Il documentario collettivo Nella colonia penale esplora tre delle ultime colonie penali d’Europa, localizzate in Sardegna a Isili, Mamone e Is Arenas, oltre all’ex colonia dell’Asinara. La Sardegna nel suo essere isola è stata ritenuta adatta a ospitare luoghi di detenzione al quadrato: istituti penitenziari che prevedono la possibilità per i detenuti di lavorare fuori dalle mura, condizione consentita anche grazie alla qualità di isolamento dell’isola, in cui le mura di contenimento raddoppiano per la natura stessa.
Il film ha cominciato il suo percorso produttivo durante la pandemia, periodo caratterizzato per l’elevarsi a potenza delle regole di controllo sulle persone e la loro circolazione. Insieme alle restrizioni pandemiche, che hanno dilatato notevolmente i tempi di produzione, anche le rigide regole di accesso alle carceri hanno ulteriormente complicato il lavoro, condizionando in modo significativo la regia.
Se già dal titolo sappiamo che si tratta di un film carcerario, le riprese tendono invece a giocare con l’ambiguità delle immagini, a partire dalla loro provenienza da luoghi e tempi molteplici: se una parte di queste ci colloca chiaramente all’interno di una prigione – sbarre e recinzioni, perquisizioni degli agenti, telecamere –, altre non corrispondono ai canoni e alle aspettative appartenenti a questo genere e al contesto narrativo – il lavoro nei campi e di allevamento, i grandi spazi aperti dove i detenuti si muovono.
Affidare la fotografia a una sola professionista, Federica Ortu, ha permesso di omogeneizzare il processo collettivo di realizzazione del film, garantendone la continuità estetica. Anche il suono, usato come elemento immersivo e di contrasto, è funzionale all’armonia formale dell’opera: i rumori appartenenti all’universo diegetico del documentario, come le telefonate a casa e lo scampanellio delle pecore, l’eco di chiavi e porte di metallo, il silenzio dei campi coltivati e il soffio del vento, compongono la colonna sonora del film.
Eppure, la dicotomia tra prigionia e libertà, tra mura visibili e invisibili, passa in secondo piano. Il paradosso mostrato è quello di un moltiplicarsi delle mura di contenimento proprio laddove sembra si possa intravedere una liberazione. La liberazione avviene in maniera progressiva: inizialmente attraverso l’attivazione di un pensiero critico stimolato dall’osservazione della quotidianità dei detenuti e, successivamente, dal paradosso del reinserimento, complicato dal doppio isolamento, carcere e isola.
Pensiamo all’ultimo episodio del film che ritrae l’isola Asinara, in cui la colonia penale è solo un ricordo, a metà tra la musealizzazione e la rovina. I sistemi di controllo, misurazione e manipolazione degli esseri umani sono sostituiti da dispositivi di detenzione di forme di vita animale. Gli animali selvatici sono imprigionati nelle stesse strutture carcerarie abbandonate dell’Asinara: il cinguettio terrorizzato dei pettirossi nelle reti, misurati, numerati, schedati; il soffio rabbioso della tartaruga marina trattenuta dalle mani delle operatrici; le corse terrorizzate dei cinghiali nelle gabbie con cui vengono catturati e deportati.
L’episodio allude alla corrispondenza tra meccanismi di costrizione e gesti di liberazione umani e animali: l’inquietante sdoppiamento delle modalità detentive e di controllo che, quando cessano di percuotere l’umanità, si riversano sugli altri esseri viventi. Un’osservazione rovesciata che raddoppia la potenza della riflessione sul trattamento carcerario osservata meticolosamente nei primi tre episodi, fungendo anche da espansione concettuale del discorso del film.
Nella colonia penale è un film che, nonostante sia nato tra ostacoli e difficoltà, è stato capace di trasformare quelle debolezze in potenza formale. Il suo valore si compie nel momento in cui attiva riflessioni pubbliche, generando un dibattito che va oltre la sala e si fa spazio politico condiviso. In questo senso, il documentario è un esperimento di co-creazione politica e poetica, capace di rilanciare il ruolo del cinema come pratica critica e partecipata.
Nella colonia penale. Regia: Gaetano Crivaro, Silvia Perra, Ferruccio Goia, Alberto Diana; sceneggiatura: Gaetano Crivaro, Silvia Perra, Ferruccio Goia, Alberto Diana; fotografia: Federica Ortu; montaggio: Emanuele Mallocci; produzione: Mommotty; origine: Italia; durata: 85’; anno: 2025.