Fuori e dentro il racconto

di ALMA MILETO

Mi chiamo Francesco Totti di Alex Infascelli.

“La prima parola che ho detto è stata palla”. A pronunciare queste parole è la voce del Capitano, di cui riconosciamo subito il timbro un po’ strascicato e sornione, come a nascondere un sorriso. Lo schermo è nero. Che cos’è per noi Francesco Totti? E nel noi non è contenuto alcun riferimento al tifo. Si tratta invece di “noi” spettatori, quelli seduti in sala ma anche quelli fuori dal cinema, che di Totti sono spettatori anche senza saperlo, anche quando non ci pensano.

Il giocatore giallorosso è progressivamente diventato un simbolo non solo della Roma, ma della storia del calcio, dei valori che questo promuove (o che ha promosso un tempo). Tutto sommato, se il calcio è lo sport che più di ogni altro porta in campo l’esistenza umana con le sue contraddizioni, i suoi imprevisti, i suoi colpi di fortuna, le sue lunghissime pause nell’azione e le sue svolte repentine, il Capitano è diventato simbolo di un continuo “esercizio di vita”: il miracolo di possedere un talento, la capacità di agguantare un sogno, la dedizione nel prendersene cura, la disperazione nel riconoscerne la fine, la speranza in una nuova evoluzione del suo essere-uomo.

Questa parabola, comune a molti (forse a tutti) ma incarnata con così estrema chiarezza da pochi, rende Totti l’“eroe” dei nostri giorni. Il nostro gladiatore, il nostro Achille, il nostro Rocky. Un personaggio epico nel senso letterale del termine. L’uomo di cui si cantano le gesta e che vive nella perfezione di un mondo narrativo in cui tutto è al suo posto: il destino è segnato, ogni singola azione ne riconferma la forza, non può accadere nulla di male. Questa certezza ideale della sua persona, questo grande spettacolo costruito sulle innumerevoli immagini (concrete o mentali) che ce lo rendono così familiare e rassicurante, va tuttavia di pari passo alla consapevolezza che questo eroe, in fondo, è anche un uomo reale.

Quale può essere allora l’immagine cinematografica di Francesco Totti? Alex Infascelli pensa alla soluzione più giusta: se il pubblico è già da tempo spettatore dell’immagine-Totti, il calciatore viene reso invisibile nella sua viva presenza, lasciato in una voce fuori campo che per tutto il film, salvo poche scene, guida un montaggio fatto esclusivamente di immagini di repertorio (vecchi filmini di famiglia, spezzoni televisivi, riprese del campionato, video amatoriali realizzati con i telefoni). L’epos del calciatore romanista, come scrive Daniele Dottorini in una riflessione sulla sovrapposizione tra il “corpo-calcio” e il “corpo-cinema” (Cfr. Dottorini 2009), si è costruito negli anni sulla fisicità dell’immagine (in primo luogo delle partite, dove certo è il corpo a primeggiare). Inversamente, nel documentario a lui dedicato, a guidare il racconto è una voce che si separa dal corpo e ci parla dall’off-screen, da quel nero che vediamo all’inizio. Da oggetto del racconto, Totti si fa narratore. Da eroe da sempre confinato in un’azione che non può vedere dall’esterno, si trasforma in aedo di quarantaquattro anni di vissuto personale.

Ecco che è proprio in questo ruolo di acusma, fonte sonora non localizzabile che sorvola l’immagine dall’alto, a comparire l’altra faccia dell’eroe. Non che la sua voce si faccia altro dall’immagine, al contrario la ricalca in modo decisamente didascalico – “questo è mio padre”, “qua siamo nella casa di Torvaianica”, “questo è il Derby del ’99”, e così via – ma è proprio in questa semplice ripetizione ad innestarsi la forza della costruzione filmica. “Quando entro in campo sono Totti, quando esco divento Francesco”, dice la voce del calciatore. Nel film il giocatore raddoppia l’uscita dal campo con un’uscita dal racconto che lo vede protagonista, godendosi dall’ipotetica “panchina” della narrazione il bel gioco fatto fino ad oggi.

L’esperienza nella Lodigiani, le prime partite in serie A, lo scudetto, la Coppa del mondo, le gite in barca con amici e cugini (tutti maschi), l’incontro con Ilary, l’essere figlio e l’essere padre, fino a quell’ultima notte all’Olimpico, in cui come nel celebre film di Bergman si presenta incappucciato a dare il suo addio al calcio. Queste ultime sono tra le poche scene riprese dal vivo da Infascelli, in cui tuttavia si rispetta la disintegrazione corpo-voce, e Totti non apre mai bocca in presa diretta. Addirittura l’immagine viene forzata a rimanere emanazione della sua parola anche quando non esiste. Il “gioco delle paperelle” che fa con i suoi amichetti a Porta Metronia viene riprodotto su pellicola da Infascelli fingendo che sia materiale d’archivio come il resto. Il risultato è un po’ posticcio – e non particolarmente riuscita la scena finale in cui il calciatore incontra come in un sogno il “sé-bambino” che compariva in quelle immagini – ma il senso profondo della scelta espressiva resta: Totti deve rimanere una voce che incontra la rappresentazione di un corpo, il suo.

In un passaggio della sua carriera il calciatore viene corteggiato dal Real Madrid. A poche settimane dal matrimonio con Ilary, Totti ha qualche attimo di perplessità, ma gli basta scendere le scale del Campidoglio accanto alla sua sposa ed essere accolto in basso da migliaia di cittadini per capire che il suo destino, come dicevamo, è segnato. “Ma n’do vado via da Roma?”. La voce, in questo e in altri casi, non si limita a commentare l’evento che guardiamo. Ci si rimette totalmente dentro, ne ripercorre le emozioni dall’interno. Di più: si mette nella posizione di prendere una seconda volta le decisioni capitali della sua vita, riconfermandole ogni volta ma assaporandone il gusto con più lentezza e con il privilegio della lucidità di uno sguardo esterno, oltre quello spazio e quel tempo. Seguendo lo stesso criterio, il calciatore rivive nell’immagine il famoso spintone dato all’amico fraterno e trainer Vito Scala a bordo campo in un momento di rabbia – “mi dispiace”, dice, come se ce l’avesse di nuovo davanti; gli vengono di nuovo i brividi riguardando il suo incidente al tendine della caviglia; non lesina gli insulti a Spalletti riascoltando le interviste in cui l’allenatore manifesta tutta la sua non considerazione per il giocatore.

La voce di Totti non è una “Voice of God” chiusa nell’intoccabile trascendenza del suo ruolo. Tentenna, si sbaglia, si impiccia, ride, si emoziona e, quando ne ha voglia, pronuncia l’emblematica frase (che sentiamo non a caso riecheggiare nel finale): “Torna ‘n po’ indietro”. Francesco vuole vedere meglio quell’azione che ha fatto Totti, quella giravolta che faceva crossando anche da piccolo. Vuole capire chi c’era a quella festa, vuole ricordarsi quel fallo. È un bambino che gioca a tornare indietro nel tempo, ma è anche un adulto riconsegnato ad un passato che era già troppo “fuori di sé” quando è accaduto, troppo “racconto” e troppo poco “vita vissuta”. “Io alla fine tanti posti di Roma non l’ho mai visti”, dice a un certo punto il calciatore su alcune riprese della città girate da Infascelli. Essere divo vuol dire conoscere l’amore della propria città come nessun altro, ma significa al contempo non potere mai farsi parte anonima di qualcosa, osservatore della realtà che si sta vivendo. “A volte mi piacerebbe essere invisibile”. Il documentarista sembra essere partito da questo desiderio e avergli regalato in questo film l’invisibilità, per sparire dalla ribalta e, solo non facendosi vedere, riuscire finalmente a guardarsi.

La voce è «un flusso ombelicale che nutre l’immagine», scrive Michel Chion. In questo caso l’allusione del teorico francese sembra funzionare in modo letterale. La voice over del beniamino della Capitale riannoda il cordone alla sua storia, riappropriandosi definitivamente di frammenti sparsi della sua narrazione e guardando l’immagine di Totti come tutti la conoscevano, a parte Francesco. “Mi chiamo Francesco Totti” non è più tanto allora un atto di presentazione nei nostri confronti, quanto un auto-riconoscimento di ciò che è stato.

Riferimenti bibliografici
D. Dottorini, Occhi di calcio (e di cinema), in “Fata Morgana”, n. 8, maggio-agosto 2009.

Mi chiamo Francesco Totti. Regia: Alex Infascelli; sceneggiatura: Alex Infascelli, Vincenzo Scuccimarra; fotografia: Marco Graziaplena; montaggio: Alex Infascelli; produzione: The Apartment, Wildside; distribuzione: Vision Distribution; origine: Italia; durata: 106′.

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