Chissà cosa avrebbe pensato e scritto sulla rivoluzione dell’IA e le sue conseguenze Mario Perniola, di cui è stato appena ripubblicato in una nuova edizione il suo libro forse più noto e di successo, Il sex appeal dell’inorganico. Di sicuro questa rivoluzione non l’avrebbe colto di sorpresa, dal momento che tutto il suo lavoro filosofico è stato da sempre animato, da un lato, da una insaziabile curiosità intellettuale verso i più diversi fenomeni emergenti della cultura e della società contemporanea e, dall’altro, soprattutto, dall’intento di decostruire quella dimensione dell’autentico e del vitalistico, quel pathos soggettivistico e personalistico che ha dominato nella tradizione filosofica moderna e ha imposto anche nell’estetica un modello ermeneutico basato sul primato dell’io senziente e sui principi del piacere e del gusto personali. In opposizione al soggettivismo modernista e all’edonistico “io sento”, nelle forme culturali attuali dell’esperienza Perniola ha piuttosto ravvisato l’emergere di un sentire altro, di un impersonale si sente, che sembra prefigurare esattamente l’odierno impatto dell’intelligenza artificiale.
Ricordiamo che la prima edizione del volume risale agli inizi degli anni novanta (1994), sono dunque gli anni della digitalizzazione e dell’ipertecnologizzazione della società, della realtà virtuale e della cibernetica, del successo della letteratura di fantascienza, della cultura cyberpunk, del Post-Human, in cui il paradigma soggettivistico, insieme alle tradizionali categorie estetiche di piacere e di gusto, di sentimento e di giudizio, appaiono inutilizzabili per comprendere i fenomeni complessi e differenziati, le esperienze insolite e perturbanti che caratterizzano la sensibilità, le pratiche artistiche e il sentire contemporaneo, ormai sempre più caratterizzati dalle contaminazioni e dagli scambi, dall’esteriorità e dall’artificialità, ma soprattutto dalla progressiva indistinzione tra animato e inanimato, tra organico e inorganico, tutti tratti che oggi ci sembrano così familiari in seguito alla rivoluzione dell’IA.
La strategia decostruttiva è fondamentale in questo importante e discusso lavoro di Perniola, la cui finalità ultima è quella di riconfigurare la tonalità emozionale di fondo del nostro tempo, di capire dove e come si manifestano queste nuove forme della sensibilità in cui le macchine sembrano diventare vive e animate e gli umani sembrano diventare macchinici e artificiali, per così dire, come è evidente, per esempio, nei romanzi e nei film di Ballard e Lovecraft, di Lynch e Cronenberg. Come è evidente anche in un autore, oggi finalmente al centro dell’attenzione, come Mark Fisher, il cui “materialismo gotico” si pone esattamente su un piano che attraversa la distinzione fra vivente e non vivente, animato e inanimato.
Da questo punto di vista è ancor più significativa la prefazione del libro affidata a Timothy Morton, il teorico degli “iperoggetti” e degli “iposoggetti” che ripensa in maniera radicale il rapporto tra soggetto e oggetto, umano e non umano, critico nei confronti di ogni visione antropocentrica e rigidamente dualistica e che invita a pensarci come cose in un mondo costituito da infinite altre cose. E siamo così esattamente a quanto sosteneva Perniola nel suo libro, che il filosofo inglese, tuttavia, non cita mai nei suoi studi e non sappiamo quanto effettivamente conosca, ma che qui nella prefazione si pone sulla sua stessa lunghezza d’onda e dimostra di apprezzare.
Secondo Perniola, infatti, il sentire odierno non si presenta più, come avveniva in passato, in connessione con la nozione di piacere, legato quindi ad un “sentire dal di dentro”, espressione di un soggetto senziente e centrato in sé, ma in connessione con la nozione di “eccitazione”, caratterizzato pertanto da un “sentire dal di fuori”, un sentire spinto fuori, all’esterno, estraneo al soggetto, collocato in uno spazio neutro, impersonale. Quella che si impone al sentire odierno è così un’esperienza radicale ed estrema, che si manifesta – scrive Perniola – nel «darsi come una cosa che sente e prendere una cosa che sente» (2026). A questa esperienza straordinaria, peculiare del nostro tempo, sulla scorta del Benjamin dei Passages, egli ha dato così il nome di sex appeal dell’inorganico, nascendo infatti dall’incontro tra gli opposti rappresentati dalla potenza, dal coinvolgimento della sessualità e dall’astrazione, dal distacco della filosofia.
Se nulla di più lontano separa la filosofia dalla sessualità, l’azzardo filosofico, la sfida che Perniola ha fatto propria consiste nel tentativo di accostare questi due ambiti, al fondo accomunati da una stessa tensione verso l’eccesso, verso la trasgressione, che spinge da un lato la riflessione filosofica a transitare in dimensioni effettive, reali, sospendendo in tal modo il suo proverbiale distacco speculativo e, dall’altro, l’esperienza sessuale a darsi in una forma neutra ed impersonale, che mette tra parentesi la sua invincibile potenza libidica. Filosofia e sessualità vengono così ad essere accostate perché oggi sia l’una che l’altra giungono a fare esperienza di ciò che è sempre stato loro opposto e inaccessibile, vale a dire il modo di essere dell’inorganico, il mondo della cosa. A questa forma di sessualità neutra, che implica sì una sospensione del sentire personale, ma non un annullamento della sensibilità o la caduta di ogni tensione, si accede tuttavia solo a condizione che ci si liberi anzitutto dall’orgasmomania, cioè da una concezione della sessualità ridotta a mero godimento soggettivo.
La sfida che dunque ci attende è quella di riuscire a pensare una nuova dimensione della sessualità, emancipata da una forma meramente naturale e dunque in relazione col pensiero, con la conoscenza: una sessualità quindi neutra, inorganica, propria del sentirsi come una cosa che sente, in cui però non vi è alcuna caduta di tensione, ma solo spostamento e sospensione di ogni concezione strumentale dell’eccitazione sessuale, non più finalizzata al piacere e all’orgasmo, ma decentrata e sospesa in un’eccitazione infinita, sempre rinascente, che non si cura della bellezza, dell’apparenza sensibile, dell’età, delle forme. Solo la filosofia consente, infatti, di avvertire e di valorizzare pienamente la forza trasgressiva dell’idea di sentirsi come una cosa che sente. Ma, precisa Perniola, «quando dico che l’uomo è una cosa che sente, a prima vista estinguo, ottundo e spengo il sentire, o almeno gli tolgo la vivacità, il brio, la flagranza, ma dall’altro promuovo il suo estremo acuirsi, lo rendo simile a una punta, a un ago, a una spada» (ivi, p. 8).
Ed è allora lungo questa strada che si colloca con coerenza tutto il pensiero di Perniola, che sulla scorta dell’idea dell’impersonalità del pensare opposta al soggettivismo di tipo moderno, intende far valere l’impersonale si sente rispetto all’edonistico io sento, mettendo in evidenza ancora una volta non solo quel principio di decostruzione dell’autentico, del personale e del vitalistico, di cui parlavo all’inizio, ma anche una sorta di logica della perversione, dell’alterità e della differenza da sempre operante nel suo pensiero, per la quale ciò che conta non è mai la dimensione ineffabile della purezza, dell’origine, dell’interiorità, del genuino, quanto piuttosto l’ibrido, il contaminato, il replicato, la ritualità, l’esteriorità. Siamo così lontani dal mondo attuale?
Riferimenti bibliografici
M. Fisher, Materialismo gotico, Einaudi, Torino 2026.
T. Morton, Iperoggetti. Filosofia ed ecologia dopo la fine del mondo (2013), Nero Edizioni, Roma 2020.
Id., Ecologia oscura. Logica della coesistenza futura (2016), Luiss University Press, Roma 2022.
Id., Dominic Boyer, Iposoggetti. Sul diventare umani (2021), Luiss University Press, Roma 2022.
Mario Perniola, Il sex appeal dell’inorganico, prefazione di Timothy Morton, introduzione di Enea Bianchi, Mimesis, Milano 2026.