La riflessione di Hans Blumenberg (1922–1996), interamente volta a indagare le radici religiose, filosofiche e culturali della modernità occidentale, ha dato origine a una delle più articolate, coerenti e profonde teorie del mito elaborate nella seconda metà del Novecento. Appare dunque particolarmente significativa e quanto mai propizia la recente ripubblicazione, da parte della casa editrice Mimesis, nella collana Atlante delle Idee diretta da Andrea Tagliapietra, di Elaborazione del mito (in tedesco Arbeit am Mythos, 1979), il grande capolavoro che il filosofo dedicò al tema del mito. L’edizione, che recupera la precedente tradizione in italiano di Bruno Argenton (apparsa con il Mulino nel 1991), si arricchisce ora di una breve postfazione dello stesso Tagliapietra, preziosa nel collocare con finezza ed acume l’opera entro l’orizzonte dei principali nuclei teorici della riflessione blumenberghiana. Essa, infatti, evidenzia efficacemente come dietro il vero e proprio «labirinto delle digressioni», nel quale Blumenberg esprime alla perfezione la sua “pensosa” «simbiosi di lettura e scrittura», si celi in realtà una profonda disciplina teorica, che inserisce nelle pieghe del confronto ininterrotto con i numerosi riferimenti filosofici e letterari del testo una trama argomentativa precisa e organica. 

Per Blumenberg il nostro rapporto con il reale non è riducibile al mero bisogno di apprensione e dominio concettuale, ma va considerato nel segno di un più ampio sfondo antropologico dei bisogni umani, per i quali «può essere razionale essere irrazionali fino all’estremo» – il sogno, la fantasia, l’immaginazione svolgono un compito fondamentale nell’esistenza. È in questo quadro che si comprende allora l’interesse per il potere fondamentale delle narrazioni e delle storie, il cui significato non va ricercato nel processo teleologico della conoscenza, ma nello strappare l’uomo al terrore e alla paralisi provocati da quello che viene definito l’“assolutismo della realtà”. Fa parte delle strategie fondamentali del mito l’assorbire gli elementi più minacciosi, inquietanti e notturni dell’esperienza, per elaborarli narrativamente e portare ad una situazione di relativa tolleranza e neutralizzazione dell’angoscia. Tradizionalmente considerato da una certa traiettoria della filosofia occidentale come opposto al logos, in realtà il mito svolge dunque un compito ad esso coordinato: esorcizzando le paure originarie dell’esistenza, esso permette di dischiudere l’esperienza di un mondo che non schiacci l’uomo, consentendo successivamente quegli stessi processi di oggettivazione propri dell’atteggiamento teoretico. 

Secondo Blumenberg, il mito si configura come un dispositivo irriducibilmente anti-dogmatico e anti-metafisico, poiché non tende ad una verità assoluta e definitiva, ma nasce come risposta creativa e curativa a una crisi esistenziale, quale elaborazione sempre contingente e performativa di un trauma originario, attraverso un movimento simultaneo e inseparabile di reiterazione e trasformazione. In questa prospettiva, il lavoro del mito non può mai dirsi definitivamente compiuto o concluso, se non al prezzo di presumere il superamento dell’assolutismo originario da cui trae origine; ma una simile pretesa determinerebbe immediatamente la ricaduta in una nuova forma mitica. Esso conserva, perciò, nel proprio stesso operare tramite continue e infinite variazioni, nell’intreccio di ripetizione e oblio, la traccia mnestica di questa immemoriale passività che lo fonda e lo costituisce. Esso si delinea così come memoria di una mancanza, di un vuoto o di una ferita strutturalmente costitutivi: una forma debole e patica di significazione, capace di custodire l’esperienza della fragilità di ogni senso umano. 

Non è solamente però nell’abbozzo di una teoria antropologica che consiste l’unico o il principale elemento d’interesse del volume. L’intero sviluppo della seconda parte (dalla terza alla quinta parte), dedicata al mito di Prometeo e alle sue ricezioni, dimostra infatti come l’ambizione blumenberghiana più profonda sia rileggere la traiettoria del pensiero occidentale e della stessa razionalità moderna illuministica a partire dal “lavoro” del mito e dagli slittamenti di significato che essa ha consentito e custodisce. Si pensi, in tal senso, alla dettagliata ricostruzione e interpretazione della polemica sullo spinozismo di Lessing, nata dall’episodio della lettura, da parte di Jacopi, dell’Inno a Prometeo di Goethe: grazie ad essa Blumenberg fa evidentemente emergere l’idea di un segreto mitico e spinoziano, in ogni caso irriducibile all’assolutismo teologico cristiano, all’interno dell’illuminismo tedesco. O si pensi alla lunghissima sezione dedicata alla cosiddetta “smisurata sentenza” di Goethe, «nemo contra deum nisi deus ipse», apoftegma apposto all’inizio della quarta parte di Poesia e verità: il tentativo blumenberghiano di rilettura del motto in una chiave radicalmente spinoziana, panteista e politeista (prometeica) contiene in realtà una profonda polemica anti-schmittiana, e dunque la volontà di individuare un processo moderno di liquidazione di qualsiasi teologia-politica cristiana e di decostruzione della categoria di secolarizzazione. 

Se in Elaborazione del mito la smisurata sentenza rappresenta addirittura «il gradiente verso cui tutte le linee convergono», fino ad essere definita «la formula fondamentale del mito», ciò deriva dal fatto che intorno alla possibilità di sventare il pericolo di una sua lettura cristologica (e quindi come “secolarizzazione”) si gioca la posta in palio dell’intero lavoro blumenberghiano, impegnato nella ricerca di paradigmi “emancipativi” che siano alternativi a quello cristiano per spiegare la genesi del moderno (spinozismo, prometeismo, epicureismo) e, in particolare, di un meccanismo mitico e mitopoietico di superamento del sistema dogmatico-metafisico che permetta di interpretare la storia della filosofia occidentale nel segno della disattivazione di qualsiasi teologia-politica. 

Un tale intreccio di questioni permette di comprendere alcune delle proposte interpretative più forti e originali della Blumenberg-Forschung, inerenti alla dimensione filo-politeistica ed “esistenzialmente” prometeica, autoaffermativa e anti-cristiana della rilettura blumenberghiana della razionalità moderna; interpretazioni avanzate da Marquard e Faber, ma ulteriormente approfondite nella restituzione teorica proposta in Italia da Leghissa, che ha parlato di una vera e propria “politeologia”. In quest’ottica, Arbeit am Mythos consente di far emergere anche alcuni degli aspetti più aporetici e problematici del progetto filosofico di Blumenberg, che – come suggerisce lo stesso Andrea Tagliapietra, sottolineando come l’autore avesse infine rimosso la parte dedicata al “mito totalitario” del Novecento, originariamente prevista – finisce per offrire una restituzione sostanzialmente liberale ed umanistica del “lavoro” del mito, lasciando inevaso il problema cruciale dell’uso politico fascista, o il tema dei possibili limiti di una concezione estetica che, appagando il bisogno umano di esonero dal peso dell’esistenza, rischia però di distrarre dal dramma della realtà concreta e dall’urgenza della decisione responsabile.

Elaborazione del mito non solo si rivela comunque un enorme serbatorio di riflessioni e interpretazioni storico-filosofiche, ma si staglia come l’approdo finale della filosofia dell’inconcettualità di Blumenberg, nel quale convergono parallelamente e si ricapitolano le sue due principali traiettorie di ricerca, quella intorno alle metafore assolute, da una parte, e quella riguardante la questione della secolarizzazione, dall’altra. In questo senso, esso appare un testo assolutamente imprescindibile per chiunque si voglia accostare seriamente allo studio della filosofia blumenberghiana nella sua interezza, ma anche per chi voglia avere una preziosa chiave di accesso alla storia dei dibattiti intorno al mito del secondo dopoguerra tedesco, consentendo di mettere a fuoco le profonde implicazioni storico-filosofiche e storico-religiose dei tentativi odierni di rimitizzazione.

Riferimenti bibliografici:
L. Battista, Hans Blumenberg e l’autodistruzione del cristianesimo. La genesi del suo pensiero: da Agostino a Nietzsche, Viella, Roma 2021.
A. Borsari, a cura di, H. Blumenberg. Mito, metafora, modernità, Il Mulino, Bologna 1999.
P. Caloni, Hans Blumenberg. Realtà metaforiche e fenomenologia della distanza, Mimesis, Milano-Udine 2016.
R. Faber, Der Prometheus-Komplex: Zur Kritik der Politotheologie Eric Voegelins und Hans Blumenbergs, Würzburg 1984
F. Gruppi, Dialettica della caverna. Hans Blumenberg tra antropologia e politica, Mimesis, Milano-Udine 2017. 
G. Leghissa, Il Dio mortale. Ipotesi sulla religiosità moderna, Medusa, Milano 2004.
O. Marquard, Lob des Polytheismus. Über Monomythie und Polymythie, in Id., Abschied vom Prinzipiellen. Philosophische Studien, Reclam, Stuttgart 1981.
M. Möller, a cura di, Prometheus gibt nicht auf. Antike Welt und modernes Leben in Hans Blumenberg Philosophie, Mentis Verlag, München 2015
O. Müller, Sorge um die Vernunft. Hans Blumenberg phänomenologische Anthropologie, Fink Verlag, Paderborn 2005. 
A. Nicholls, Myth and the Human Sciences. Hans Blumenberg’s Theory of Myth, Routledge, New York 2015. 
F.J. Wetz, H. Timm (eds.), Die Kunst des Überlebens, Suhrkamp, Frankfurt 1999. 

Hans Blumenberg, Elaborazione del mito, postfazione di Andrea Tagliapietra, Atlante delle Idee, Mimesis, Milano-Udine 2026.


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