Mona Lisa underground

di PIETRO MASCIULLO

Mona Lisa and the Blood Moon di Ana Lily Amirpour.

Viviamo rispettando le convenzioni, le regole, il calendario,
gli orari, i compleanni, le vacanze,
le festività, ma cosa facciamo
quando queste cose ci vengono tolte? Contiamo le cose che abbiamo perso?
O quelle che ci sono rimaste?

In Ride It Out – uno dei segmenti migliori della serie netflixiana Homemade, diciassette cortometraggi realizzati per raccontare la quarantena da altrettanti punti di vista in giro per il mondo – una ragazza attraversa in bicicletta lo spettrale spazio vuoto dei boulevard di Los Angeles pedinata da una drone-camera che ne anticipa le traiettorie e/o plana dall’alto geolocalizzandone i movimenti. La voce fuori campo di Cate Blanchett accompagna questo viaggio parlando di virus e conseguenze sociali, del ruolo dell’individuo e dell’arte, facendoci infine la domanda in esergo.

Ecco, lo sguardo alieno di Ana Lily Amirpour sul cinema (americano) plana sempre dall’alto inquadrando ambienti familiari che diventano improvvisamente alieni proprio perché filtrati da personaggi in perenne lockdown fisici o mentali. Era così nel notevole A Girl Walks Home Alone at Night e nel claudicante The Bad Batch, entrambi film dove l’universo relazionale delle protagoniste è fortemente condizionato da un oppressivo contesto sociale o da un sistema di valori in cui non si riconoscono. Ecco che i generi cinematografici (l’horror, il western, il post apocalittico) non servono unicamente come riscrittura indie-arty-pop o come rimasticatura pulp ma diventano lacerti di memoria condivisa a cui aggrapparsi disperatamente per testimoniare la sopravvivenza di un universo emotivo anestetizzato dall’inerzia.

Veniamo a quest’ultimo Mona Lisa and the Blood Moon. La protagonista (interpretata dall’astro nascente del cinema asiatico Jeon Jong-seo) è una ragazza coreana internata da più di dieci anni in un ospedale psichiatrico dove scopre di avere un superpotere che la libera: può prendere il controllo mentale dei corpi altrui (proprio lei costretta a star ferma in una camicia di forza) muovendoli a suo piacimento (come nell’immaginario videoludico esplicitamente citato). Una sadica infermiera, uno zelante poliziotto e una donna prepotente ne faranno le spese.

Abbiamo nuovamente una Girl Walks Alone at Night che attraversa gli spazi della spettrale New Orleans post-Katrina, post crisi economica del 2008 e post Covid, dove la povertà e l’alienazione trovano un correlativo oggettivo nello sguardo vergine, ferino e disilluso di questa ragazza “nata” quella notte in un mondo che non (la) riconosce. Ovviamente è un mondo popolato da outsider – spacciatori, spogliarelliste, poliziotti solitati, bambini problematici, buttafuori violenti, ecc. – che Mona Lisa incontra sfiorando baci appassionati e nuove figure materne, sfruttamenti economici e avventure lisergiche, fratelli protettivi e violentissime risse da strada. Eppure, si ha sempre la sensazione che non stia succedendo nulla in questo lento vagare: ogni singolo personaggio meriterebbe un film o una serie a parte ma Amirpour li abbandona immediatamente lasciandoli vivere nel fuori campo delle nostre memorie di spettatori.

Mona Lisa and the Blood Moon potrebbe quasi essere una lunga sequenza di raccordo del film intero che non vedremo mai, oppure il pilot di una serie fantasy che forse vedremo (del resto lo spacciatore dal cuore tenero Fuzz saluta la ragazza dicendole “ci vediamo nel sequel”). Un cinema veramente inclassificabile che può irritare o affascinare, o tutt’e due le cose insieme.

E poi c’è la messa in scena. La percezione delle cose di Mona Lisa viene scandita da grandangoli e virate psichedeliche (la fotografia di Paweł Pogorzelski diventa centrale in questo discorso) e dalla martellante colonna sonora techno firmata da Daniele Luppi (con chiare valenze narrative). Un minimalismo iperrealista che corteggia i generi classici aprendo una moltitudine di referenze che vanno da Abel Ferrara a Jim Jarmusch, con un discorso politico sull’horror della marginalità che ricorda il primo John Carpenter e un modo di inquadrare gli spazi metropolitani che va dal Naderi americano di Sound Barrier alle graphic novel di Daniel Clowes. Per arrivare, ovviamente, al teen movie fantastico anni ’80 di Joe Dante o Steven Spielberg come contenitore ideale di ogni situazione. Insomma, i riferimenti sono tanti ma mai evidenziati con gioiosa sovreccitazione cinefila perché sempre riscoperti come sbiadite vestigia di un mondo che fa fatica a sopravvivere nel XXI secolo.

Questi slittamenti identitari colti nelle differenze culturali, ovviamente, sono particolarmente sentiti da una regista britannica di origine iraniana che fa film in America. Ecco che lavorando a partire dai materiali di scarto dei generi classici e delle riscritture cinefile successive Amirpur configura con consapevole lucidità anche l’atomizzazione dei nuovi paradigmi di visione (dalle piattaforme agli ambienti videoludici) che faticano a testimoniare le istanze di uno sguardo soggettivo sul mondo. Temi come la violenza di genere, l’immigrazione, il razzismo e la nuova povertà post crisi economiche sono anch’essi suggeriti e abbandonati nel flusso delle azioni ripetitive di Mona Lisa e del piccolo Charlie che intendono solo liberarsi da ogni figura genitoriale (e da quel sistema di valori che inconsapevolmente combattono) arrivando sino a un ultimo gesto finale di solidarietà fraterna che ci riporta al teen movie e a una chiusura narrativa appena abbozzata.

Insomma, Ana Lily Amirpour è un’autrice con uno storyworld ormai riconoscibile che fa film non del tutto capaci di sviluppare le potenzialità formali e riflessive che manifestano, confermando però una stimolante idea di cinema che rifunzionalizza ogni stereotipo del nostro immaginario dirottandolo verso strade scentrate e ultra-periferiche.

Mona Lisa and the Blood Moon. Regia e sceneggiatura: Ana Lily Amirpour; fotografia: Pawel Pogorzelski; montaggio: Taylor Levy; scenografia: Brandon Tonner-Connolly; costumi: Natalie O’Brien; musiche: Daniel Luppi; suono: Jacob Ribicoff, Frenchie Gaya, Chris Terhune; interpreti: Jeon Jong-seo, Kate Hudson, Craig Robinson, Evan Whitten, Ed Skrein; produzione: Le Grisbi Productions, 141 Entertainment, wiip studios, Rocket Science, Black Bicycle; origine: Usa; durata: 106′; anno: 2021.

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