Il concetto di arché, che ha attraversato la storia della filosofia occidentale sin dalle origini, porta con sé il doppio significato di inizio e comando. In questo duplice senso si condensa un nesso tra la dimensione ontologica ed epistemologica della metafisica – nei termini aristotelici di conoscenza di «principi (archai) e cause prime di tutte le cose» (Met I 2, 982b) – e la sfera politica della vita associata, laddove il suffisso archia definisce forme di governo come monarchia e oligarchia. Anche in latino, principium si lega a princeps (da primus e capere, “colui che prende il primo posto”), il primus inter pares del senato romano. Alle radici di tale saldatura ontologico-politica – che fa di un principio non solo il punto d’avvio di un processo ma anche ciò che occupa una posizione di sovranità – incontriamo una duplicità che è l’esito di uno slittamento semantico, di per sé non originario, ma storicamente prodotto.

Smascherare la non originarietà della correlazione tra il significato primariamente “topografico” di arché (“inizio”, “punto di partenza”) e quello di fondamento normativo – ciò che “ordina” e “comanda” un processo, oltre a iniziarlo – è il presupposto che guida l’indagine critica del volume Oltre l’Arché (Mimesis 2025). I contributi raccolti interloquiscono in modo eterogeneo con la storia stratificata nel concetto di arché, per storicizzarne l’origine e la torsione metafisica, e così risalire a ciò che può metterne in questione ogni pretesa fondazionale assoluta. Pur nella diversità di fonti, la domanda critica comune riguarda la concezione ontologica e politica – la “partizione” del reale e la divisione del potere – dell’idea di principiofondamento entro cui la metafisica occidentale ha pensato se stessa.

Sulla base di questa domanda, i saggi del volume tracciano un percorso che attraversa la tradizione filosofico-politica occidentale, interloquendo con alcuni dei suoi autori e critici più importanti: dal concetto primigenio di apeiron di Anassimandro che, come “illimitato”, sfugge massimamente all’arché (D. Di Cesare), fino alla possibilità, nella filosofia classica greca, di disgiungere la correlazione tra la dimensione orientativa di arché e quella logico-esplicativa di causa (aitia) in particolare in Aristotele (F. Fronterotta). Inoltre, i contributi esplorano il problema teorico e politico della fondazione nell’orizzonte composito del pensiero moderno e contemporaneo, affrontando, ad esempio, le riflessioni di Hannah Arendt sul senso politico antimetafisico di origine e inizio (F. Vega) e il confronto di Michel Foucault col trascendentale, dal metodo archeologico al concetto di a priori storico (F. V. Tommasi).

Uno dei fili che intrecciano le diverse analisi è il linguaggio, nella misura in cui è proprio nella dimensione linguistica che si gioca il carattere “operazionale” del principio che vincola tanto la comprensione del reale, mediante gerarchie categoriali, quanto il piano politico e istituzionale, nelle forme della sovranità. Il linguaggio è controparte essenziale di ciò che costituisce il “politico”, dallo spazio dell’agorà greca e dalla retorica aristotelica – riarticolata da Heidegger – sino al paradigma sovrano moderno inaugurato da Hobbes e declinato nel Novecento da Carl Schmitt (A. Cavalletti). In senso complementare, questo tema orienta le riflessioni di Benjamin sul fondamento teocratico del linguaggio (L. Arigone) e di Schürmann sulla predicazione univoca dei modi della sostanza (F. Luzi, N. Schneider, F. Guercio).

Il pensiero di Schürmann – fautore di un’anarchia filosofica, teologo di formazione, interprete di Heidegger e lettore di Foucault, ma anche erede di Arendt alla New School for Social Research – costituisce il “cuore” del volume, occupandone il centro con tre contributi e illuminandone la traiettoria complessiva. Nell’orbita del tentativo di rileggere la tradizione filosofica occidentale alla luce di un “pensiero dell’anarchia” intrapreso da Dai principi all’anarchia. Essere e agire in Heidegger (1982), prende forma il percorso di risalimento verso ciò che, nella storia della filosofia, si rivela il punto d’inciampo del concetto metafisico di arché e dell’impianto teorico-politico che dispiega.

L’obiettivo del volume è interrogare criticamente il confine sottile tra arché e an-archia che Schürmann descrive sapientemente con l’immagine di Giano Bifronte: un volto “verso il territorio possibile all’esterno” e l’altro “rivolto verso quelle strategie all’interno dell’arena metafisica che hanno iniziato a preparare la trasgressione già dal primo inizio con i cosiddetti presocratici” (Schürmann 2022, p. 295). Al di qua o al di là dell’arché, l’anarchia dissolve la carica sovrana e normativa dei principi-fondamenti.

Il merito di Schürmann è aver mostrato che il carattere di principium primum non è un dato naturale, ma il risultato di un’operazione: una prestazione tetica, un fest-stellen che è anzitutto autofondazione e, di qui, pretesa di comandare i fenomeni. Come scrive nel suo saggio Francesco Guercio, l’«arché non è solamente l’ente o l’oggetto», cioè, citando La gaia scienza di Nietzsche, “un dio, un principe, una classe, un medico, un confessore, una coscienza di partito”, ma piuttosto «una prestazione e un potere che si articola anzitutto come cattura oikonomica di una potenza o capacità (Vermögen): il disporsi dei fenomeni in un’economia della presenza» (p. 110).

Schürmann vi scorge un modo specifico di “ordinare” l’apparire fenomenico, di regolare il farsi mondo di un mondo, al netto dei presunti caratteri di universalità e univocità che gli verrebbero ascritti in quanto referente ultimo normativo e unico centro focale del molteplice. Esso traduce la potenza, inerente al disporsi dei fenomeni in costellazione – la fenomenizzazione, in linea col “venire alla presenza” heideggeriano – in potere di disporre “il nomos dell’oikos dei fenomeni”, cioè la legge fenomenologica che regola l’apparire del molteplice. 

L’ordine che il potere archico dispone segue la referenzialità univoca e universalizzante del pros hen ti aristotelico, secondo cui tutti i sensi dell’essere sono “in riferimento a uno”, la sostanza. Di questa univocità Schürmann rileva il carattere “fantasmatico”, in particolare nel confronto con Kant, laddove l’idea trascendentale nella Critica della Ragion Pura è descritta come focus imaginarius. L’esito di tale scoperta è la possibilità che i fenomeni comincino a disporsi anche in modo an-archico, senza ricorso a un referente universale. In Hégémonies Brisées, tale scoperta sancisce «l’impossibilità di un’unica, semplice, istanza di obbligazione» (Schürmann 1996, p. 238).

Sebbene la riflessione di Schürmann guardi soprattutto al versante fenomenologico su cui l’arché esercita la propria sovranità, non sono secondarie le implicazioni politiche di un pensiero che si confronta con il fondamento in termini non strettamente anti-fondazionali. In tal senso, la proposta di una politica post-fondazionale di Oliver Marchart, valorizzata nel lavoro di risalimento al significato anarchico, sovversivo e non mitizzante della festa (Rambaldini), viene messa in tensione con la traiettoria para-fondazionale di Schürmann estratta da Nicholas Schneider. Mentre la concezione post-fondazionale di Marchart guarda alla concretezza dell’esistente, Schürmann sottolinea il carattere fantasmatico del dominio egemonico dei principi.

La dialettica della lotta politica si complicherebbe, allora, laddove Schürmann preserva una discordanza tra la pretesa di universalizzare il molteplice e la singolarità di ciascun fenomeno, intesa non «come un originario interrotto e primordiale […] anteriore all’artificio storico di un principio primo, ma come un conflitto originario proprio tra irriducibilità e riduzione» (ivi, p. 87). Sul piano politico, secondo Schneider, la strategia para-fondazionale della singolarizzazione – in cui ciascun sé astrae da sé – configura una via per resistere tanto alla violenza sistematica quanto alle sue forme storicamente determinate (p. 104).

Un altro livello di posta in gioco politica insito nel superare l’arché dall’interno della tradizione occidentale è l’orizzonte della polis greca, riferimento esemplare per le riflessioni critiche di Hannah Arendt e Cornelius Castoriadis sulle nozioni di spazio pubblico e di istituzione. Se, come scrive Arendt, «la polis greca continuerà ad esistere alla base della nostra esistenza politica […] fino a quando potremo pronunciare la parola ‘politica’» (Arendt 1968, p. 228), a partire da questa esperienza storica si può sondare il limite tra archico e an-archico.

In questo contesto, mentre il termine arché sembra conferire alle forme politiche i «tratti universali e paradigmatici che inducono a percepirle come oggettivamente fissate nella natura e nella tradizione», il concetto di kratos delinea un potere che attribuisce a democrazia e aristocrazia «un carattere di estraneità, in certa misura rivoluzionario, rispetto agli standard istituzionali riconosciuti come tali» e investe l’esercizio solo di una parte della comunità cittadina «sovvertendone l’ordine politico naturalmente e tradizionalmente stabilito» (Fronterotta, p. 206). In sintonia col carattere sovversivo di kratos, emerge una radice an-archica nella democrazia, da Platone stesso definita nella Repubblica come forma di politeia «anarchica e variopinta» (Rep. 558c).

Alla luce dell’assetto anarchico originario, tuttavia, il potere democratico è accompagnato dalla presenza latente del conflitto interno, la stasis, costantemente contenuta dalla condivisione del comando (methéchein archés) che rende il potere democratico al contempo di nessuno e di tutti (Di Cesare, p. 26). È proprio questa fragilità che fa della polis l’orizzonte fenomenologico da cui ripensare – in senso non normativo – la politica nei momenti che ne scandiscono la crisi.

La scommessa del volume consiste nel cercare, su vari livelli, la precondizione an-archica dell’arché, la possibilità interna di destabilizzare il carattere di fondamento inconcusso dall’interno stesso della tradizione – come quel trascendentale che, a contatto col terreno contingente degli eventi storici, secondo Foucault, vede già tremare il suo carattere di anteriorità all’esperienza.

Riferimenti bibliografici       
R. Schürmann, Ormai solo Proteo ci può salvare: sull’anarchia e le egemonie infrante, a. c. di F. Guercio, I. A. Moore, in Sull’evento. Filosofia, storia, biopolitica, a cura di R. Fulco, A. Moresco, in “Almanacco di Filosofia e Politica”, 4, Quodlibet, Macerata 2022.
Id., Dai principi all’anarchia. Essere e agire in Heidegger, a c. di G. Carchia, Neri Pozza, Vicenza 2019.
Id., Des hégémonies brisées, Trans-Europ-Repress, Mauvezin 1996.
H. Arendt, Uomini in tempi bui, Mimesis, Milano 2023.
O. Marchart, Post-Foundational Political Thought: Political Difference in Nancy, Lefort, Badiou and Laclau, Edinburgh University Press, Edimburgo 2007.

L. Arigone, F. Rambaldini, a cura di, Oltre l’arché, Mimesis, Milano 2025.

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