Piero Guccione è stato indubbiamente uno dei maggiori artisti italiani della seconda metà del Novecento. Ad affermarlo sono stati alcuni dei principali intellettuali, scrittori, filosofi, critici e storici dell’arte degli ultimi decenni. Basti solamente pensare all’apprezzamento incondizionato di Susan Sontag, la quale disse di Guccione che fu il più importante artista italiano della sua epoca. Convinzione sincera, al punto da presentare con i suoi saggi la retrospettiva di opera grafica del 1985 presso il Met di New York, museo che tuttora conserva alcune sue incisioni, e la personale del 1989 alla James Goodman Gallery. Fino al 30 novembre presso il MACC (Museo d’Arte Contemporanea del Carmine) di Scicli, città natale dell’artista, è in corso una mostra antologica a cura di Nunzio Massimo Nifosì, regista e artista visivo che nel 2011 ha anche realizzato un mirabile e premiato lungometraggio sull’artista (Piero Guccione. Verso l’infinito). 

L’universo creativo di Guccione è ampiamente documentato attraverso un’antologica con ben sessanta opere tra dipinti, pastelli e opere grafiche provenienti dalle collezioni private di tutta Italia. Il sottotitolo dell’esposizione, La ricerca infinita, è molto eloquente perché mostra chiaramente l’intenzione del curatore di evidenziare la ricerca che il grande artista ha condotto fino agli ultimi giorni del suo lavoro. Il progetto curatoriale di Nifosì rivela un’identità forte e risulta molto coinvolgente. Entrando nelle “Stanze di Piero” – così sono stati battezzati i due spazi del museo dedicati all’artista – si ha come la sensazione di trovarsi immersi nell’universo cromatico e poetico di Guccione.

La prima stanza è infatti concepita come una grande installazione immersiva cromatica: un’unica macro-sequenza cinematografica montata, potremmo dire “proiettata”, lungo le quattro pareti dello spazio. La distanza tra un lavoro e l’altro, rispetto a un allestimento classico, è stata volutamente ridotta al minimo per dare al visitatore l’idea di opere-fotogrammi di una sequenza cinematografica, e la stessa è costituita da cinque micro-sequenze con cinque diversi titoli che campeggiano su ognuna di queste. Le opere, frutto di una rigorosa selezione del curatore, scandiscono i momenti più significativi e iconici della produzione dell’artista ibleo, offrendo al visitatore un’esperienza immersiva, affascinante e coinvolgente, in cui si percepisce con grande chiarezza la spinta intrinseca che ha guidato la sensibilità e la poetica di Guccione. Una ricerca infinita e verso l’infinito, all’insegna di una costante e progressiva rarefazione che, partendo dai primi lavori espressionisti di matrice baconiana (1960-1963), transita verso il lirismo urbano del ciclo Giardini e balconi (1964-1966). Sono questi gli anni della strettissima collaborazione con Guttuso, che mise Guccione sotto la sua ala protettrice e lo promosse negli ambienti artistici della Capitale.

Subito dopo, dal 1967, arrivano i capolavori in cui il paesaggio è mediato dal riflesso metallico del suo Maggiolino sul quale, come un occhio d’artista, o una coscienza riflessiva dentro il quadro stesso, il pittore filtrava la realtà, esibendo il mondo fibrillante tra natura e modernità tipico dei primi decenni dell’Italia post-bellica. Nonostante la permanenza a Roma fosse sentita inizialmente da Guccione come una necessità, essa andò via via scemando. La mostra dà conto anche di questa fase di transizione, di oscillazione tra la Città eterna e la Sicilia, conclusasi nella dedizione totale che l’artista ebbe nei confronti della sua terra d’origine, la sua Itaca, la quale, dopo il suo trasferimento definitivo nel 1979, acquistò i tratti indiscutibili di un inno. 

Della Sicilia Guccione seppe cogliere la sublime bellezza e, allo stesso tempo, la bruttezza e il degrado che tuttora la consumano, con quadri altamente simbolici che in parte richiamano Burri, in cui attraverso l’impiego della plastica come materia artistica l’intento dichiarato fu di denunciare l’inquinamento ambientale e la voracità degli imprenditori nei confronti della natura, assolutamente bistrattata e umiliata con il sistematico abbandono di rifiuti provenienti dalle serre. Significativa, inoltre, fu la sperimentazione dell’artista, anche con il pastello, che ha come oggetto il paesaggio ragusano, i monti Iblei, le distese di campi, i carrubi, a cui la mostra ha dato ampio spazio evidenziando il profondo afflato, quasi mistico-religioso, che Guccione nutriva per la physis. Esemplare, in tal senso, è il ciclo Dopo il vento d’Occidente, dedicato ai carrubi feriti da una devastante tromba d’aria che colpì le campagne ragusane nel 1984, segno evidente anche della sua profonda sensibilità ecologica.

La tensione di Guccione verso la natura vanta anche dei precedenti illustri. Furono molti gli artisti a cui si ispirò, ma riveste un ruolo indubbiamente decisivo Friedrich, del quale il pittore realizzò numerosi d’après dal titolo Omaggio a Friedrich, una meditata rivisitazione dei dipinti più celebri dell’indiscusso campione del Romanticismo tedesco. Guccione li realizza come se dovessero preparare idealmente l’ultima tappa della ricerca, quella che lo ha reso il pittore della luce, della sacralizzazione degli elementi e della materia. Segno di ciò è la memorabile incisione Il cuore freddo del mare, in cui quest’ultimo è indagato non nella sua assenza di vita ma come un luogo di profondissimo silenzio, calma e raccoglimento: è l’idea di un cuore che non conosce affanno e turbamento, bensì solo un’invincibile pace. Un’essenza che solo l’arte può rappresentare.

È qui, allora, che la mostra giunge al suo culmine, è qui che, idealmente, la ricerca sembra toccare quell’oggetto estetico-metafisico che l’intera opera di Guccione ha anelato lungo i decenni. Si tratta dei quadri che giustamente vengono considerati dalla critica come le vette pittoriche di Guccione, aventi tutti come tema indiscusso il mare. Per così dire, quello del mare fu un tema, ancora prima che naturalistico, della mente, un paesaggio del tutto intimo e interiore che però nella pittura flemmatica, meditativa e orante di Guccione si prende il proprio spazio, diviene idea esteriore, incarnata nella materia della pittura. Pur subendo grandemente l’influsso di Friedrich, l’ammirazione verso il quale è stata come detto notoria e decisiva, il pittore di Scicli ritrae il mare con un realismo che però, negli esiti, assume i tratti di una finissima e suggestiva iper-idealizzazione astratta, con una trama sempre più rarefatta e una verticalità che travalica l’orizzonte e sconfina nel cielo, nella luce. I quadri, infatti, sono assimilabili a vere e proprie cattedrali fluide collocate tra il marino e l’aereo, nel modo esatto delle cattedrali gotiche francesi nelle quali la verticalità era una ricerca dell’infinito e della divinità, mediata dalla luce di cui l’intero è inondato attraverso una sapiente gestione delle finestre e delle vetrate.

Dalla spiaggia, al mare, all’orizzonte, che trascolora in maniera finissima nel cielo, in una grandiosa gradazione di blu che rende, in definitiva, questi dipinti delle autentiche icone sacre, come se ci si trovasse, nell’atto di osservarli e di immedesimarsi in essi, dinanzi a pale d’altare in una cappella dell’immaginazione, in un iperuranio immanente e materiale. In una saletta della seconda stanza è collocata la videoinstallazione La Camera Picta, firmata da Nifosì, concepita come opera assoluta e multipla. La stessa, nei prossimi mesi, verrà infatti installata in diverse città quali Parigi, Milano, Roma, Palermo e Ragusa. La Camera Picta esprime la poesia, a tratti struggente, del lavoro dell’artista. Una visione espansa in cinque schermi, accompagnata da una colonna sonora, che consente allo spettatore un’immersione totale nell’opera e nell’estetica di Guccione, le quali non sono altro che forme di un profondo pensiero metafisico sulla realtà e sull’essere.

*Foto: © Gianni Mania

Piero Guccione – La ricerca infinita, a cura di Nunzio Massimo Nifosì, Museo d’Arte Contemporanea del Carmine, Scicli (Sicilia), 18 maggio 2025 – 30 novembre 2025.

Tags     paesaggio, Sicilia
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