Quando si ricorda un autore attraverso certe sue date significative come la nascita o la morte, è facile cadere nella trappola del ritratto apologetico, quello che ne esalta le doti, la genialità dell’opera, l’incomprensione dei contemporanei. Non sfugge a questa retorica celebrativa nemmeno chi si accosta all’autore in questione con lo sguardo del critico disinteressato, che, con acribia filologica, disseziona l’oggetto del proprio studio da una distanza per così dire siderale, e nemmeno chi ne parlasse includendo nel ritratto anche i difetti del carattere e le bassezze di comportamento eventualmente presenti nella vita privata, come se da questo sguardo “ravvicinato”, umano troppo-umano, derivasse una maggiore oggettività e dunque una maggiore affidabilità di giudizio. Per ridurre, almeno, un simile rischio occorrerebbe, in realtà, evitare lo sguardo frontale, che mette in posa il suo soggetto, lo fissa e ne blinda, volente o nolente, i lineamenti del volto e dell’opera.
In particolare nel caso di Jung un punto di vista del genere esce sopraffatto dall’impresa di ritrarlo, accecato dai mille riflessi che la sua figura già emana per proprio conto: un’esistenza da pioniere, posta agli esordi della psicoanalisi, da cui poi si distacca con un “sistema” autonomo; un’opera poderosa, con scritti, corrispondenze, corsi ancora in via di pubblicazione; una grande versatilità creativa, con dipinti, sculture, disegni di ottima fattura, che hanno fatto parlare di lui come di un “artista” ancora da scoprire ; una cospicua varietà di interessi e un immenso arco di esplorazione in ambiti desueti ed esotici, poco “moderni”, con, in primo piano, l’oriente, il sacro, la mitologia, la simbologia alchemica, persino la parapsicologia e gli Ufo. Quale “primo piano” non scadrebbe qui nell’agiografia o nel puro culto della personalità?
Neanche lo “sguardo laterale”, obliquo, è del tutto al riparo da una simile caduta. Lo sguardo obliquo è quello che ritrae il suo oggetto solo a patto di svilupparne tutte le corrispondenze implicite con gli orientamenti dottrinali concomitanti. I concetti di un determinato autore ricevono così valore e legittimità solo se coadiuvati e spiegati dalla presenza di concetti analoghi in altri autori, solo se messi in relazione con sistemi di pensiero paralleli. Mostrare le corrispondenze con Freud, Klein, Winnicott, Bion o Lacan, per esempio, è stata, ed è ancora, una via che molti junghiani seguono per accreditare il pensiero di Jung, soprattutto in ambito clinico, e sottrarlo dall’isolamento in cui lo hanno posto certi aspetti auratici della sua figura e soprattutto il suo radicale scetticismo nei confronti del linguaggio specializzato e del mito del progresso tecnico-scientifico ancora oggi dominante. Forse allora è sufficiente diluire Jung nel suo contesto per ottenerne un ritratto plausibile, in chiaro-scuro, più compatibile con il tempo in cui viviamo e più capace di valorizzare le risorse del suo pensiero?
Tuttavia, quando Jung parla della sua concezione dell’inconscio sentiamo anche questa prospettiva inadeguata. Secondo Jung l’inconscio è un modo di essere spontaneo e originario di stare al mondo. Esso non deriva dalla coscienza e non le si contrappone, se non in un secondo momento. Piuttosto, la postura fondamentale dell’inconscio è quella di inglobare la coscienza, di fare tutt’uno con essa, di essere l’unione, l’identità di inconscio e coscienza. Questo carattere d’indistinzione non viene mai perduto: tanto il singolo individuo quanto le varie epoche storiche restano all’interno dell’inconscio che li ingloba. Non ne sapremmo mai nulla se questa condizione d’identità, cioè di inconsceità, non si rivelasse attraverso delle immagini potentemente intrise di affettività, attraverso delle proiezioni, con cui, altrettanto spontaneamente e originariamente, abitiamo il mondo, sentiamo significative le cose che ci circondano, attribuiamo un’intenzione persino agli oggetti inanimati, crediamo a quello che vediamo “là fuori”.
La presenza di “proiezioni” indica l’aderenza che lega inconsciamente mondo interno e mondo esterno, soggetto e oggetto: un intreccio che non finiamo mai di districare. Finché è silente significa che la proiezione funziona, garantisce un equilibrio e la coscienza non ha bisogno d’altro, rimane “crepuscolare”. Ce ne accorgiamo ed espandiamo la nostra coscienza nei momenti di crisi, come il periodo storico che ci caratterizza: allora diveniamo consapevoli (almeno storicamente) che “Dio è morto”, che l’animazione dei boschi e degli oceani, degli animali e del cielo è per l’appunto “solo” una nostra “proiezione”, che alcune caratteristiche che eravamo persuasi appartenessero all’altro sono in realtà nostre. Allora tutto entra in uno stato di ebollizione e viene rimesso in discussione: dalla forma delle cose a quella degli individui, dal rapporto con gli oggetti a quello con la natura, dalla relazione con se stessi a quella con gli altri. Niente ha un assetto proprio, autonomo e definitivo, “Svalutiamo gli oggetti”, compresi gli oggetti che noi stessi siamo; ovvero ci sentiamo adesso liberi di rimodellarli senza sosta, scavalcando il loro aspetto consueto, sempre più transitorio, attingendo direttamente al loro nucleo potenziale, che spremiamo ormai fino in fondo.
Mentre, così, Il “ritiro delle proiezioni” rappresentava per Jung il primo passo di un processo di consapevolezza capace di riconoscere la sovrastante presenza dell’inconscio e quindi capace di mettersi in relazione con esso alla luce di questo nuovo equilibrio, l’epoca che ci caratterizza “ritirandole” vive, al contrario, nell’illusione di essersi disfatta di ogni proiezione e di essere venuta a capo di sé, possedendo ormai salda il metodo per diventare un giorno compiutamente trasparente e autocosciente.
Nel frattempo, posto all’incrocio di queste due linee, il presente in cui viviamo è reso sempre più precario ed evanescente, abitato da individui che rivendicano in massa la loro differenza irriducibile ma infinitesimale, calato in una natura ormai disanimata, assediato da incubi distruttivi, preda costante di un’agitazione del tutto simile ad un riflesso galvanico. La coscienza adesso sembra viva e lucente solo quando chiamata a testimoniare la singolarità e la rapida caducità di cose che non ritornano, che si perdono: la nostra nuova forma di inconscio.
Tenendo conto di ciò, forse, il modo più proficuo per ritrarre un autore tendenzialmente incircoscrivibile come Jung sarebbe quello di cogliere l’angolo cieco da cui la sua visione prende corpo e si estende: guardare, così, nella stessa direzione in cui guarda Jung, ma fin dove questa visione giunge al tempo presente – il tempo che toglie il fiato, che toglie il tempo -, dove dunque anch’essa si interrompe, dove può emergere ciò che essa dà per scontato, il suo impensato.
Ritrarre Jung in questo modo significherebbe allora ritrarlo né di fronte né di lato, ma “di spalle”, concentrandosi sulla sua “nuca”, sul lato inconscio della sua visione: là dove emerge il residuo involontario del suo sguardo e, in questo senso, dove compare il punto più vulnerabile della sua impostazione. In linea con quest’ultima ciò significherebbe fare non il ritratto, ma l’immagine di Jung. Sappiamo infatti proprio da Jung che l’immagine, prima di essere riconosciuta e diventare “proiezione”, è un riflesso immancabile ancora silenzioso dell’inconscio; sappiamo anche che l’immagine è espressione involontaria di stato di sospensione, di quiete della dialettica (Benjamin); che l’immagine presenta ciò che si deve necessariamente pensare e, al contempo, che non può essere pensato (Deleuze); che l’immagine è ciò che vede uno «sguardo orfico», ovvero non cose «che si allontanano», ma le cose «in quanto allontanamento», cose già invisibili (Blanchot).
Il vantaggio di poter ricavare simili immagini non è tanto quello di valutare criticamente i margini ancora sensibili di un autore per dichiarare la nostra affiliazione ad esso, ma quello di provare a servircene per orientarci un po’ meglio nel tempo presente, così indecifrabile e sfuggente, così riarso e alla deriva, e ciononostante inaggirabile e in attesa di un riconoscimento appropriato. Per Jung si trattava di guardarlo «con gli occhi mezzi chiusi e le orecchie un po’ tappate» per attutirne il clamore e lasciare all’inconscio – alle «nostre anime ancestrali» – l’opportunità di manifestare la sua approvazione o il suo rifiuto. In questo modo Jung era sicuro che nel presente «non vi fosse nulla che potesse disturbare i morti, né la luce elettrica né il telefono». Potremmo anche noi seguire una via del genere, tenendo a mente tuttavia che, mentre ne attenuiamo il frastuono, è pur sempre del medesimo presente – scomparso e inconscio prima ancora di presentarsi – che attendiamo risolutamente un cenno, come se fosse un morto che ritorna.
Riferimenti bibliografici
C. G. Jung, Ricordi, sogni, riflessioni, Rizzoli, Milano 1984.
M. Blanchot, Lo spazio letterario, Einaudi, Torino 1975.
G. Deleuze, Marcel Proust e i segni, Einaudi, Torino 1967.
Carl Gustav Jung, Kesswill, 26 luglio 1875 – Küsnacht, 6 giugno 1961.