Al limite, conta soltanto la frontiera costantemente mobile
(Deleuze, Guattari, Millepiani)
Metabolizzare L’impero della neomemoria di Heriberto Yèpez non è un processo semplice. Richiede il completo abbandono a un’attenzione fluttuante, per usare un linguaggio analitico, che però non deve arenarsi in una vera costruzione o un apprendimento. L’intero libro verte sull’escamotage narrativo e figurale della poesia dello scrittore statunitense Charles Olson (1910-1970); autore, fra i vari, di Chiamatemi Ismaele (1947), un importante studio su Melville, suo polo magnetico verso una ricerca dell’unità letteraria, geografica, esistenziale: «I take SPACE to be the central fact to man born in America, from Folsom cave to now. I spell it large because it comes large here. Large, and without mercy», esordisce. Yèpez trasforma la biografia e l’opera di Olson in un punctum assolutamente diffuso: quello dell’intellettuale enciclopedista, dello scrittore «banchiere», del nordamericano medio, dell’europeo-asiatico-africano-alieno medio, che maneggia cultura; in ogni caso, di un imperialista.
Olson trascorse molti anni della sua vita alla ricerca di una scrittura che potesse ricompattare la frammentarietà della propria genealogia famigliare, ingigantita dal suo immenso corpo, i cui pezzi erano distanti e irrisolti quanto la storia e l’identità culturale del proprio Paese, all’alba di un postmodernismo irrappresentabile. Senza altri Whitman, senza altri Melville, e incispati da Pound. E sebbene sia stato proprio Olson a introdurre la tematica del postmoderno in area anglofona, «Non poteva essere veramente postmoderno perché, come Pound, desiderava scrivere un’opera incorporativa (l’incorporativo era il paradigma stesso della Modernità). Olson era un enciclopedista […] E sia Pound che Olson hanno qualcosa in comune: sono banchieri. Il testo, per loro, è una banca» (Yèpez, 2025, p. 80). Che poi, in effetti, a ben vedere «Il moderno e il postmoderno (la traccia di una macro-narrazione lineare principale o il riarrangiamento multiplo delle parti) sono due mnemotecniche alternative per fabbricare neomemorie» (ivi, p. 250).
«I take SPACE», perfetto titolo alternativo per l’Encyclopédie. E allora ecco un Olson che parte verso il Messico – come molti altri – e viaggia alla ricerca dell’autenticità indigena sudamericana, dell’Origine e dell’Originale. Preveggenza regressiva delle nostre stesse regressioni, della ricomposizione di questa cosa qui, l’identità, a cui non siamo più disposti a credere, nonostante questo incredibile bisogno di credere, di (non) essere stranieri a noi stessi – per banalizzare dei titoli kristeviani. «Il Messico è una regressione», e a sua volta «È il corpo messicano a co-definire il lontano corpo nordamericano; e il corpo indigeno è il profondo co-corpo di entrambi. Io sono il mio corpo assente» (ivi, pp. 24-25). Questo corpo indigeno che non è altro se non un’estensione letteraria, l’immaginario, ricucito in una memoria ad-hoc, (ri)scoperta sotto le vestigia di un’alternativa alla grettezza dell’Occidente, ormai vecchio, consumato, ossidato: «Ossidente». Ma allora la memoria non è altro che neo-memoria, quella di un «remix» o un «remake» delle proprie fantasie, un mash-up con quelle altrui, di altri popoli. Viaggiare per… ritorvarsi? «In un impero, il macro si imprime nel micro. Le leggi del sistema filtrano dappertutto, per estendere il regno dei burattinai… L’Analogia è una dannazione eterna» (ivi, p. 26).
Quella che la teoria critica e la decostruzione volevano essere un’utopia, un’alternativa al discorso dominante – “padrone” –, non è altro che una «pantopia»: un patchwork artigianale di toppe e discorsi, ricuciti ermeticamente, con altri pattern, altri imperialismi, altre neo-memorie – altre Storie che si fanno Spazio (spazio comune, spazio privato, spazio occupato). Il colossale Olson: «Cercò subito di farsi una cultura perché per avere un altro corpo (per poter sfuggire fantasticamente dal corpo reale) la nostra civiltà ci insegna a costruire un corpo fantasmatico: il corpo delle informazioni raccolte… Non voglio vivere qui»: «Voglio vivere nel linguaggio» (ivi, p. 17). Questo è un vero corpo disorganizzato, e occupato – proprio come nelle occupazioni – dal linguaggio, dalla critica: «E anche il corpo-senza-organi artaudiano-deleuziano, anche l’Anti-Edipo, non sono che un arcipelago ossidico: il gioco linguistico in cui è stato trasformato il Padre, ora Ex-Padre; l’Ubu troncato. Come organi sciolti, tentazione parodica di ricostituire il padre, rompicapo accessibile al potere ri-dispositivo del figlio, signore supremo della neo-memoria» (ivi, pp. 32-33). Deleuze, proprio lui, tra gli Ossidentali, neo-memoriali? Tra gli imperialisti? Sì, Yèpez divelle anche il rizoma, altro marciume. Assieme ai cocci di tutto ciò che era «esotico» ieri e «ibrido» oggi, nemesi delle contraddizioni, preludi di quel fascismo che è «la ricomposizione dell’alterità tramite immagini della memoria di sé» (ivi, p. 149). Ecco, allora, «perché attraverso la critica non lasceremo mai l’Ossidente: perché l’Ossidente è un metodo critico. E finché resteremo critici resteremo ossidentali» (ivi, p. 296).
Yèpez propone qualcosa di orrido, forse, per abbandonare l’Ossidente e tutti i co-Ossidenti, per uscire dall’Impero della neo-memoria: «La cura è dimenticare… Tutta la guarigione è distacco» (pp. 304-306). Distacco. Penso automaticamente a un altro titolo, Ottimismo crudele, di Lauren Berlant (2025): se la promessa di un futuro migliore, la promessa sempiterna del piccolo capitalista dentro di noi, è un traino crudele, un caravan di nomadi crudeli, allora forse è davvero tempo per un distacco. E per dimenticare. Riorganizzarsi. Questo significa abbandonare quella specie di «oggetto transizionale» che sono i giochi, e in questo caso il gioco (post)moderno per eccellenza: quello dei codici. Ogni gioco abbandonato prelude a una sofferenza, quella di un’autonomia indesiderabile, di una responsabilità soggettiva, reale, crudele per certi versi, ma incapace di un Impero. Né dell’Impero di una «potenza», né dell’impero di una radice o un rizoma infestante. Incapace del kitsch un po’ melancolico dell’ipermemore, quel pessimo dj della neo-memoria, che di tanto in tanto deve comunque esporsi, palesarsi in quanto tale, irrompere con la propria voce sulla traccia. «Una cultura basata sulla memoria sarà sempre conservatrice» (ivi, p. 298)? Forse il punto, però, non è tanto smettere di essere conservatori – e quindi idealisti –, ma quello di riuscire a nomadare da fermi, a distaccarsi quanto basta per riconoscersi irriconciliabili, storicamente, geograficamente. Diversi, a volte lontani. Responsabili. Meno ottimisti, forse, ma certamente meno crudeli. L’Anti-Edipo è un occultamento di cadavere, in questo senso, e andarsene di casa serve anche per salvare la vita ai nostri Padri, prima di farli fuori. Il resto è vagare in cerca di un Paese senza estradizione. Neo-memoria del fuggiasco. Tutto si è ossidato: il caravan; i modernisti, che gli fanno il pieno di leggi e politica; i vigili della critica, che lo fanno girare in tondo per resistergli. E allora che tutto si fermi. Che tutto viva.
Riferimenti bibliografici
L. Berlant, Ottimismo crudele, Timeo, Como 2025.
G. Deleuze, F. Guattari, Millepiani, Orthotes, Napoli 2017.
Heriberto Yèpez, L’impero della neomemoria, Timeo, Como 2025.