Memorie di Adriana. Così si intitolava l’adattamento teatrale di Andrée Ruth Shammah tratto da una delle autobiografie di Adriana Asti, portato in scena in diversi teatri italiani. Prendo in prestito il titolo dello spettacolo per questo piccolo lemmario in ricordo di Adriana Asti, attrice, doppiatrice, interprete di teatro e cinema scomparsa a Roma il 31 luglio 2025, a 94 anni. Un pezzo volutamente randomico, costruito per voci, flash, frammenti, ritagli stocastici; un lemmario parziale e necessariamente incompleto che non vuole ricostruire in dettaglio la lunghissima carriera di un’attrice memorabile e poco etichettabile, ma piuttosto offrirne uno spaccato di complessità attraverso un puzzle di brani, ricordi, titoli e piccole schegge, selezione parziale di settant’anni di spettacolo internazionale.
Amore (e le altre)
Volti, corpi, sguardi, primi piani, figure che vagano per strade di provincia o si adagiano mollemente in appartamenti borghesi. I personaggi incarnati e interpretati dall’attrice sul grande schermo: dalla prostituta Amore in Accattone (Pasolini, 1961), all’omonima Adriana nella Meglio gioventù di Giordana (2003). In mezzo donne nevrotiche, dolcissime, sensuali, disinibite, figlie della crisi, madri dolorose o assenti: Gina in Prima della rivoluzione (Bertolucci, 1964), Lila in Ludwig (Visconti, 1973), Palma in Gran bollito (Bolognini, 1977), Teta nell’Eredità Fieramonti (Bolognini, 1976), la pianista nuda Marguerite nel Fantasma della libertà (Le fantôme de la liberté, Buñuel, 1974), la zia Elisabetta in Nipoti miei diletti di Rossetti (1974), la madre di Pasolini, Susanna, in Pasolini di Abel Ferrara (2014).
Brass
Asti non ha mai nascosto una grande stima, ricambiata, per Tinto Brass, che amava come regista, artista e uomo: recitò nel suo Caligola (1979), nel ruolo di Ennia, e poi in Action (1980), nel ruolo della gestrice di una pompa di benzina in cui si imbattono i protagonisti Bruno (Luc Merenda) e Ann (Paola Senatore). L’attrice ha spesso narrato il gustosissimo aneddoto della chiusura, improvvisa e definitiva, della trasmissione che Asti conduceva sulla RAI alla fine degli anni ’70, Sotto il divano, dovuta proprio alla partecipazione del regista. Ospite di una puntata, Brass rievocò dei versi di una poesiola in dialetto veneziano, che provocarono gli strali della censura e la morte del programma: «Le rose vien de maggio, le viole vien col giasso, la mona vien col casso. Ogni fior la sua stagion».
Corpo
La diva ha raccontato svariate volte che al momento della sua nascita il medico esclamò, quando la vide: «Che muster d’una tusa!», che mostro di bambina. Nata sotto il segno della bruttezza, ebbe da sempre un rapporto controverso con la corporeità e con la sua immagine. Riflettere sulla recitazione e sul divismo di Asti non è possibile senza prendere in considerazione la questione della corporeità e della nudità. Asti non si è mai sottratta al nudo: per diversi anni della sua carriera fu una vera e propria cifra stilistica, divenendo simbolo di trasgressione, libertà, emancipazione. Dal nudo teatrale con Visconti, in Old Times di Pinter, al Fantasma della libertà di Buñuel, ai molti ruoli in film di genere e commedie erotiche che ne hanno mostrato lati recitativi inediti, permettendole di divenire anche una diva erotizzata, fino a posare per servizi fotografici su riviste erotiche e maschili. Memorabile un servizio fotografico di nudo integrale comparso sul mensile della Tattilo Editrice Playmen, nel luglio 1975, dal fenomenale titolo «Asti spumante», dove l’attrice nuda è fotografata da Pietro Pascuttini con il suo inconfondibile caschetto, in mezzo a pizzi, lenzuola, merletti.
Film popolari
Adriana Asti e la sua trasversalità recitativa. In grado di attraversare il teatro colto del ‘900 e buona parte del cinema d’autore, l’attrice non ha rifiutato ruoli e personaggi in film popolari e di genere. Il decennio dei ’70 fu in assoluto il più libero per la diva: quasi sempre in ruoli secondari ma rimasti nella memoria, partecipò a capisaldi della commedia erotica nostrana, come Homo eroticus (Vicario, 1971), La schiava io ce l’ho e tu no (Capitani, 1973), Paolo il caldo (Vicario, 1973), fino a interpretare personaggi in diversi filoni del cinema di profondità di quegli anni. Il decamerotico (Le notti peccaminose di Pietro l’Aretino, Scarpelli, 1972), la commedia erotica famigliare (Nipoti miei diletti), il filone reichiano (Conviene far bene l’amore, Festa Campanile, 1975), incursioni e deviazioni: Il trafficone (Corbucci, 1974), Zorro (Tessari, 1975), Chi dice donna dice donna (Cervi, 1976), Maschio latino… cercasi (Narzisi, 1977).
Giorgio (Ferrara)
Conosciuto su un aereo (diretto negli Stati Uniti) e mai più lasciato, Giorgio Ferrara fu l’ultimo marito dell’attrice (che era già stata sposata con il pittore Fabio Mauri, dal quale divorziò appena fu introdotto il divorzio in Italia), di 16 anni più adulta di lui. Compagno di vita (sposato nel 1982) fino alla sua scomparsa, nel 2023, ma anche compagno di lavoro: Ferrara la diresse in Un cuore semplice (1977), nella miniserie televisiva Addavenì quel giorno e quella sera (1979), in Tosca e altre due (2003), e nello spettacolo teatrale Trovarsi di Pirandello (1981).
Milano
Adriana Asti, nata Adelaide Aste, milanese. Nella sua autobiografia ha scritto:
Amo Milano, i suoi cortili nascosti, i tram, la nebbia che ormai è quasi scomparsa […]. La nebbia non verrà più. Peccato. Ma la trovo sempre bellissima, anche se siamo in pochi a pensarlo. I milanesi si adattano al mondo intero perché sono abituati a questa valle del Po così grigia: tutto sembra loro più luminoso. Milano è una città per cui la sola idea di sapere che esiste mi conforta. È la “mia” città, dove sono nata e cresciuta. Se penso a Milano, la prima immagine che ho di me è da bambina ai giardini pubblici in una grande carrozzina blu. […]. Farmi portare a spasso per i giardini mi piaceva moltissimo. Tanto che, in seguito, ho sognato spesso di andare in giro per la città distesa su un letto viaggiante, tra l’ammirazione generale.
Occhi
Uno dei segni più riconoscibili, sul piano fisico ed espressivo, della recitazione teatrale e cinematografica dell’attrice, è rappresentato dai suoi occhi. Occhi mobili, talvolta incaricati di esprimere stupore e meraviglia, talvolta delegati al racconto del desiderio, spesso vocati al mistero.
Nelle performance il volto è spesso leggermente inclinato verso il basso per permettere agli occhi di ingrandirsi ancora di più, spingendosi verso l’alto: così avviene in Prima della rivoluzione, Gran bollito, Che cosa sono le nuvole? (ep. di Capriccio all’italiana, Pasolini, 1968).
Quegli occhi me li sono trovati davanti un giorno del 2018, mentre intervistavo Asti sul suo divano di casa, a pochi passi da Trinità dei Monti. Il cagnetto si era accoccolato sopra di me, ricoprendomi di peli, mentre Adriana Asti mi portava il caffè, in tuta. Quegli occhi grandi che non erano solo un carattere somatico, ma che esprimevano e rappresentavano una maniera di stare in scena, e quindi di vivere.
Prima della rivoluzione
Il ruolo cinematografico forse più indimenticabile della lunga carriera dell’attrice è quello di Gina in Prima della rivoluzione (1964), film pre-sessantottino e in pieno stile Nouvelle Vague di Bernardo Bertolucci. Un personaggio moderno e contraddittorio, affascinante e malinconico. La zia, da anni a Milano, che rientra in famiglia a Parma e si innamora del nipote Fabrizio (Francesco Barilli), impegnato nelle sue lotte (politiche e individuali) per emanciparsi dalla famiglia borghese. Bertolucci, all’epoca compagno dell’attrice, la riprende e omaggia in continui primi e primissimi piani, che ne esaltano lo sguardo indagatore, profondo, ammaliante. Come nella sequenza che la vede nella camera da letto della casa di Parma, appena rientrata da Milano, mentre si toglie il cappotto e rimane con il suo vestito bianco sdraiata sul letto candido, in mezzo a foto d’infanzia e giovinezza (alcune della stessa Asti) sparse intorno a lei. O nel ballo con l’innamorato Fabrizio, il giorno di Pasqua, mentre l’attrice viene esplorata dalla macchina da presa in piano ravvicinato, sulle note della canzone Vivere ancora di Gino Paoli: il volto radioso e al contempo lontano, le palpebre che si socchiudono improvvisamente, il sorriso che nasce e si spegne, a esprimere un caos e un’imprevedibilità difficilmente eguagliabili: «La vita non è ordine, guai se lo fosse» dice Gina. La zia ritornerà a Milano, mentre il nipote Fabrizio si sposerà con una coetanea, rampolla della buona borghesia della città. «Cosa credi di fare, la rivoluzione?» aveva detto al giovane il suo migliore amico, Agostino, poco prima di uccidersi.
Ricordi, o Recitazione
Asti amava ricordare. La sua autobiografia, scritta per Mondadori nel 2017 (Un futuro infinito. Piccola autobiografia), è un gioiello di intelligenza, nostalgia, ironia, guizzo di vivere. Così come il libro autobiografico scritto insieme a René de Ceccatty (Se souvenir et oublier, tradotto nel 2016 con il titolo Ricordare e dimenticare), poi in parte adattato da Shammah nello spettacolo Memorie di Adriana. Ricordi, senza reticenze, di incontri, disagi, voglie di fuga, problemi d’ansia e di panico, della terapia (e dell’amicizia) con Cesare Musatti, delle frequentazioni e degli amori. Ma soprattutto ricordi sull’arte di recitare. Era arrivata al teatro, come ammetteva lei stessa, senza capacità, e senza il sacro fuoco dell’arte: aveva seguito il sogno della recitazione per fuggire da casa.
Nello spettacolo di Shammah, in terza persona, racconta che «non è mai stata affascinata da se stessa, o forse troppo. Voleva soltanto essere qualcun altro. Quando ha deciso di fare del teatro è stato per condurre un’altra vita. Ha cercato una strada dove sentirsi al suo posto. Lei ama soltanto la vita illusoria, sospesa che hanno gli attori».
Teatro
Dal Crogiuolo di Miller, con la regia di Visconti (1955), si inaugura un fondamentale sodalizio tra l’attrice e il regista. Ma da ricordare è anche il legame artistico dell’attrice con Missiroli (Les bonnes, Genet, 1980), Strehler (Elisabetta d’Inghilterra, Bruckner, 1952), Gassman (Questa sera si recita a soggetto, Pirandello, 1962, o Mito e libertà, 1962), Shammah (La Maria Brasca, Testori, 1992), Squarzina (autore con Vico Faggi del Rosa Luxemburg, 1976).
Ti ho sposato per allegria
Nel 1966 Natalia Ginzburg, amica di Asti, scrisse e pubblicò per l’attrice una commedia in tre atti, Ti ho sposato per allegria. La commedia debuttò al Teatro Gobetti di Torino il 14 maggio dello stesso anno con la regia di Luciano Salce. Protagonista è Giuliana, una donna profondamente in crisi, abbandonata dal compagno mentre si scopre incinta. L’anno successivo Salce (insieme allo sceneggiatore Sandro Continenza e alla stessa Ginzburg) traspose la commedia in un film dal titolo omonimo, con protagonisti Monica Vitti nel ruolo di Giuliana e Giorgio Albertazzi nel ruolo del co-protagonista Pietro.
Sotto il divano
L’unica trasmissione televisiva di cui è stata conduttrice fu Sotto il divano, talk show andato in onda sulla RAI dal 18 giugno 1979 e chiuso improvvisamente dopo la partecipazione di Tinto Brass. La prima puntata ospitava Antonello Trombadori, giornalista e all’epoca deputato del PCI, l’attrice Sylva Koscina e il poeta Dario Bellezza.
Nella sigla di apertura Asti appariva addormentata su un grande divano; un prato finto, sintetico, e un fondale con un cielo azzurro erano le uniche coordinate visive a cui il telespettatore poteva appigliarsi sui titoli, mentre pecore vive entravano in scena e attraversavano tutto lo studio. Le scene, realizzate da Pier Luigi Pizzi, prevedevano pecore di cartone sparse per lo studio e ampie poltrone in lana di pecora, per far accomodare la conduttrice e i tre ospiti della puntata.
Voce
Asti possedeva una voce aperta, a inizio carriera dall’inconfondibile inflessione settentrionale e negli anni della maturità resa ancora più avvolgente e pastosa dalle infinite sigarette. Una voce in grado di rendere ugualmente realistiche e profonde le note stridule della gaiezza e quelle straziate del dolore e della nevrosi. La voce non ha soltanto accompagnato i ruoli recitati dalla diva, ma si è anche congiunta con i corpi delle attrici che ha doppiato nella sua lunga carriera. È stata la voce, tra le altre, di Claudia Cardinale (Vento del sud, I delfini, La ragazza con la valigia), Catherine Spaak (I dolci inganni), Stefania Sandrelli (La bella di Lodi), Jacqueline Sassard (Guendalina, Estate violenta), Marisa Allasio (Susanna tutta panna), Lea Massari (I sogni nel cassetto), Magali Noël (Amarcord), Claire Bloom (Il maestro di Vigevano), Emmanuelle Riva (Le ore dell’amore).
Postilla finale
Cene
«Credo che morirò durante una cena noiosa. Sono pericolose le cene».
Adriana Asti, Milano, 30 aprile 1931 – Roma, 31 luglio 2025.
*Foto di Maurizio Pusceddu.