Il beat italiano

di MARCELLO WALTER BRUNO

Un omaggio a Lawrence Ferlinghetti.

Nel film di Rob Epstein Urlo (2010) il personaggio di Lawrence Ferlinghetti è interpretato dall’attore Andrew Rogers: la storia del famoso poema di Allen Ginsberg (che in Italia arrivò nel 1965 nel volume Mondadori Jukebox all’idrogeno) è anche la storia del libraio/editore innamorato di Chaplin (Luci della città che diventa il “City Lights Bookstore”, ormai meta turistica di San Francisco) che nel 1957 viene processato per pubblicazioni oscene e poi assolto, con una sentenza che darà l’avvio a tutta un’epoca di trasformazioni culturali che ruotano attorno alla cosiddetta (da Kerouac) beat generation. A quell’epoca Ferlinghetti ha 38 anni e ha già pubblicato la raccolta poetica Pictures of the Gone World, dove – tra bozzetti di paesaggi urbani e citazioni colte (Parigi, Brooklyn, Char, Cocteau…) – fa capolino una filosofia di vita ironica e saggia: «Il mondo è un bellissimo posto / per nascere / se non vi scoccia che la felicità / non sia sempre / questo gran divertimento».

Il clamore del processo ad Urlo funziona come lo scherzo di Halloween per Orson Welles: il libro del 1958, intitolato A Coney Island of the Mind e dunque dedicato alla sua città di nascita New York, resterà la sua opera più celebre e più venduta (oltre un milione di copie, cifra notevole per il genere poesia): si parla di Goya e di Chagall, si parla di un Gesù anti-consumistico («Cristo è sceso / dal Suo Albero spoglio / quest’anno / ed è scappato dove / non c’erano alberi di Natale senza radici / decorati con bastoncini di zucchero e fragili stelle»); e si parla del poeta che «come un acrobata / si arrampica sui versi» perché «lui è il super-realista / che deve giocoforza intuire / la tesa verità» (e chissà che non c’entri qualcosa una possibile visione del matto Richard Basehart che cammina sulla fune nel felliniano La strada, premio Oscar 1957).

Se il rapporto col mondo felliniano è solo una congettura, non lo è quello con l’Italia, surdeterminato dalla scoperta – fatta solo al momento dell’arruolamento in marina durante la Seconda guerra mondiale – che il defunto Charles Ferling (il padre morto prima della sua nascita) si chiamava originariamente Carlo Ferlinghetti, nato a Brescia nel 1872. Il poeta si appropria di queste origini, ripristina il cognome integrale e – dopo un’infanzia vissuta in Francia al seguito di zia Emily (quella della poesia La foto di Emily «capelli finissimi / taglio alla Garbo / o alla Louise Brooks») e un dopoguerra a Parigi per un dottorato alla Sorbona – inizia questo legame che traspare nelle opere: nella prosa poetica Pound a Spoleto (1973) lo troviamo al Teatro Melisso durante il Festival dei Due Mondi, ad ascoltare piangendo l’ormai morente autore dei Canti pisani; The Old Italians Dying (1980) è un montaggio di scene davanti alla Church of Peter & Paul nella Washington Square di San Francisco («the grappa drinkers with teeth like corn / the Piemontesi the Genovesi the Siciliani / smelling of garlic & pepperoni») da far invidia a Coppola e Scorsese; Mattinata romana (1993) è una panoramica cinematografica ottenuta per assemblaggio di haiku (tipo «Stanno aprendo le persiane / sul retro / di palazzo Farnese»).

Da non dimenticare che Ferlinghetti ha tradotto Pasolini (Roman Poems, City Lights 1986) e che si è cimentato nell’italiano letterario parodizzando Cecco Angiolieri: «S’i’ fosse foco, non fumerei / S’i’ fosse vento, suonerei soltanto i flauti lirici / S’i’ fosse acqua, non berrei altro che vino […] S’i’ fosse cieco, troverei un cane / S’i’ fosse un cane, troverei un cieco / che vuole fare molte passeggiate ai bordelli»). Aver chiamato suo figlio Lorenzo sarà stato come rinascere nella terra del padre, nella lingua del padre (che però conobbe la madre multietnica «quando lui arrivò dalla Lombardia / parlando solo lombardo»).

Nel 1978 l’italoamericano Lawrence Ferlinghetti compare nel film dell’italoamericano Martin Scorsese L’ultimo valzer, documentazione del concerto d’addio di The Band: dopo l’uscita di Van Morrison e prima dell’entrata del forever young Bob Dylan (a cui è dedicata la poesia Jack of Hearts e che a sua volta gli aveva dedicato nel 1964 una Letter to Larry), il guru di Big Sur sale sul palcoscenico – barba bianca e bombetta – e legge una specie di versione anarchica del padrenostro che si conclude con “Oh man” anziché “Amen”: se il fraseggio di Kerouac era legato al bebop, Ferlinghetti è ormai a suo agio in un contesto in cui molti poeti (da Jim Morrison a Leonard Cohen a Patti Smith) sono diventati rockstar. Nessuna meraviglia che poi l’amico William Burroughs “canti” nel film-concerto di Laurie Anderson Home of the Brave (1986) o che un recitato di Larry finisca nel brano degl’italianissimi (di Brescia!) Timoria inequivocabilmente intitolato Ferlinghetti Blues (nell’album El Topo Grand Hotel, 2001). Quanto al cinema, bisogna ricordare che Christopher Felver – il fotografo che col nostro ha cofirmato il volume Seven Days in Nicaragua Libre (City Lights Books 1984) per poi editare un Ferlinghetti Portrait nel 1998 – ha messo in piedi un documentario di un’ora (uscito nel 2013 ma girato nel 2009, epoca del novantesimo compleanno) intitolato Ferlinghetti: A Rebirth of Wonder (dal refrain della poesia I Am Waiting «sono in eterna attesa / di una rinascita dello stupore») in cui compaiono Ginsberg e Dylan ma anche Dennis Hopper e Gary Snyder.

I poeti moderni invecchiando diventano postmoderni, ovvero portati alla riflessione autoreferenziale e metaletteraria. Ecco allora gli haiku alla Kerouac di Cos’è la poesia (2000): «Poesia è una voce di dissenso / contro lo spreco di parole / e la pletora folle della stampa»; «È ciò che sta / fra le righe»; «È voce / della Quarta Persona Singolare». Ecco le Sfide per giovani poeti: «Inventate un nuovo linguaggio che tutti possano capire»; «Evitate la provincia, mirate all’universo»; «Frequentate poeti che pensano. Sono difficili da trovare»; e soprattutto «Resistete molto, obbedite meno». Questa dedizione alla poesia come arte che insorge è forse l’unico vero lato beat di questo poeta raffinatamente semplice, che vede se stesso come un omino chapliniano, «a little charleychaplin man», uno Charlot come quello sulla copertina del City Lights Journal numero 4, inquadrato di spalle mentre si prepara ad affrontare la strada finale un attimo prima della chiusura dell’iride.

Lawrence Ferlinghetti, Yonkers 1919 – San Francisco 2021.

Riferimenti bibliografici
L. Ferlinghetti, Il senso segreto delle cose, Minimum Fax, Roma 2000.
Id., Un luna park del cuore, Mondadori, Milano 2000.
Id., Cos’è la poesia. Sfide per giovani poeti, Mondadori, Milano 2002.
Id., Poesie. Questi sono i miei fiumi. Antologia personale (1955 – 1993), Newton Compton, Roma 2002.
Id., Blind poet / Poeta cieco, Giunti, Firenze 2003.
Id., Creazione del verbo fluxare, Zero Gravità 2005.
Id., Pianti degli animali che muoiono, Nicolodi, Rovereto 2005.
Id., Poesie, Guanda, Milano 2005.
Id., Il lume non spento, Interlinea, Novara 2006.
Id., Storia dell’aeroplano (e altre poesie scritte dopo l’11 settembre), L’obliquo, Brescia 2008.
Id., Americus, Interlinea, Novara 2009.
Id., Poesia come arte che insorge, Giunti, Firenze 2009.
Id., Il mare dentro noi, Aletti, Villanova di Guidonia 2012.
Id., Scrivendo sulla strada, il Saggiatore, Milano 2017.
Id., Greatest poems, Mondadori, Milano 2018.
Id., Little boy, Clichy, Firenze 2019.
Id., Scoppi urla risate, Big Sur, Roma 2019.

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