Intervistato dal critico televisivo Alan Sepinwall per What’s Alan Watching?, Raphael Bob-Waksberg esprime rammarico per aver ambientato la stagione finale di Bojack Horseman nella primavera del 2020. “Non è realistico! Se nel 2019 avessimo saputo che anno sarebbe stato [il 2020], non lo avremmo mai fatto finire così”. È singolare questo interessarsi di Bob-Waksberg al realismo, considerando che sta ricordando le scelte di una serie animata, un prodotto narrativo spesso allucinato e improbabile, con un cavallo parlante protagonista. Chiunque abbia visto Bojack Horseman, però, sa che la serie, sfruttando le potenzialità dell’animazione, è riuscita a creare un rapporto intimo tra il pubblico e i personaggi. Nessuno si sarà sentito così strano o troppo strano nell’aver ammesso a se stesso di essersi affezionato a una gatta manager (o agent?) o a un labrador giocherellone e segretamente depresso.

Long Story Short, uscita circa cinque anni dopo (su Netflix da metà agosto 2025), fa un passo in avanti rispetto a Bojack Horseman. Non ci mostra più animali antropomorfi, non ci chiede, nei titoli di coda, se i suoi protagonisti siano “più cavalli di uomini” o “più uomini di cavalli”. Ci chiede piuttosto, almeno alla fine della prima puntata, grazie all’aiuto della musica di Paul Simon, “Perché negare l’ovvio?”. “Why deny the obvious, child? / Why deny the obvious, child?”, chiede per due volte Simon in The Obvious Child (1990), che chiude la prima puntata di Long Story Short, intitolata “Yoshi’s Bar Mitzvah”. L’ovvio? Figlio? L’ovvio figlio? Cosa intende Simon? Perché troviamo questa canzone posta alla fine del pilot di Long Story Short? Tagliamo corto anche noi e diamo qualche indicazione di trama.

Long Story Short racconta la storia di una famiglia ebrea tra New York e la California, dal 1959 al 2022, attraverso tre generazioni differenti. La famiglia Schwooper – composta dal padre Elliot, dalla madre Naomi, dal figlio maggiore Avi, dalla figlia di mezzo Shira e dal figlio minore Yoshi – viene mostrata in tutta la sua complessità. L’innesco della vicenda è dato dal ritorno a casa di Avi, durante il suo periodo all’università, per festeggiare il Bar Mitzvah del fratello più piccolo Yoshi. Ad accompagnarlo c’è la sua fidanzata Jen, che studia recitazione e vorrebbe lavorare nel mondo dello spettacolo. Durante il viaggio in aereo, tuttavia, i due si scoprono su due lunghezze d’onda differenti: sarà proprio la musica a rendere evidente, ovvia, la cesura tra le due sensibilità. Avi è un romanticone, come può esserlo soltanto uno studente appena trasferitosi da casa, e in cerca della propria voce e della propria strada. In passato, ha tenuto un blog in cui recensiva gli album che più gli piacevano. La sua occupazione principale, ora, è torturare le sue fidanzate con ascolti prolungati di canzoni che lo colpiscono e il cui significato trova profondo. Ad esempio, proprio nel viaggio in aereo verso la famiglia Schwooper, Avi cerca di descrivere a Jen (che vorrebbe soltanto ascoltare una canzone da Le Misérables senza parlare) la bellezza e la grandiosità della transizione che ritroviamo nei versi di The Obvious Child di Paul Simon: “We had a lot of fun, had a lot of money / We had a little son and we thought we’d call him Sonny / Sonny gets married and moves away”. Avi non ci può credere: nel giro di un verso, Sonny passa dall’essere nato allo sposarsi e all’andare via di casa. Non funziona così anche la vita? Un attimo sei felice, senza pensieri, decidi di mettere su famiglia. L’attimo dopo ti ritrovi solo e i figli se ne sono andati.

È quello che succede ad Avi stesso alla fine della prima puntata di Long Story Short. Lo vediamo nel 2022, chiuso in macchina, con lo sguardo triste e assorto ad ascoltare la canzone che cercava a tutti i costi di raccomandare alla sua fidanzata (e in futuro moglie) nel 2004. Long Story Short è tutta costruita così, come un tentativo di rendere la transizione di Paul Simon visuale: un momento Avi è un ragazzo brufoloso in cerca di romanticismo, l’attimo dopo è un padre adulto senza più capelli e senza troppe speranze.

Soprattutto, è solo. Solo con la sua musica, solo con i suoi ricordi e i suoi pensieri. Ed è anche un personaggio di un cartone animato, non è reale. Perché allora sforzarsi di tratteggiarlo così realisticamente? Perché ambientare gli episodi di Long Story Short che risalgono al 2020 durante il covid, con le mascherine, isolamenti e tutto il resto?

L’intervista con Alan Sepinwall fornisce alcune risposte interessanti a queste domande. Non riporteremo per intero altri stralci da questo scambio tra Sepinwall e Bob-Waksberg, ci limiteremo a cercare di proseguire la conversazione che ha iniziato. Come l’ha iniziata? Il creatore di Bojack Horseman ammette di aver voluto, nella sua nuova opera, fare affezionare il più possibile il pubblico, in 10 episodi, come se si fosse trattato di 100 episodi. (Qui si fa allusione al cambiamento nel mondo seriale, in cui serie dalla durata potenzialmente infinita come The Office o New Girl rimangono un ricordo). Ha voluto anche creare personaggi meno stereotipati possibile, più sfumati, più umani e più ambigui possibile. L’ambiguità del personaggio straordinario della madre, ad esempio, viene descritta da Bob-Waksberg come un elemento fondamentale della serie in quanto serie. Nel terzultimo episodio assistiamo alla sua accusa, nel penultimo alla sua difesa.

Ed è proprio in questo episodio dalla penultima posizione che la serie dà il meglio di sé, anche in termini di riflessività sui poteri del mezzo seriale applicato all’animazione. (Non sarà una sorpresa per il pubblico di Bojack Horseman, abituato a penultime puntate di grande spessore). La madre viene lodata in una grande cerimonia e questo evento sarà occasione di riflessione per tutti quanti i figli sull’identità della persona che credevano di conoscere. In particolare, Avi rimane più turbato di tutti dalla vita nascosta che la madre sembra condurre, sembra vivere con felicità e gratificazione lontano dai suoi occhi.

Qui Bob-Waksberg porta a galla qualcosa di profondo della condizione umana: crediamo davvero di conoscere chi ci sta attorno? Soprattutto, conosciamo davvero le persone a noi più vicine, come possono essere i nostri famigliari? Fino a qui, niente di troppo strano. La stranezza da interrogare, l’ovvia questione che, proprio in quanto ovvia, potrebbe sfuggire, è espressa dalle domande: perché scegliere l’animazione per portare a galla queste ambiguità? È già stato fatto? Long Story Short prova a farlo in modo nuovo?

Erede di Bojack Horseman, Long Story Short si serve dei poteri della ripetizione comica, non di esclusiva pertinenza del mondo animato. “Is this a crossover episode?” in Bojack Horseman fa ridere quanto la richiesta di mettere i soldi nel “Douchebag jar” rivolta a Schmidt in New Girl, mentre in Long Story Short la battuta più ripetuta è “Isn’t a schnook entitled?”. Di esclusiva pertinenza del mondo animato sembra invece essere il potere del ventriloquo: di fronte a noi abbiamo un pupazzetto, che ricorda le fattezze umane ma che sappiamo essere finto, e che tuttavia è animato dalla voce umana. Così accade anche ai personaggi straordinari di Long Story Short. Sempre per tornare al personaggio della madre, gran parte del lavoro fatto è merito di Lisa Edelstein (come riconosce lo stesso Bob-Waksberg), che fornisce una interpretazione convincente dell’ambiguità materna.

Nella penultima puntata di Long Story Short, può essere interessante notare come l’evento celebrativo in suo onore sia introdotto e curato da una marionetta a mano, che viene presentata come “cousin Moishe”. Moishe può permettersi di essere spiritoso, brutale, in parte anche stereotipato, ma è la condizione necessaria per rendere possibile un clima rilassato e giovale nella tensione generale.

È ovvio a tutti che si tratti solo di una marionetta, nessuno dubiterebbe di questo. “Perché negare l’ovvio, figlio mio, figliolo?” sentiamo di nuovo Paul Simon domandare. L’ovvio in questo caso non è solo che si tratti di una marionetta, ma che senza la marionetta l’evento sarebbe stato molto più pesante. Parte del fascino delle serie di Bob-Waksberg sta anche nella loro leggerezza: quando la tensione sembra aver toccato un punto massimo, ecco un dettaglio buffo, apparentemente irrilevante, fare il suo ingresso nella scena. In questo caso, si tratta di una marionetta umana, per di più con una voce contraffatta. Nel caso di Long Story Short, nel suo complesso, si tratta di una storia cucita insieme con maestria da più voci umane, voci che ci arrivano ancora più forti se a farci da schermo sono immagini buffe e animate come i disegni di Lisa Hanawalt (collaboratrice di Bob-Waksberg già da Bojack Horseman).

Cavell scriveva ne Il mondo visto che i cartoni animati gli sembravano mancare di anima, in quanto la morte non sembrava possibile nel loro orizzonte. Nell’universo di Bob-Waksberg, invece, la morte è onnipresente (questa prima stagione di Long Story Short si apre e si chiude con un funerale). Mentre le marionette che lo animano – dal cugino Moishe alla madre Naomi – sono in grado di restituirci la vita vissuta dagli esseri umani.

Riferimenti bibliografici
S. Cavell, Il mondo visto. Riflessioni sull’ontologia del cinema, a cura di P. Donatelli, postfazione di G. Manzoli, Cue Press, Imola 2023.

Long Story Short. Creatore: Raphael Bob-Waksberg; montaggio: Molly Yahr, Brian Swanson; interpreti: Ben Feldman, Angelique Cabral, Abbi Jacobson, Nicole Byer, Max Greenfield, Lisa Edelstein, Paul Reiser; produzione: The Tornante Company, Vegan Blintzes, ShadowMachine, Netflix Animation; distribuzione: Netflix; anno: 2025.

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