Io sono Giorgia

di DARIO CECCHI

Piccola fenomenologia di Giorgia Meloni.

Prima di addentrarmi in considerazioni, forse un po’ spericolate, sullo stile comunicativo di Giorgia Meloni, sento il dovere di fare due premesse. La prima è che condivido l’opinione di chi è scettico riguardo al tentativo di portare il confronto tra destra e sinistra nella campagna elettorale alla dicotomia fascismo/antifascismo: proverò a spiegare perché. La seconda premessa è che, almeno sul piano della produzione di nuove forme di comunicazione, la destra, da Berlusconi a Meloni, passando per Salvini e Trump, si è spesso rivelata più creativa della sinistra negli ultimi decenni; si tratta ovviamente di un giudizio che esula dai valori portati avanti da questa corrente politica. Una rapidissima rassegna dei modelli precedenti può aiutare a capire ciò che Giorgia Meloni non è sul piano della comunicazione. Berlusconi è in sostanza un piazzista e vive ancora nell’epoca della televendita: riassume in modo esemplare il personaggio la scena di Loro 2, in cui Sorrentino lo immagina di notte, nella villa in Sardegna, che si risolve a “riscendere in campo” dopo essere riuscito a vendere un’immaginaria villetta unifamiliare in un quartiere di prossima costruzione alla periferia di Milano a una sconosciuta signora, pescata a caso dall’elenco telefonico.

Se oggi nelle sue “pillole social” appare invecchiato e fuori moda, come fanno notare gli analisti, fa l’effetto di un Giorgio Mastrota che nel frattempo è diventato Nonno Ugo e non vende più materassi (evocazione erotica della giovinezza), ma comode poltrone elettriche (evocazione di una tranquilla senilità). Salvini, senza più sventolare il rosario, continua a credere che gli immigrati un giorno ci chiederanno di toglierci le scarpe come in moschea prima di entrare in chiesa, e forse interdiranno il consumo di culatello: la sua è una predica per una crociata contro eretici e infedeli. Trump fa sognare un’America dove avere successo significa prevalere sul nemico e abbatterlo: prima di entrare in politica, l’immobiliarista newyorkese di dubbio successo ha condotto il fortunato reality The Apprentice, in cui è diventato famoso con la frase “you are fired!” (sei fatto fuori!), rivolto ai concorrenti perdenti. Si può dire che Berlusconi è ancora moderno come la pubblicità: ha fiducia nel fatto che esiste un referente-mondo manipolabile. Salvini è premoderno come può esserlo un predicatore della Controriforma, perché crede nel potere salvifico della fede che converte: Trump è postmoderno come una parte della narrativa americana (la più amata dalla critica): per lui non esistono fatti, ma solo parodie.

Lo stile comunicativo di Meloni si distingue da tutti questi modelli. Più che fascista o postfascista, il suo linguaggio esprime un sentimento radicalmente conservatore. Si tratta prima di tutto di un conservatorismo culturale, che tocca il fondamento simbolico della società. La polemica sulla fiamma nel logo del partito, lo scivolone sulle “devianze”, la pubblicazione del video di una violenza contro una donna sono tutti tentativi di trovare simboli capaci di catalizzare un consenso. Consenso che, è bene ribadirlo, va oltre i programmi: si tratta di ritrovare simboli comuni, non di occuparsi della “cosa pubblica”. Su quest’ultimo punto si potrebbe aprire un interessante dibattito sulla fascinazione della classe operaia per il sovranismo e sui fraintendimenti alla base di questa fascinazione. Si potrebbe anche discutere sull’effettiva attribuzione di questo o quello slogan, di questa o quella uscita mediatica alla Giorgia Meloni reale, alle sue idee e alle sue convinzioni. Fatto sta che il leader politico, specialmente in campagna elettorale, è l’Autore Modello perfetto: il personaggio in carne e ossa non può sottrarsi alla responsabilità su quanto dice o mostra la macchina narrativa che ha generato. Meloni lo sa e non si tira indietro.

La mia tesi è che il pensiero di Giorgia Meloni, come tutti i pensieri conservatori, è attraversato dall’angoscia per la sparizione dei simboli. Per dirla con Jean Baudrillard, è l’angoscia del venir meno di quello “scambio simbolico” tra la collettività e un’istanza superiore e trascendente, garante del senso della vita e dell’esperienza che viviamo. Questo scambio è necessario, perché attesta la gratificazione-gratitudine per un dono incommensurabile a qualsiasi risposta umana: a gratificare è proprio l’eccesso di senso dato alla vita umana. Dio, l’iper-simbolo per eccellenza della nostra cultura monoteista, ci dà la vita come bene supremo: è un dono così superiore a ogni possibilità di “contro-dono” che solo il rispetto della Legge divina (vivere secondo il Suo insegnamento) dà speranza di vivere in modo giusto. Nel conservatorismo politico di Meloni, il simbolo si ripresenta però come un fantasma: può trattarsi del mito dell’eroe sconfitto e ormai rimosso (la fiamma, la bara del duce); dell’elevazione sacrificale della vittima (la donna stuprata); dell’evocazione di un simbolo negativo, demoniaco, che corrompe le vite, specie dei giovani (la devianza): in ogni caso non si tratta di glorificare la forza dei simboli, ma di denunciare l’imminenza della loro scomparsa.

Anche sul tema dell’immigrazione, interpretata più o meno velatamente attraverso la cosiddetta “teoria della sostituzione”, non la attraversa l’angoscia di ritrovarsi a vivere in un popolo di miscredenti, come accade a Salvini. L’angoscia di Meloni è che un giorno fare il presepe smetta di essere un fatto simbolico collettivo e diventi un mero gesto folkloristico o un atto di devozione privata. Di fronte a un simile linguaggio, portare la discussione sul terreno dei valori democratici e dell’eredità dell’antifascismo non serve, perché la partita si gioca su un altro piano. Si dovrebbe piuttosto riconoscere nel conservatorismo di Meloni un effetto perverso della modernità: si tratta di cogliere in esso l’incapacità di offrire una risposta autentica a un processo in atto da due millenni, cioè da quando il monoteismo cristiano ha preso forma e ha progressivamente assorbito la cultura occidentale all’interno dei propri schemi.

Si tratta di riconoscere che, chiamiamola con un termine giornalistico, la deregulation del simbolico è cominciata da quando il dio di Gesù è diventato il dio degli occidentali. La deregulation non porta all’abolizione del presepe: ha inizio con l’evento di cui il presepe è rappresentazione. Le parole che Maria rivolge a Elisabetta, quando quest’ultima la saluta come Madre di Dio, sono l’annuncio programmatico di questa deregulation: «L’anima mia magnifica il Signore. […] Ha spiegato la potenza del suo braccio, ha disperso i superbi nei pensieri del loro cuore; ha rovesciato i potenti dai troni, ha innalzato gli umili» (Lc 1, 447-52).

A dispetto di certa retorica cattolica, che vede in queste parole soprattutto un’esaltazione della povertà come via verso la santità contro il peccato della ricchezza, esse parlano di un’epoca in cui nessuna potenza simbolica – nemmeno quella dei sacerdoti e dei pontefici, dirà a secoli di distanza Lutero – è più garantita in eterno. La “precessione dei simulacri” che attestano l’esistenza di un ordine simbolico può essere revocata in ogni momento, perché questa è la logica del nuovo ordine simbolico istituito dal monoteismo cristiano. Il conservatorismo di Meloni è un gesto di denegazione di una deregulation già avvenuta nel campo del simbolico. Una politica radicalmente anticonservatrice dovrebbe forse partire da questo punto e chiedersi a quali condizioni sia possibile pensare il simbolico non più come dono, ma come assunzione di un compito.

Riferimenti bibliografici
J. Baudrillard, Power Inferno, Raffaello Cortina, Milano 2003.
U. Eco, Lector in fabula, Bompiani, Milano 1979.

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