«Il quadro è una possibilità che mi è stata offerta dalla memoria di ciò che mi attira e respinge a volte, per strada e ovunque: le occasioni del cartello, le proposte del manifesto l’invito della segnaletica e le altre cose che vedo esistere. Questo l’incentivo; poi dipingere, comunque». Così Mario Schifano parlava del suo lavoro in un breve intervento dell’inizio degli anni Sessanta, conservato da Maurizio Calvesi ed esposto – in versione dattiloscritta originale – nella sala che apre il percorso della grande retrospettiva curata da Daniela Lancioni al Palazzo delle Esposizioni.

Quasi mai un artista è il migliore interprete della propria opera. Tanto più, verrebbe da dire, se a parlare è un artista giovane, all’epoca neanche trentenne, da poco artista e da pochissimo artista affermato. Eppure, quella dichiarazione di poetica stringata e solo apparentemente ingenua descrive perfettamente la tensione fondamentale che, di lì ai successivi trent’anni, avrebbe guidato e informato il lavoro artistico di Schifano: la tensione tra pittura e immagini, tra la passione per il gesto pittorico e l’ossessione per l’immagine nelle sue varie forme e configurazioni.

Tanto è stato detto e scritto su Schifano e la sua vita nel corso dei decenni. E non potrebbe essere altrimenti, del resto: protagonista della scena artistica e della mondanità notturna della Roma anni Sessanta, con un paio di brevi ma importanti incursioni a New York in quegli stessi anni – messo sotto contratto dalla gallerista Ileana Sonnabend – che lo portano ad avere contatti diretti con la Factory di Warhol e il mondo New Dada e Pop; amico dei Rolling Stones (che gli dedicarono la canzone Monkey Man) e di Ungaretti, di Moravia, Parise e Felice Gimondi, amante di Marianne Faithfull, genio “eretico erotico erratico” (nelle parole di Achille Bonito Oliva) arrestato in più occasioni per possesso di sostanze stupefacenti. Schifano è stato uno degli artisti italiani più conosciuti e riconosciuti, oltre che più falsificati – chi ha frequentato le case di una certa borghesia romana lo sa bene: c’è quasi sempre uno Schifano (vero o presunto), nel salone di casa o nella cantina dei nonni. Ma è stato, prima di ogni cosa, un grande artista, brillante e ricettivo, curioso e quasi frenetico nella sua attività e nei suoi interessi.

Ebbene, uno dei principali meriti dell’antologica allestita al Palazzo delle Esposizioni è che a parlare sono innanzitutto, e soprattutto, le opere. La prima sala è aperta da una grande e densissima parete biografica, che raccoglie immagini, informazioni e testimonianze (spesso dei critici e galleristi che ne hanno accompagnato la rapida ascesa) utili a ricostruirne la storia artistica: dalle prime personali alle gallerie Appia Antica e La Tartaruga, passando per l’esperienza newyorchese, la partecipazione ad alcune esposizioni seminali (The New Realists alla Sidney Janis Gallery di New York nel 1962, o la celebre Biennale di Venezia del 1964, tra le altre) e le sperimentazioni con il cinema e la fotografia, fino alla prematura scomparsa nel 1998. A seguire, si apre un percorso espositivo chiaro e leggibile, organizzato cronologicamente seguendo il principio dei cicli o “famiglie” di opere intorno a cui è andata via via sviluppandosi e definendosi l’attività di Schifano.

Passione per la pittura e ossessione per le immagini, si diceva. È in questa tensione che sembra rivelarsi il nucleo centrale di tutta la sua ricerca artistica. Tra la metà degli anni Cinquanta e gli inizi dei Sessanta, d’altronde, quella tensione attraversa gran parte dell’arte italiana (ed europea), segnata dal progressivo tramonto della stagione Informale e dall’emergere delle nuove ricerche rivolte agli oggetti, ai segni e alle immagini della comunicazione di massa e del paesaggio urbano contemporaneo. Schifano intercetta e alimenta quella tendenza, sperimentando materiali e tecniche differenti – smalti e vernici industriali, cemento, ferro, lastre di perspex trasparente o colorato, spray – e incorporando via via scritte, loghi iconici, immagini fotografiche e televisive.

Materia, immagine, medium: il vocabolario artistico di Schifano è ricchissimo, ma ruota intorno a pochi termini fondamentali che guidano le tante variazioni sul tema. Ecco così che, percorrendo le sale della mostra, si passa dagli impasti cementizi di un’opera come Cemento-ferro 6 (1960) – lo stesso materiale industriale che da qualche anno aveva iniziato a utilizzare l’amico Giuseppe Uncini nei suoi Cementiarmati – ai monocromi, su cui iniziano a comparire quelle scritte che vanno progressivamente ingigantendosi e giungono a occupare il centro della scena nel grande No (1960) e nel celebre Grande particolare di propaganda (1962); e ancora, il perspex che scherma e filtra la fotografia dei futuristi a Parigi in Futurismo rivisitato a colori (1965) e le emulsioni fotografiche su tela dei Paesaggi Tv degli anni Settanta, fino ai grandi lavori degli anni Ottanta, in cui la dimensione ambientale si sposa con una materia pittorica nuovamente protagonista, e alle ultime opere, in cui il confronto è con le immagini stampate in digitale. C’è spazio anche per due sezioni dedicate, rispettivamente, agli scatti fotografici e alle incursioni nel cinema, che contribuiscono a rafforzare l’idea di una costante inclinazione ad attraversare e sperimentare l’intero arco mediale. 

«Rigenerazione della pittura», si legge nella presentazione della retrospettiva, «è il sintagma che auspichiamo possa risuonare lungo il percorso della mostra». Ed è, in effetti, sotto l’egida della pittura che Schifano ha compiuto un’opera di costante indagine sullo statuto delle immagini nell’epoca della loro diffusione di massa. In questo senso, materia, immagine e medium sono sempre legati a filo doppio. La ricognizione del paesaggio mediale contemporaneo, infatti, è una ricognizione critica, tutta giocata sulla dialettica tra l’apparente immediatezza di quelle immagini e la loro materialità, tra la (supposta) trasparenza del mezzo e la sua (inevitabile, e dichiarata) opacità; e dunque, in fin dei conti, tra il funzionamento delle immagini e quello del nostro sguardo: le immagini ci guardano e ci riguardano, e qualcosa dobbiamo pur farci.

Spesso si è parlato – a ragione – delle tele di Schifano accostandole alla nozione di “schermi” (televisivi, cinematografici, o anche urbani, come i muri delle città). Altrettanto di frequente – e altrettanto a ragione – sono stati chiamati in causa l’arte Pop, il dècollage di Rotella, e via così con i possibili (e, solitamente, plausibili) riferimenti. La curatrice dell’esposizione non ha forzato alcun confronto specifico. È lo stesso Schifano, tuttavia, a fornire una delle possibili tracce. Nell’intervento conservato da Calvesi ed esposto in originale, infatti, appare un brevissimo post scriptum, redatto a mano dall’artista sotto il dattiloscritto, che recita così: «L’idea accademica che più mi interessa è quella di Johns, per la quale accentra le sue preferenze in un soggetto». Era uno Schifano giovane, senza dubbio. Ma già allora, non aveva solo genio, ma anche gusto. Il che, per un artista, non guasta mai. Il percorso ricostruito a Palazzo delle Esposizioni sta lì a dimostrarlo.

Mario Schifano, a cura di Daniela Lancioni, Palazzo delle Esposizioni Roma, 17 marzo – 12 luglio 2026.

*Foto di Giorgio Benni © MARIO SCHIFANO, by SIAE 2026 © Archivio Mario Schifano.

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