La scena iniziale dell’ultimo film diretto da Park Chan-wook, No Other Choice, si apre sul giardino assolato della casa di You Man-soo, disseminato di una vegetazione rigogliosa, che con le sue fioriture tinge il luogo di un’atmosfera idilliaca. Petali di fiori solcano incessantemente il quadro fluttuando come fiocchi di neve, mentre la famiglia del protagonista festeggia il compleanno della moglie, con un allegro pranzo all’aperto. In accordo con questa atmosfera, il protagonista mostra una piacevole complicità con gli altri membri della famiglia, che culmina nel tenero abbraccio di gruppo che chiude la scena. “Ho tutto”, afferma You Man-soo, mentre un campo totale incornicia i personaggi in questa perfetta immagine di beatitudine.

È così che il film attesta sin dal principio qual è la posta in gioco per il protagonista, mettendola subito a rischio attraverso la dissolvenza incrociata che segna il passaggio alla scena successiva, in cui a quell’immagine ideale si sostituisce la violenza di un vortice d’acqua meccanico, e si fa spazio allo stridio martellante dei macchinari industriali. Ci troviamo nella fabbrica di carta in cui You Man-soo è impiegato da 25 anni, che accusa i primi sintomi della crisi del settore cartario e minaccia un taglio massiccio di unità di forza lavoro. Il protagonista, tra i malcapitati a cui viene sottratto il posto, conduce così una battaglia personale contro soggetti con un profilo professionale simile al suo, con l’obiettivo di eliminare la concorrenza.

Giocando sulla contrapposizione netta tra i due aspetti dominanti della vita di You Man-soo, l’opera di Park Chan-wook svela la tensione sottesa che alimenta l’intera vicenda. Il personaggio mostra un interesse ossessivo solo nei confronti di due cose: da un lato, la sua carriera come capo reparto nella produzione di carta, per la quale è disposto a uccidere; dall’altro, la dedizione maniacale alla cura delle sue piante, individuata dalla moglie come il suo peggior difetto. Tracciando un legame tra la vita vegetale e la carta, il film esemplifica a livello simbolico il passaggio dell’operaio da forma di vita senza scopo a materiale creato con la finalità di espletare una specifica funzione.

In questa cornice, è particolarmente significativo che il materiale di consumo sia la carta, sempre più vicina all’obsolescenza: in un sistema economico fondato sul progresso tecnologico, gli stessi operai che fino a qualche tempo prima sorreggevano la produzione si trasformano rapidamente in materia di scarto. Il processo di sostituzione e restringimento delle posizioni lavorative li conduce inevitabilmente a lottare aggressivamente gli uni contro gli altri, negando la loro stessa natura nel farlo. Quella che va consumandosi sembra essere una lotta artificiale, uno scontro improduttivo che richiama una forma di cannibalismo non connaturata a queste forme di vita, ma indotta da fattori esterni.

La causa principale della perdita di controllo di You Man-soo va individuata nel suo tentativo di forzare il proprio adattamento a questo nuovo equilibrio, che corrompe irrimediabilmente la sua autentica natura. In tal senso, il fallimento del suo primo colloquio trova una perfetta eco nella scena successiva, in cui il protagonista fallisce la filatura del suo bonsai, e attraverso l’eccessiva forza esercitata provando a ridirezionare il ramo, lo spezza. La stessa forza violenta si estende all’eliminazione dei suoi simili, che giunge a compimento nel momento in cui i cadaveri finiscono in qualche modo sotterrati, mediante una regressione imposta verso il loro stato originario che esemplifica la sintesi tra due valenze simboliche intrinseche della terra: «da un lato quella della fertilità primigenia […] dall’altro quella di una materia che si fa archivio e sepolcro, essendo ciò in cui presto o tardi ogni cosa materiale si dissolve» (Griffero 2016). In questo senso, la sepoltura del secondo avversario di You Man-soo rappresenta forse il caso più emblematico: inorridito dalla possibilità di dissezionare il cadavere dell’uomo con una motosega, il protagonista finisce invece per ridurre la sua superficie ripiegando il corpo su sé stesso, in una posizione fetale tenuta insieme dalla morsa stretta di un filo di ferro. Sopra alla salma, il protagonista deposita un giovane albero di mele: l’uomo potrà assumere una nuova forma nel passaggio di sostanze nutritive a un’altra forma di vita.

Quella condotta da You Man-soo è una battaglia vinta, ma unicamente sul piano individuale. Il finale del film lo chiarisce rimarcando il contrasto con la scena iniziale: dirigendosi a lavoro, il protagonista si congeda dalla sua famiglia sotto una scrosciante pioggia d’autunno, che ha ridotto la terra in fango e spogliato le fronde degli alberi; nella fabbrica, ormai del tutto automatizzata, l’uomo si trova completamente solo. Nel nuovo assetto non c’è spazio per la natura, così come non c’è spazio per la vita umana. 

Riferimenti bibliografici
T. Griffero, Il pensiero dei sensi. Atmosfere ed estetica patica, Angelo Guerini, Milano 2016.

Tags     natura, Park Chan-wook
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