono a costituire un’atmosfera che rende questa pellicola una piccola perla nel panorama fantascientifico. Cosa fare nella crisi? Quale tipo di rapporto è possibile costituire con un’alterità completamente altra? Cosa accade quando l’umanità è posta di fronte alla sua finitezza? E cosa invece quando le si dà accesso all’infinito dei tempi? L’essere umano sceglierebbe nello stesso modo se fosse in grado di sapere prima quali conseguenze avrebbero le sue scelte? L’umano rimarrebbe comunque umano? 

Gli stessi problemi costituiscono l’atmosfera di Preludi. La filosofia e l’invenzione dei concetti di Ugo Perone. Questo breve testo si presenta come un’appassionata riflessione che, a partire dall’analisi dello stato attuale della filosofia e del nostro tempo, lascia intravedere un mondo di possibilità ancora tutte da immaginare. Il libro di Perone esplora, tra il passato e il presente, sette concetti filosofici più uno (essere, soggetto, verità, dialettica, differenza, crisi, finito/infinito, più quello di resistenza) e due intermezzi che hanno la funzione di riattualizzare e proiettare il ragionamento di volta in volta un passo ancora più avanti. 

L’attitudine di Preludi, come chiarito da Perone nell’introduzione, è caratterizzata da una tensione tra la crisi e la possibilità di viverla altrimenti, non semplicemente come un problema da risolvere o un particolare stato a cui bisogna in qualche modo adattarsi, ma invece come ciò che «possiede un potenziale di trasformazione che va messo alla prova» (Perone 2026, p. 84). La messa alla prova, in questo caso, avviene proprio tramite alcuni dei concetti fondamentali della storia della filosofia che vengono rimaneggiati per liberarli, in primo luogo, dalla connotazione aggettivante della doxa e, in secondo luogo, per restituirli alla loro funzione primitiva, quella di essere «marchingegni per scardinare la consequenziale ottusità del quotidiano, dove un evento succede a un altro senza dover dar conto della propria legittimità» (ivi, p. 14). Gli ultimi avanzamenti in campo tecnologico, l’esponenziale aumento della velocità con cui vengono prodotte le informazioni o la cosiddetta “fine della storia” hanno provocato le condizioni per far sì che, come in un eterno presente, il pensiero possa esercitarsi solo come un rispecchiamento acritico della realtà. L’obiettivo è, invece, la ricostruzione di uno spazio autonomo in cui al pensiero, e con esso in particolare alla filosofia, sia riaffidato il compito di superare l’immediatezza del dato affinché i concetti e le idee acquisiscano di nuovo quella dimensione riflessiva che permetteva di affinare un confronto critico con la vita. Insomma, nella vita uno scarto dalla vita che permettesse di vivere.

La ricostituzione di questo spazio, però, non può non passare attraverso una comprensione profonda del nostro presente. Le crisi economiche, politiche e sociali del nostro tempo, in realtà, non sono altro che manifestazioni fenotipiche di una crisi più profonda e genetica: la crisi del moderno e della modernità. Il moderno, per Perone, si costituisce a partire dalle Meditazioni metafisiche di Cartesio e dalla Fenomenologia dello spirito di Hegel. Nel primo caso, l‘operazione di rifondazione della filosofia del pensatore francese aveva condotto, attraverso il dubbio metodico, alla formazione di un soggetto che si dà come sostanza pensante e di un oggetto conoscibile grazie alla matematica e alla misura, nel quadro della mathesis universalis. Nel secondo caso, invece, Hegel prova a uscire dalla situazione di isolamento del soggetto cartesiano mettendo in luce la sua potenza di trasformazione e di cambiamento. Il risultato è sì un soggetto forte inserito nelle sue vicende storiche che, grazie alle progressive negazioni determinate, è in grado di riassorbire tutto ciò che lo circonda, ma 

è anche povero. L’altro, in quanto straniero, appare in primo luogo come terreno di conquista, luogo privilegiato dell’espansione dell’io. Come per le immense terre russe l’io si perde però in queste conquiste, poiché dell’altro non conquista che un io: un altro io, certo, ma pur sempre solo un io, un io però che è privo delle proprie specifiche qualità dal momento che nella conquista ogni differenza è azzerata e l’io assimila l’altro io a sé. L’io non giunge in tal modo a possedere l’alterità dell’altro, ma sempre di nuovo solo un io (ivi, p. 58).

Le seducenti promesse di una ricomposizione dell’assoluto della dialettica hegeliana mediante la costituzione di un soggetto forte con una capacità espansiva pressoché illimitata, però, non sono mai riuscite a rendere definitivamente conto del mistero dell’altro. Le filosofie della modernità di Barth, Levinas e Sartre, ad esempio, possono essere inquadrate in un filone di tentativi che prova a pensare la figura dell’altro nei termini di un tratto irriducibile a qualsiasi forma di Io. Sia che l’altro si presenti come Dio, come Volto o come una coscienza che espone costantemente l’Io al rischio di nullificazione, la posta in gioco non è più la riunificazione del tutto sul terreno ontologico dell’essere mediante una sostanza che si dà come spirito, ma la costruzione di una relazione etica con l’alterità. 

Sono due i punti principali che emergono da questa breve escursione nelle trame del moderno: la centralità del soggetto e l’impossibilità di pensare un soggetto assoluto, sciolto da qualsiasi tipo di relazione, sia essa pensata in termini dialettici che nei termini di una relazione con un’alterità irriducibile al soggetto. I due termini, però, non sono in una relazione armonica, ma, anzi, «il soggetto risulta definibile e chiaro finché è considerato per sé, come un termine assoluto. Ma già nella sua prima definizione, che lo pone a fondamento di altro, v’è incluso uno sbandamento che indica come dalla relazione non si possa prescindere. Ma la relazione è compimento o ferita, o insieme l’uno e l’altro?» (ivi, p. 41). È attorno quest’ultima domanda che le diverse declinazioni della modernità hanno provato a costruire un orizzonte di senso che permettesse all’umanità di orientarsi nel mondo. Il risultato della crisi di tali orizzonti è un mondo in cui «dell’alterità non vi è più traccia, ma neanche del soggetto. Insieme all’alterità anche l’identità è andata perduta. Ma questi smarrimenti non vengono avvertiti come drammatici; si è infatti piuttosto appreso a convivere con essi» (ivi, p. 81).

È proprio questa, dunque, la portata della sfida che ci troviamo ad affrontare e a cui Perone prova a dare una risposta. Sono principalmente due gli elementi che vengono in soccorso: il ricorso a un assolutamente altro nella forma della teologia e la relazione con il tempo. Il ricorso alla teologia rende possibile l’accesso al materiale di una disciplina che ha sempre avuto modalità e fonti diverse rispetto all’esercizio filosofico del pensiero; in particolare, è il mito biblico di Giacobbe e dell’Angelo a costituire il vero motore del ragionamento. La lotta tra l’uomo e l’inviato di Dio consente di pensare il soggetto come inseparabile tanto da una tensione che lo spingerebbe ad attraversare il fiume Jabbok, quanto da uno scontro per affermare la sua libertà all’auto-superamento. L’uso del tempo, invece, permetterebbe di legare il discorso ontologico sull’essere non a un piano logico, bensì a una dimensione etico-esistenziale mediante la nozione di durata. Se, infatti, non è più possibile pensare l’essere indipendentemente dalla temporalità, allora non si può prescindere dal fatto che l’essere deve essere definito a partire dalla sua permanenza nel tempo, la durata appunto. Il nesso con il piano etico-esistenziale si dà nella misura in cui, una volta che l’essere si manifesta a noi come durata, esso diventa anche «qualcosa che si impone come ciò che è degno di essere» (ivi, p. 114).

Come i logogrammi eptapodi sono il risultato della congiunzione di molteplici segmenti diversi, ognuno dei quali contribuisce a delineare la specificità del singolo logogramma, così anche Perone, in conclusione, giunge alla creazione del suo personalissimo logogramma: la resistenza. La proposta che emerge dalla crisi risponde a tre necessità diverse: «Il coinvolgimento esistenziale del soggetto che resiste e la consistenza di quella sostanza che resiste e dura; l’intreccio temporale tanto del soggetto quanto della sostanza, sì che dell’essere non può dirsi se non entro la dimensione del tempo; il dischiudersi di un’inattesa universalità che non ha più precipuamente forma logica, ma etica» (ivi, pp. 105-106). È nella resistenza, e con la resistenza, che è possibile aprire uno spazio per il pensiero in cui possa esercitarsi criticamente nei confronti della vita. La violenza di una situazione intollerabile, la vergogna per qualcosa che non sarebbe mai dovuto essere e la volontà di lottare affinché un bene si conservi nella storia aprono uno iato in cui è possibile resistere e praticare un esercizio del pensiero che non lo relega né a verità astratte né a essere il servo sciocco della prassi, ma che gli permetta, da un lato, di compiere un’analisi razionale della situazione e, dall’altro lato, di mettere in campo un gesto di libertà eticamente connotato. Solo così «il pensare avviene nella storia e se ne fa carico rispondendovi e provocandola e dalla storia, dalla memoria di un bene che in qualche modo si è esperito o che abbastanza a lungo si è desiderato, trae la forza per superare l’ottundimento dell’indifferenza e per osare un gesto di libertà» (ivi, p. 106).

Ugo Perone, Preludi. La filosofia e l’invenzione dei concetti, Mimesis Edizioni, Milano 2026.

Tags     Cartesio, Hegel, linguaggio
Share