L’inferno, per Dino Buzzati, è una città vuota che divora due amanti, è una notte in cui le ombre si allungano a dismisura e in cui il vento non cessa di soffiare, ed è, soprattutto, un sogno senza fine. Poema a fumetti è l’opera in cui Buzzati traduce forse in maniera più visionaria la propria percezione della morte, declinandola attraverso diversi linguaggi, spaziando dal fumetto alla parola poetica alla canzone pop. Orfeo, lungometraggio d’esordio di Virgilio Villoresi, traduce il graphic novel buzzatiano e, per estensione, il mito di Orfeo in un’opera che si muove sulla doppia direttrice del live-action e dell’animazione stop-motion e tradizionale.

Proprio nella stratificazione stilistica si può individuare la consonanza più vistosa tra Villoresi – regista che, come testimoniano i suoi cortometraggi, ha fatto dello sperimentalismo formale la propria firma autoriale – e Buzzati, scrittore e pittore che alla prassi letteraria faceva precedere una fase di ideazione onirica e una di creazione visuale. Il corpus dello scrittore è stato giustamente ritenuto intermediale, per via dell’intersezione costante tra linguaggio visivo e linguaggio narrativo. I prodotti ibridi buzzatiani possono essere considerati, in aggiunta, anticipatori di un universo transmediale che non determina la semplice declinazione della stessa materia in diversi media, ma che imbastisce un corpus di opere che dialogano tra di loro a partire da alcuni temi ricorrenti: temi che, in base al medium di volta in volta adoperato, assumono forme nuove e ibride, in un processo continuo di risemantizzazione.

In modo coerente rispetto alla poetica buzzatiana agisce Villoresi che, con Orfeo, realizza una fiaba nera che si avvale di molteplici tecniche filmiche, intrecciando la pellicola dal vero all’animazione e attingendo a numerose citazioni cinematografiche. L’opera si nutre di molteplici influenze, guardando alla trilogia orfica di Jean Cocteau, al cinema horror di Fulci e Argento, dai quali si può dedurre un’ispirazione nelle scelte estetiche e nella direzione degli interpreti. Si avverte un richiamo a Jan Švankmajer per quanto concerne il montaggio che, con un ritmo serrato e conturbante, restituisce l’atmosfera allucinata della discesa negli inferi, come si può notare, ad esempio, nella scena che vede Orfeo tentato dal demone a forma di giacca e da due femmes fatales. Il film prende spunto, inoltre, dal cinema onirico di Jodorowsky e Lynch, da quello astratto di Belson e Brakhage, e sfrutta suggestioni derivanti da William Dieterle (Il ritratto di Jennie, ravvisabile soprattutto nel primo capitolo) e da Charles Laughton (La morte corre sul fiume). La fitta rete di riferimenti non si limita tuttavia a soddisfare un gusto metacinematografico fine a sé stesso: il film, costruito come un complesso sistema di scatole cinesi, consente di sciogliere con grazia i nodi narrativi della catabasi luttuosa di Orfeo.

La verve creativa di Villoresi non si esaurisce in mero virtuosismo formale ma si pone nel solco tracciato dallo scrittore, contribuendo ad espanderne, in chiave transmediale, la Weltanschauung secondo mezzi comunicativi e artistici sempre nuovi. Comune ai due autori è la dimensione prettamente artigianale dell’operazione creativa. Essa, per Buzzati, è segno distintivo del suo fare artistico ed è stato oggetto, tra l’altro, dell’equivoco che per decenni ha condannato ad un’ingiusta banalizzazione la ricezione dei suoi dipinti. Per Villoresi, l’artigianalità è modus operandi che caratterizza la realizzazione del lungometraggio, la cui materialità richiama l’idea antica del film come oggetto artistico che suscita, attraverso effetti speciali e illusioni ottiche – il caso più evidente è quello delle soluzioni ricavate mediante il cromatropio –, un effetto di meraviglia efficace in virtù della sua apparente semplicità.

Presupposto fondante del procedimento filmico è poi l’aspetto musicale in quanto, come rivelato dallo stesso Villoresi, la composizione della colonna sonora di Angelo Trabace precede la realizzazione scenica che finisce per generarsi dunque dalla musica e non solo dalla suggestione della parola scritta e disegnata di Buzzati. Nel film si riproduce quanto avviene nell’opera buzzatiana, dal momento che il ritmo narrativo è scandito in quattro tempi come in una ballata e la musica di Orfi/Orfeo occupa un ruolo da protagonista. In questo rapporto dialettico tra immagine e musica si può leggere forse l’influenza dell’Orfeo 9 di Tito Schipa Jr., atto creativo radicale che riscrive il mito orfico in chiave rock e che si traduce in un innovativo esperimento teatrale e musicale. Quello di Trabace non è dunque un commento musicale, bensì uno step anteriore che, accostandosi alla matrice buzzatiana, anticipa e condiziona la realizzazione della scena filmica.

Orfeo di Villoresi è pertanto un’ode al linguaggio cinematografico, alla sperimentazione artistica, al fare cinema letteralmente costruendolo e, contemporaneamente, è un omaggio all’universo multiforme buzzatiano che trova, in questo film, una delle sue trasposizioni più riuscite. Innumerevoli sono i richiami a tutta l’opera dello scrittore, dalla scena del cha cha cha di Un amore, alla citazione esplicita di Inviti superflui, alla baita e il paesaggio dolomitico di Bàrnabo delle montagne, al commiato all’infanzia de Il segreto del Bosco Vecchio, romanzo che entra nel film in modo anche più sottile, come dimostra un’ombra con vita propria o un uccello psicopompo.

La libertà espressiva di Villoresi, intrecciandosi a quella di Buzzati, genera un’opera che, fedelmente alla propria fonte, racconta una storia di amore e morte, di passione e perdita che, di fronte ad una realtà imperscrutabile, può trovare sfogo solo in un sogno delirante. L’onirismo di Villoresi, in linea con quello buzzatiano, è all’insegna dell’allucinazione, dell’incubo che converte in simbolo manifesto la paura latente dello scorrere del tempo, della fine dell’illusione erotica e della solitudine assoluta a cui la vita condanna l’uomo, inerme dinanzi al mondo e soprattutto a sé stesso. La discesa negli inferi di Orfeo altro non è che la presa di coscienza di una realtà orrorifica che esplode nel suo furor con la fine dell’amore, con lo svuotamento della vita dalla “cara infelicità”, unica vera discriminante tra il mondo dei vivi e quello dei morti, altrimenti uguali nel loro mistero insostenibile.

Il racconto di Orfeo è la storia di un amore consumato in una danza macabra scandita da una musica spettrale che si converte in rêverie visuale. Lo sguardo ansioso di Orfeo cerca inutilmente quello vitreo di Eura, ormai proiettato altrove. “L’aldilà non è un luogo, è un sogno che ti osserva”: Orfeo lo scopre sul finire della pellicola. Eura è solo un corpo privo di vita, l’amore si è interrotto come una canzone su un disco danneggiato, l’inferno è una mente svuotata del proprio desiderio e la morte è l’unico sogno da cui è impossibile svegliarsi.

Orfeo. Regia: Virgilio Villoresi; sceneggiatura: Alberto Fornari, Virgilio Villoresi; fotografia: Marco De Pasquale; interpreti: Luca Vergoni, Giulia Maenza, Aomi Muyock, Vinicio Marchioni; produzione: Fantasmagoria; origine: Italia; durata: 74’; anno: 2025.

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