“Non staccare i petali”: sono le parole che una giovane donna sussurra a un bambino mascherato da leone che stringe tra le mani una rosa rossa. Il bambino smette quel gioco crudele e la ferinità simboleggiata dalla sua maschera si trasforma in coraggio: coraggio di rispettare, proteggere, amare ciò che è fragile e indifeso. Inizia con questa scena semplice e significativa No Good Men, film di apertura della Berlinale 76 della regista afgana Shahrbanoo Sadat: un film poetico e coraggioso sull’amore e sul distacco; un film che mostra facce del fanatismo e della violenza di chi esercita il potere, in famiglia e nello stato. 

Le vicende di No Good Men si svolgono a Kabul, tra il febbraio del 2021 e i giorni successivi al 15 agosto, quando i Talebani si impossessarono di nuovo della capitale dell’Afghanistan. In questi pochi mesi, Kabul vide precipitare la speranza di un futuro libero nell’oscurità del dominio talebano: i timori di un ritorno al passato più nero diventarono certezza con l’annuncio del ritiro dei soldati americani. Questa parte drammatica della recente storia afghana e internazionale accompagna e determina la storia di No Good Men che ruota attorno a un bambino, Liam (Liam Hussaini), a sua madre, Naru (Shahrbanoo Sadat), cameramen nella più importante televisione di Kabul, e a un affermato giornalista della stessa emittente televisiva, Qodrat (Anwar Hashimi). L’incontro con Qodrat segna una svolta nella vita di Naru: Qodrat permetterà alla brava cameraman di lavorare non più in trasmissioni disimpegnate e strappalacrime ma di seguire insieme a lui inchieste scomode nella Kabul di un tempo segnato da cambiamenti radicali e drammatici.

La condivisione del lavoro avvicina l’uomo e la giovane donna e porta Naru a ripensare la disillusione che prova nei confronti dell’amore e degli uomini, di “bad men” come il marito (Masihullah Tajzai), un traditore, un violento e uno sfruttatore, che lei però, con coraggio, ha lasciato e contro il quale lotta per ottenere la custodia del figlio. Il vento nuovo entrato nella vita di Naru non porterà però la primavera desiderata: Qodrat ha una famiglia; con il progressivo mutare della situazione a Kabul, Naru tornerà per un po’ a lavorare nei programmi di intrattenimento e infine a fare video e foto di nozze, in un piccolo negozio gestito dal marito. Per non perdere il figlio, Naru è dovuta tornare dal bad man. Il nastro della sua storia personale si è ravvolto come quello della storia del suo paese, sempre più sotto gli attacchi della violenza cieca e sanguinaria dei talebani. A venti tanto avversi non si può sfuggire – questo sembra voler dire il film. Ma il coraggio di un amore generoso e profondo, come quello di Qodrat per Naru, apre la fine della storia a un altrove possibile per la donna e suo figlio

No Good Men trae ispirazione da vicende conosciute e in gran parte vissute dalla regista, nata a Teheran (1990) da rifugiati afgani, vissuta in Afghanistan, poi a Parigi e di nuovo a Kabul, fino all’agosto del 2021 quando è andata via e si è stabilita ad Amburgo. Qui Sadat ha girato No good men: le riprese nella Kabul ricostruita ad Amburgo sono intervallate da filmati della Kabul del 2021. L’uso di questo materiale è necessario in un film come questo. No good men è infatti legato a precisi avvenimenti della storia politica, che vengono ricordati dalla giovane regista attraverso didascalie – “Kabul, february 2021”, all’inizio del film –, breaking news – la notizia del ritiro delle truppe americane data da Joe Biden che irruppe, il 14 aprile, sugli schermi di Kabul News –, attraverso le immagini delle madri che spingevano i figli oltre il filo spinato, tra gli spari, all’aeroporto di Kabul, per metterli in salvo. 

Il mestiere della protagonista afferma l’importanza di uno sguardo che, soprattutto in certi luoghi e in certi tempi, deve saper osservare, deve farsi testimone e interprete della realtà e delle emozioni: a questo proposito è emblematico “come” Naru inquadra, riprende e restituisce al pubblico di Kabul News le conseguenze di un terribile attentato. Anche il mestiere di Qodrat va in una direzione analoga. La voce di un giornalista ha la responsabilità di raccontare, fare inchieste e domande coraggiose, soprattutto in certi luoghi e in certi tempi. Così fa Qodrat, anche a costo di essere minacciato, picchiato, accusato, nei giorni della presa talebana di Kabul, di voler sabotare il governo.

Shahrbanoo Sadat, forte delle competenze acquisite nell’ambito del cinema documentario, studiato agli Ateliers Varan a Kabul, e del cinéma vérité, studiato a Parigi, mostra di essere particolarmente a suo agio nelle parti del film più legate a questioni politiche e a temi antropologici e sociali, specie quelli riguardanti la condizione delle donne, le loro aspettative e i loro desideri. Nello speciale San Valentino, che Naru deve girare per la sua TV intervistando donne e uomini, Sadat ci ha fatto pensare a Comizi d’amore di Pasolini ma le domande e risposte che intrecciano tanti e diversi pensieri sull’amore fanno sentire, nonostante una certa giocosità e ironia, che le rose rosse a Kabul hanno spine dure da staccare. 

No Good Men. Regia: Shahrbanoo Sadat; sceneggiatura: Shahrbanoo Sadat; fotografia: Virginie Surdej; montaggio: Alexandra Strauss; interpreti: Shahrbanoo Sadat, Anwar Hashimi, Liam Hussaini, Yasin Negah, Torkan Omari; production designer: Pegah Ghalambor; musica: Harpreet Bansal, Therese Aune, Kristian Eidnes; costumi: Pola Kardum; produttori: Katja Adomeit (Adomeit Film), Shahrbanoo Sadat, Jeppe Wowk, Marina Perales Marhuenda, Xavier Rocher, Ingvil Sæther Berger, Balthasar Busmann, Maxi Haslberger; origine: Germany, France, Norway, Denmark, Afghanistan; lingua: Dari, Pashto; durata: 103′; anno: 2026.

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