La mia tesi è che l’incanto
non ha mai davvero abbandonato il mondo,
ha solo cambiato forma
.
Jane Bennett

Il soggetto ipercontemporaneo non ha tempo per farsi incantare: incantato ha un suono troppo simile a incatenato e, chiaramente, oggi non c’è niente di peggio che rimanere bloccati, fermi, da soli col mondo, senza schermi. Eppure sembra paradossale, siccome è proprio la bulimia di notizie catastrofiche e apocalittiche – o il loro contrappeso in forma di brainrot – a determinare una costante tensione, una torpedine piena d’angoscia, che nel migliore dei casi genera quelle che Hegel ebbe a chiamare, non senza ironia, “anime belle”, se non una rapida scivolata verso il cinismo più assoluto.

Non c’è dubbio che il realismo politico sia il paradigma della forza, dello “stato di fatto” delle cose e del loro ordine in una realtà globale che si conforta col metro del dominio rispetto a ogni lato della realtà, sconfinando i limiti dell’anthropos tanto in termini di valore della Legge – che cos’è, dopotutto, un “Green Deal”, se non una magica interazione tra categorie umane e mondo naturale? – quanto rispetto all’ordine di “affetti, incroci, etica“ che tale sconfinamento apporta necessariamente – per il singolo, e per la specie. Foucault l’avrebbe chiamato “dispositivo”, Gramsci, forse, una strategia per l’“egemonia politica” e, prima ancora, esistenziale. In effetti è proprio attraverso un secolare processo di disincanto nei confronti del mondo che è stato possibile, parallelamente, divenire dei soggetti pronti a credere solo al peggio, alla gioia come puro palliativo per la tristezza, e all’impotenza come qualcosa di inevitabile, salvo quelle terribili e ammalianti irruzioni della tecnica – sì, siamo ancora qui, acclimatati al nichilismo ottocentesco.

Jane Bennett propone un altro modello per intendere e vivere nel mondo, col mondo. L’incanto della vita moderna (Timeo, 2026 [2001]) rappresenta una tappa fondamentale nel pensiero della filosofa – che sfocerà successivamente nell’ecologia politica di Materia Vibrante (Timeo, 2023 [2009]) – e un esempio di “cura gentile” (Brian Massumi). Bennett propone qui quella che chiama un’«ontologia debole», un insieme di «onto-storie», che non hanno la pretesa di sistematizzare (i.e. dominare) filosoficamente l’esperienza, quanto di mostrarne un lato particolare, quello appunto di un «materialismo incantato».

«L’incanto come stato di apertura agli elementi disturbanti-affascinanti dell’esperienza quotidiana. L’incanto come finestra sul virtuale celato all’interno del reale. L’incanto, nel modello che sto difendendo, come qualcosa che opera in un mondo senza telos» (Bennett 2026, p. 257), «un momentaneo ritorno alla gioia di vivere dell’infanzia» (ivi, p. 207). Bisogna subito chiarire che non si tratta qui di recuperare i fasti di un’infanzia mitica e ingenua, quanto piuttosto di un’infanzia incessante, polimorfa e fluttuante, una disposizione alla libertà creativa capace di vivere in più modi e in più mondi contemporaneamente, senza disconoscere gli altri. Il punto non è imbastire una contro-storia in opposizione ai “poteri forti” della tecnica, del capitale o della politica: il “progresso” – quella specifica e opprimente Storia che li sussume in ciascuno e ciascuna di noi, come un insopportabile edging metodologico verso un telos impossibile (ivi, p. 118) – non è mai univoco, ma sempre sfaccettato, alchemico, la cui cristallizzazione – la weberiana «gabbia di ferro» della razionalizzazione (ivi, p. 111) – è certamente un esercizio di controllo politico, ma anche un sintomo di profonda sfiducia e cinismo affettivo. Un’altra semiotica? Un altro gioco tra codici naive e vagamente “fricchettone”? No, il punto è esattamente quello di srotolare tutte queste riserve astiose su un unico piano, e da lì smuovere nuove linee di fuga – per usare il linguaggio deleuziano caro a Bennett.

Riprendendo Lucrezio e l’epicureismo antico, fino ai più importanti momenti dell’affective turn – profondamente indebitata a Spinoza e all’“animismo cristiano” di figure come Paracelso –, la proposta è quella di intendere le cose (letteralmente) in altro modo, e così facendo sarà possibile ritrovare l’incanto come farmaco rispetto al risentimento – per la nostra caducità e piccolezza, per la nostra “obsolescenza” direbbe Anders. Tra i più insospettabili riferimenti c’è anche Kant, che seppe tessere degli invisibili fili tra il sensibile e il sovrasensibile, a suo discapito, attraverso l’incantevole uso della ragione e l’armonia delle facoltà; e poi Schiller, che ne continuò il lavoro per altri versi, ponendo più attenzione sul versante estetico e dunque materiale di questo raccordo, portando sul campo il tema della “pulsione ludica”, del “gioco estetico”, come momento di giunzione tra la nostra immaginazione e il mondo esterno.

Maestri della ragione che in qualche modo seppero scorgere l’agentività delle cose, a partire dalla nostra stessa mente, che sono sempre in questo senso un mondo di incroci più che di ibridi: come l’incrocio del mio disegno mentale con quella forma particolare – determinandola a priori –, o del mio affetto con quella notizia di cronaca e viceversa, come può essere il potere esercitato sul mio affetto da parte di un determinato oggetto – che ha questa capacità di incantarmi come posso incantarlo io a mia volta. È questo il caso, per esempio, della pubblicità e degli oggetti prodotti dall’industria, compresa quella culturale denunciata da Adorno e Horkheimer: ma «perché supporre che la materia sia fatta in modo tale che le differenze possono prendere al massimo la forma di “particolarità”? Se c’è differenza nella ripetizione, allora la feticizzazione non è l’unico modo per descrivere ciò che sta accadendo» (ivi, p. 249). Il feticcio, quello che per la psicoanalisi è l’oggetto di jouissance per eccellenza, al di là di ogni possibile regolamentazione, è per altri versi il destino della produzione capitalistica e consumistica, ma chiaramente anche di tutta la mentalità e l’economia politica che essa implica. Il feticcio è un ibrido, perché crea una falsa unità a partire da una falsa dicotomia, quella della natura rispetto alla cultura, o almeno questo è ciò che sembra denunciare Bennett quando non condivide l’uso di tale categoria riduttiva da parte dei due francofortesi per descrivere la materia – e in particolare quella informata dalla tecnica.

Vivere in un mondo incantato vuol dire saper credere mai troppo o troppo poco alle storie alternative, sapersi “affettati” dalle cose e che la materia è molto più viva e promettente di quello che può sembrare –  per cui la violenza e la morte non sono che modalità specifiche di incatenarla in un discorso disincantato. Il segreto è sapersi godere la vita con disciplina – superando lo “stato ottuso” e il “desiderio illimitato del corpo”, come ricordava già Schiller –, «accoglierla con meraviglia e potenziare con le proprie azioni la propria riserva di gioia» (ivi, p. 171). Dare fiducia alle cose, e far sì che anche loro possano fidarsi di noi, significa avere a disposizione sempre tutto un altro mondo già in questo, già in atto, contemporaneamente, senza dover ricorrere a un pericoloso messianismo o un’altrettanto terminale melancolia. In questo modo è possibile vivere contemporaneamente all’uscio di più storie: quella del capitalismo disincantato e dell’esame di realtà che ci impone brutalmente, certo, ma anche del suo cortocircuito, l’incanto che lo disinnesca dall’interno e che ci permette di «camminare con leggerezza sulla terra» (ivi, p. 312).

La magia non è più un modo ulteriore per fissare le cose sotto altre spoglie o di imprimere la materia e l’Altro, ma qualcosa di già in atto, “energia etica“ più che umana. Trasmutazione perpetua di cinismo e amore in un’ecologia degli affetti sulla libera soglia dell’incredulità. Vivere in un mondo incantato significa in ultima battuta saper oscillare e sottrarsi dai discorsi non appena questi ci rattristano e depotenziano rendendoci cinici nei confronti degli altri, delle cose e del mondo, se non anche di noi stessi: «Non crediate che si debba esser tristi per essere dei militanti, anche quando la cosa che si combatte è abominevole» (Foucault 2012, p. 11).

Riferimenti bibliografici
J. Bennett, Materia vibrante. Un’ecologia politica delle cose, Timeo, Roma 2023.
M. Foucault, Introduzione alla vita non fascista, Maldoror Press, 2012.

Jane Bennett, L’incanto della vita moderna. Affetti, incroci, etica, Timeo, Roma 2026.

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