Machiavelli è all’origine del pensiero italiano e del pensiero politico moderno: su questa affermazione Roberto Esposito insiste a più riprese nella raccolta di saggi Machiavelli, a cura di Filippo Del Lucchese ed Elia Zaru. È un’affermazione su cui, al netto di eventuali precisazioni e spiegazioni, sarebbero in molti a convenire. Tuttavia, essa non sta tanto a significare che Machiavelli è, in senso cronologico, il primo pensatore a proposito del quale si possa parlare di pensiero politico moderno e di pensiero italiano per come siamo soliti intenderli tutt’oggi. L’accento di Esposito cade piuttosto sul termine “origine” – «Machiavelli è il più grande pensatore dell’origine» (Del Lucchese, Zaru 2025, p. 284) – che per il Segretario fiorentino implica soprattutto il “ritorno ai principî”.
Come ebbe a sostenere Michel Foucault a proposito dell’illuminismo kantiano (si noti bene, però: ben dopo Machiavelli), l’“atteggiamento moderno” consiste nell’incuneare all’interno del tempo presente – per svincolarlo dalla ripetizione del passato – il tratto dell’”attualità”; ebbene, per Esposito, a differenza dello stesso Foucault che collocava Machiavelli in un’epoca ancora pre-moderna, il machiavelliano “ritorno ai principi” «afferra il nesso decisivo che collega origine e attualità» (ibidem). L’origine comporta dunque una ri-presentazione di quei principî a partire da cui è possibile dare inizio a un nuovo corso; ma tale origine va “afferrata”, va resa “decisiva”, ed è questa la peculiarità del politico moderno. E se Machiavelli è all’origine anche del pensiero italiano, ciò implica che quest’ultimo si definisce anticipando questa modernità.
Negli anni ottanta, a cui risalgono i primi saggi di Esposito su Machiavelli raccolti nel volume, questa modernità si configura come “crisi”: La politica nella crisi è infatti un testo che risale al 1980. Insomma, attualità e crisi si intrecciano fino a confondersi, con il significato dell’una che scivola in quello dell’altra: la medesima idea di origine ne stringe il nodo. C’è da chiedersi quanto sia ancora persistente – e condizionante – questa modernità nell’autocomprensione dell’Italia in quanto paese in crisi permanente; quanto valga ancora la narrazione, fino a non molto tempo fa ancora in voga, secondo cui la sua crisi faceva da “laboratorio” per un’attualità che si sarebbe poi dispiegata come fenomeno egemonico. Ed è in questo scenario – italiano e ovviamente non solo – di crisi della crisi che si sta assistendo a un ritorno a Machiavelli, a un ritorno a quei principî a partire da cui immaginare una politica ancora possibile.
Il confronto con Machiavelli non rappresenta per Esposito soltanto un punto di vista privilegiato per interpretare l’attualità e la politica contemporanea. Come molto bene si evince dai saggi raccolti nel volume – che vanno dal 1980 a oggi – e dalla curatela di Del Lucchese e Zaru, Machiavelli rappresenta anche un trait d’union all’interno del pensiero di Esposito, nonché una cartina di tornasole per farvi emergere gli snodi fondamentali. Molto istruttiva è l’intervista, in appendice al libro, dei curatori a Esposito. Non soltanto può essere un capitolo della storia dell’intellighenzia italiana di sinistra dagli anni ottanta a oggi, ma offre anche l’opportunità di penetrare nel laboratorio di pensiero di Esposito. Dopo i lavori degli anni ottanta, Machiavelli non è riapparso nell’orizzonte del suo pensiero che trent’anni dopo, in Pensiero vivente (2010), per poi diventare imprescindibile negli ultimi libri dedicati al pensiero istituente. Tuttavia, quest’assenza è solo apparente.
Come puntualizza lo stesso Esposito, «anche rispetto alle categorie di “impolitico” e di “biopolitica” Machiavelli ha giocato un ruolo significativo» (ibidem). Il riferimento è alla fase tra gli anni novanta e il primo decennio dei duemila, la fase caratterizzata soprattutto dalla trilogia sulla biopolitica (Communitas, Immunitas, Bíos), quella che ha garantito al suo pensiero la ribalta internazionale. Sebbene il nome di Machiavelli vi circolasse solo saltuariamente, Esposito ne riconosce l’impronta nella elaborazione delle proprie categorie fondamentali, se non proprio nello stile del suo pensiero.
Da Machiavelli, infatti, Esposito assume la concezione del conflitto quale matrice di quell’”ontologia politica” a cui riconduce il suo pensiero: «Machiavelli elabora un’ontologia a carattere binario: all’origine – la stessa cui l’organismo politico deve tornare allorché si allenta la sua forza vitale – non vi è la compattezza di un unico principio ordinatore, ma uno scontro inesausto tra potenze contrapposte» (ivi, p. 225). La concezione del conflitto che Esposito trae da Machiavelli, tuttavia, non corrisponde al dualismo antagonista della «lotta di classe», a cui Marx ed Engels nel Manifesto comunista riconducono «la storia di ogni società esistita sin qui». Se la lotta di classe s’inscrive in una prospettiva rivoluzionaria, per Esposito il conflitto machiavelliano è immanente all’ordine, è un «conflitto ordinativo» (ivi, p. 264).
Ordine e conflitto – questo è del resto il titolo del libro di Esposito del 1984 su Machiavelli – non si escludono a vicenda (come sostiene un certo marxismo e soprattutto il realismo politico da Hobbes in poi), bensì si implicano reciprocamente: il conflitto fa ordine e, al contempo, consente all’ordine di durare. Della dinamica ordine/conflitto partecipano diverse celeberrime coppie che si ritrovano in Machiavelli, basti ricordare quella legge/forza nel capitolo XVIII del Principe, che deve fare tutt’uno nel principe, come tutt’uno era in Chirone il centauro, metà uomo e metà animale, precettore dei principi antichi (detto di passaggio, Il Centauro, su suggerimento dello stesso Esposito, s’intitolava un’importante rivista di filosofia e politica degli anni ottanta). È proprio l’alterazione che il conflitto sociale provoca all’interno dell’ordine che consente a quest’ultimo di vivificarsi e di rinnovarsi, e così durare.
Come non riconoscere nel pensiero di Esposito questa medesima dinamica nella coppia immanenza/antagonismo di Pensiero vivente, come pure in quella biopolitica communitas/immunitas, dove evidentemente una sorta di farmacologia machiavelliana gioca un suo ruolo. Ciò detto, va da sé che la presenza di Machiavelli diventi esplicita nella recente elaborazione di un pensiero istituente, dal momento che «Machiavelli vede nel conflitto il motore interno della dinamica istituzionale» (ivi, p. 265).Per citare il titolo di uno dei testi più recenti presenti nel libro, senz’altro il “Machiavelli istituente” ricomprende in sé i Machiavelli disseminati nel percorso di pensiero di Esposito, ma ciò su cui mi vorrei soffermare in conclusione è piuttosto l’esigenza che ha mosso Esposito in questi ultimi anni a ritornare all’origine: a Machiavelli.
Detto altrimenti, quale crisi ha condotto Esposito, attraverso Machiavelli, a ritornare “ai principî”? Per un verso, credo si tratti della crisi che ha interessato il paradigma biopolitico nella pandemia di Covid-19. Non che la pandemia non lo confermasse, anzi! Piuttosto, la pandemia ha fatto pendere il peso della dinamica biopolitica sul versante immunitario, cioè dell’ordine, finendo per patologizzare il conflitto sociale. Il pensiero istituente si propone allora di offrire spazi di manovra alla conflittualità all’interno dell’”immunopolitica” che si è andata configurando – questo è il contributo del pensiero istituente alla biopolitica (si veda Immunità comune del 2022).
Da un altro verso, complementare a questo, come dicevo, siamo nell’epoca della crisi della crisi, cioè della crisi di quella crisi che pone il conflitto all’origine dell’ordine come sua possibilità di rinnovamento. Nello scenario odierno, per Esposito, l’istituzione è chiamata a salvaguardare il conflitto mediante l’ordine: «Il conflitto vale, ha una valenza produttiva, solo se serve a istituire un ordine capace di integrarlo e potenziarlo» (ibidem), altrimenti risulta velleitario e insussistente, un patologico rifiuto di accettare la realtà. La prassi istituente prende atto della crisi della crisi, che preclude il ritorno a quell’origine che proprio la crisi rendeva attuale. Per Esposito, «l’idea di crisi rischia di essere sostituita da quella di “catastrofe”, intesa etimologicamente come radicale mutamento di stato. Quando più crisi si sovrappongono […], allora si deve passare alla categoria di “catastrofe”, sperando che non si tramuti in “apocalisse”» (ivi, p. 282). Resta aperta la questione se, a suo modo, la catastrofe apra a un’origine, prima di culminare nell’apocalisse.
Riferimenti bibliografici
R. Esposito, Pensiero vivente. Origine e attualità della filosofia italiana, Einaudi, Torino 2010.
R. Esposito, Immunità comune. Biopolitica all’epoca della pandemia, Einaudi, Torino 2022.
I. Kant, M. Foucault, Che cos’è l’illuminismo, Mimesis, Milano-Udine 2012.
N. Machiavelli, Il Principe, a cura di G. Pedullà, Donzelli, Roma 2013.
K. Marx, F. Engels, Il manifesto comunista, a cura di C17, Ponte alle Grazie, Milano 2018.
Roberto Esposito, Machiavelli, a cura di Filippo Del Lucchese ed Elia Zaru, DeriveApprodi, Bologna 2025.