Mondo e forma

di SILVANA BORUTTI

Note sul cosiddetto realismo di Wittgenstein.

Wittgenstein

Wittgenstein (Jarman, 1993).

Muovendomi liberamente tra due macro-concetti di Wittgenstein, “mondo” e “forma”, intendo chiedermi che cosa la concezione della relazione tra mondo e forma nel Tractatus ci possa suggerire intorno a concezioni intuitive di realismo e di antirealismo ontologico o semantico.

Mi sono convinta che un’interrogazione di questo tipo sia un modo per cercare di fare quello che Wittgenstein sembra chiedere nella Prefazione, dove parla di un lettore che comprenda (verstehen) i pensieri (die Gedanken) espressi nel libro. Mi colloco dunque nella linea di una lettura meta-filosofica di Wittgenstein, una lettura che prende in esame le implicazioni del suo atteggiamento filosofico.

La mia domanda iniziale è: la prima parola del Tractatus, il mondo (die Welt), e la definizione che viene qui offerta del mondo – che cosa il mondo è – ci impegna in un’interrogazione sull’esistenza della realtà, che porti a un realismo o antirealismo ontologico? Se la risposta è no, come io credo, la mia seconda domanda è: come Wittgenstein ci fa capire che la risposta è no? Il “come” è sostanzialmente il lavoro filosofico di Wittgenstein – lavoro che, vorrei sostenere, ha poco a che fare con posizioni ontologiche realiste o anti-realiste.

Con queste mie considerazioni iniziali voglio dire che, prendendo le mosse dall’apertura ontologica del Tractatus, affronterò la questione di realismo e antirealismo esaminando i nessi fra le proposizioni che lo specifico lavoro filosofico di Wittgenstein instaura nel testo – un modo di procedere che nel mio titolo ho indicato (non so se del tutto legittimamente) come “ermeneutico”. Questo modo di procedere mi porterà inevitabilmente ad affrontare quel significato architettonico del libro che il suo autore definisce “etico”, significato architettonico che egli propone non nella forma di un’argomentazione, ma piuttosto nella forma di una costruzione testuale.

Rileggiamo la proposizione iniziale del Tractatus: «Il mondo è tutto ciò che accade» [Die Welt ist alles, was der Fall ist] (T, 1). Questa proposizione ci restituisce uno spettacolo di contingenza radicale: il mondo è tutto quello che capita – come propone opportunamente di tradurre Diego Marconi. Ma subito l’accadere è inserito in una totalità: «Il mondo è la totalità dei fatti» [Die Welt ist die Gesamtheit der Tatsachen] (T, 1.1).

Da una parte, dunque, l’accidentalità del mondo: ciò che accade è casuale, contingente, non necessitato, non deterministico; non ci sono legami necessari tra i fatti: «Qualcosa può accadere o non accadere e tutto il resto rimanere eguale» (T, 1.21).

Più avanti spiegherà: certo, noi diamo una coerenza all’accadere, sia a livello quotidiano, sia a livello scientifico: pensiamo ad esempio attraverso la legge dell’induzione; ma si tratta di assunzioni dell’ordine pratico-psicologico, non tanto di descrizioni teoretiche della necessità dell’accadere. Non ci sono leggi causali che diano la struttura ontologica del mondo; le leggi causali non descrivono rapporti necessari tra i fatti, mostrano semmai la struttura del nostro sapere, come mettiamo in forma il mondo attraverso i nostri sistemi di descrizione – «Leggi come il principio di ragion sufficiente, etc., parlano della rete, non di ciò che la rete descrive» (T, 6.35). La contingenza ontologica del mondo è per noi teoreticamente impensabile.

Ma, dall’altra parte, dopo aver affermato l’accidentalità del mondo, Wittgenstein pone subito un rapporto tra la contingenza degli eventi del mondo e una forma di totalità e completezza: «Il mondo è la totalità dei fatti» (Die Welt ist die Gesamtheit der Tatsachen). La totalità, con la completezza che la individua (si tratta di una “totalità delimitata”, cioè definita come quella totalità), costituisce il carattere necessario del mondo, carattere necessario garantito dalla forma, cioè dalla necessità logica. È dunque il legame necessario tra mondo e logica il tema centrale per affrontare la questione del realismo ontologico.

Wittgenstein

Collegando in legami – legami che, ripeto, sono più testuali che argomentativi – le proposizioni 1. «Il mondo è tutto ciò che accade», 1.1 «Il mondo è la totalità dei fatti» e 1.13 «I fatti nello spazio logico sono il mondo» (Die Tatsachen im logischen Raum sind die Welt), Wittgenstein ci fa comprendere che la chiarificazione filosofica ha a che fare non con gli eventi nella loro accidentalità, ma con la loro forma logica: cioè con il mondo come forma, con lo spazio logico. “Spazio logico” è lo spazio del possibile; per cui se ho la cosa, ho tutto il suo spazio logico, cioè il mondo delle sue occorrenze in stati di cose:

«Gli oggetti contengono la possibilità di tutte le situazioni» (2.014).
«La possibilità della sua ricorrenza in stati di cose è la forma dell’oggetto» (2.0141).

Come scriveva nei Q: «La cosa vista sub specie aeternitatis è la cosa vista con tutto lo spazio logico» (7.10.16). Dunque la stufa dei Q è la stufa vista sub specie aeternitatis: cioè la stufa in quanto costituisce un mondo.

Ciò che accade, ci è dato in uno spazio logico, in una catena di relazioni, in una configurazione, in un “come”: il mondo non ci è dato come un “che”, come esistenza, come un insieme di cose esistenti (Dinge), ma ci è dato come forma, in configurazioni possibili di cose.

Un mondo illogico è una contraddizione in termini: non sarebbe un mondo. In Q 19.9.16 scrive che non si può dire che il nostro mondo è ordinato (non si può parlare tematicamente del nostro mondo); quello che dobbiamo dire è che «in ogni mondo possibile, invece, v’è un ordine, anche se complicato» (Sondern in jeder möglichen Welt ist eine, wenn auch komplizierte Ordnung). Tema espresso icasticamente dalla 6.13: «La logica è trascendentale» (Die Logik ist transzendental), cioè costitutiva del mondo nel senso kantiano.

Se la realtà è il raffigurabile, la realtà è la sua forma, è costituita dalla forma, si mostra nella forma: ciò significa che Wittgenstein adotta una comprensione non realistica, ma interna e trascendentale, dell’articolazione del linguaggio sul mondo, e quindi della semantica: in altre parole, la forma logica è costitutiva della possibilità di un mondo. La logica non è descrivibile dall’esterno, come un fatto; la logica è anzi un fatto assoluto, essenziale, è l’articolazione linguaggio-mondo, è il mondo come si dà nel linguaggio.

Certamente nel Tractatus l’idea di forma è legata al modello logico di un linguaggio costituito di proposizioni tra loro indipendenti; certamente Wittgenstein è alla ricerca dell’«allgemeine Form des Satzes»: è questa la concezione monologica che Wittgenstein criticherà in seguito.

Ma il Tractatus è pervaso dall’idea che la forma non dipenda da un decreto metalinguistico, ma che sia interna alla costituzione del linguaggio e del mondo. […] Il senso è dell’ordine non della cosa, ma della possibilità e del legame, cioè della forma. La realtà è realtà formata, configurata, pensata: è Welt; mentre Wirklichkeit è la realtà sussistente, detta, verificata nell’esperienza.

In questa lettura del Tractatus, ho sostenuto che la nozione filosofica di mondo comporta la sospensione della questione del realismo. Il punto interessante della questione del realismo nel Tractatus è che il realismo è trattato in ultima analisi non come una tesi conoscitivo-teoretica, ma come il tema etico che risulta dalla chiarificazione filosofica, cioè dal metodo messo in atto da Wittgenstein.

Così opera la filosofia: attraverso la nozione di mondo, Wittgenstein sospende la questione del realismo come tesi conoscitivo-teoretica, e mostra nelle conclusioni del libro che l’esserci del mondo è una questione etica: l’esserci del mondo è il senso o il valore del mondo – naturalmente non nel senso dei comportamenti etici, che non sono altro che fatti, ma nel senso della parola greca ηθος, con la eta: che significa dimora, soggiorno, sede, abitazione (Rocci). ηθος con la eta non ha il significato di ethos con la epsilon, abitudine, che si riferisce a fatti del mondo (Vegetti 1989, p. 179). Ha piuttosto il significato di apertura di un luogo per l’uomo sulla terra, o, se vogliamo, significa il sentimento di adesione al mondo sub specie aeterni – tema su cui scrive nei Quaderni: «Ma ora finalmente v’è da render chiara la connessione dell’etica con il mondo» (Nun ist aber endlich der Zusammenhang der Ethik mit der Welt klarzumachen), (Q, 9.10.16).

Per dirlo nei termini di Husserl e di Heidegger, Wittgenstein ritiene di attingere qui al senso di mondo del mondo, o al senso d’essere del mondo – per cui l’essere del mondo (il «che [dass] il mondo è», dass sie ist: 6.44) non è dicibile come esistenza, ma è il sentimento [Gefühl] di una «totalità delimitata» (begrenztes Ganze: 6.45), cioè strutturata dalla forma logica.

Wittgenstein

Nei Q, 22.1.15 scrive che «tutto il mio compito [meine ganze Aufgabe] è dar l’essenza di ogni essere». […] (E qui essere non significa esistere – sarebbe insensato). Il mio compito, dice, è dare la forma logica, che nella proposizione 6.124 è detta «armatura del mondo» (Gerüst der Welt) – con un’espressione che, come nota Perissinotto (Perissinotto 1991, p. 189), ritorna nelle Ricerche filosofiche (Wittgenstein 1967, p. 240) e in Della certezza (Wittgenstein 1978, pp. 210-211), laddove parla della base o sfondo che dà forma al nostro parlare e al nostro ricercare.

Quando Wittgenstein introduce il tema etico, sia nei Q sia nel Tractatus, vediamo ricorrere il tema della visione del mondo come un tutto, che abbiamo visto nell’apertura del Tractatus, o del mondo visto sub specie aeternitatis, di cui parla nei Q (7.10.1916). L’espressione sub specie aeternitatis deriva probabilmente da Schopenhauer, ma nel Mondo come volontà e rappresentazione compare una volta sola, nel § 34, dove Schopenhauer cita Spinoza. Scrive Schopenhauer: «Se dunque non consideriamo più nelle cose il “dove”, il “quando”, il “perché” e l’“a che”, ma unicamente e solo il che cosa […] colui che è preso in questa intuizione […] è il soggetto puro della conoscenza, senza volontà senza dolore, senza tempo». Credo che questo passo abbia aver colpito molto Wittgenstein, visto che ne riprende il tema del soggetto (che da soggetto della contemplazione diventa in Wittgenstein il soggetto limite del mondo), ma soprattutto ne riprende la contrapposizione tra il “come” e il “che cosa”.

Un chiarimento sul “che” del mondo, e sulla questione del realismo in filosofia, viene dalla ben nota Conferenza sull’etica del 1929, dove Wittgenstein connette il “che” del mondo con il tema affettivo e insieme inaugurale della meraviglia del linguaggio (o della meraviglia per il linguaggio).

Nella Conferenza, Wittgenstein dice:

Se volessi parlare dei valori e dell’etica nel loro senso essenziale, non potrei parlarne come di fatti del mondo, ma dovrei citare esperienze-limite, esperienze per eccellenza, esprimibili con frasi come: «Mi meraviglio per l’esistenza del mondo», o «Mi sto meravigliando del cielo, comunque esso sia». Queste non sono proposizioni sensate, dicibili, traducibili in un linguaggio vero-funzionale, come ad esempio la proposizione «Mi meraviglio per le dimensioni di questo cane», mi meraviglio per un «come», per un fatto che potrebbe essere diverso, per un fatto “ontico”.

Queste proposizioni sono insensate (o, meglio, hanno un senso che Wittgenstein definisce «senso etico, o assoluto»), perché dicono la meraviglia per una tautologia, per un «che», per un “fatto assoluto”, cioè indipendente da ogni stato di cose, per un fatto che non potrebbe essere diverso: e, aggiunge Wittgenstein, sono insensate perché non dicono alcun fatto, ma mostrano l’esistenza del linguaggio: «Sono ora tentato di dire che l’espressione giusta nella lingua per il miracolo dell’esistenza del mondo, benché non sia alcuna proposizione nella lingua, è l’essenza del linguaggio stesso».

L’essere del mondo non è una questione teoretica, ma una datità da pensare nel suo senso etico di dimora e luogo; potremmo anche dire “donazione” – termine con cui a volte si traduce il concetto di Gegebenheit di Husserl – assumendo cioè “donazione” non nel senso religioso dell’origine come sovrabbondanza, ma semmai nel senso dell’origine come luogo che ci è dato, che “c’è già”, “da ist”.

Il senso di mondo del mondo, la sua armatura logica, il suo essere logico-linguistico non è oggetto di proposizioni vere o false, ma delle “non-proposizioni” del Tractatus e della Conferenza sull’etica. Come aveva scritto nei Quaderni ‘14-‘16: «L’etica non tratta del mondo. L’etica deve essere una condizione [Bedingung] del mondo, come la logica» (24.7.1916).

Wittgenstein

Riferimenti bibliografici
L. Perissinotto, Logica a immagine del mondo. Studio su Über Gewissheit di L. Wittgenstein, Guerini e Associati, Milano 1991.
Id., Tractatus Logico-Philosophicus, Fratelli Bocca, Roma-Milano 1954.
Id., Ricerche filosofiche, a cura di M. Trinchero, Torino Einaudi, 1967.
L. Wittgenstein, Della certezza, a cura di A.G. Gargani, Einaudi, Torino 1978.

*Il presente contributo è un estratto dell’intervento di Silvana Borutti al convegno Tractatus 100, che si terrà online il 12 maggio 2021 (link meet per partecipare: https://meet.google.com/fxa-xxsz-imz) 

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