In Infanzia e storia, Giorgio Agamben nota che il progresso tecnologico, il sistema economico, politico e sociale, come già Walter Benjamin aveva diagnosticato nel 1933, non concedono più all’uomo contemporaneo la possibilità di fare esperienza, né quindi di narrarla (Agamben 2001, p. 7). Non ci sono più esperienze propriamente umane da fare: il potere onnipervasivo della tecnica, resosi evidente durante la Prima guerra mondiale, dimostra che se di esperienze possiamo ancora parlare, «esse si compiono fuori dell’uomo. E, curiosamente, l’uomo le sta a guardare con sollievo. […] Messa di fronte alle più grandi meraviglie della terra (poniamo, il patio de los leones nell’Alhambra), la schiacciante maggioranza dell’umanità si rifiuta oggi di farne l’esperienza: preferisce che, a farne l’esperienza, sia la macchina fotografica» (ibidem). Agamben suggerisce che non bisogna deplorare questa nuova realtà, bensì prenderne atto per ragionare su un dato di fatto ormai inequivocabile: non esiste più un umano – il cui statuto, però, è stato sempre pensato a partire dal suo essere tecnico – situabile al di fuori delle tecnologie che quotidianamente lo plasmano. Anche il sistema sociale, politico ed economico è inseparabile dal progresso tecnico, quindi da quello tecnologico, che, però, conduce l’essere umano a vivere in una situazione catastrofica – come suggerisce ancora Benjamin nei suoi Passages: la delegazione delle esperienze a una sfera “inumana” crea sconcerto, disorientamento, nella misura in cui siamo scaraventati in una baraonda quotidiana tecnologica di cui difficilmente riusciamo ad avere contezza, e che tuttavia domina le nostre esistenze.

Il libro curato da Maurizio Guerri, Le parole della tecnica. Concetti, ideologie, prospettive (Einaudi 2025) si pone come un’occasione speciale per prendere distanza dalla catastrofe, per tentare di guardarla e leggerla; o, per meglio dire, per elaborare, probabilmente, un’esperienza della catastrofe. È un abbecedario di 19 vocaboli (alienazione, artefatto, automazione, biopolitica, capitalismo, controllo, corpo, design, dispositivo, gamificazione, globalizzazione, guerra, immagine, intelligenza artificiale, lavoro, metropoli, progresso, spazio, tempo), che si propone come una genealogia dell’odierna condizione ipertecnologica globale.

Come emerge dall’introduzione di Guerri, il tentativo non è facile: si tratta di ragionare, orientarsi nella tecnologizzazione contemporanea della nostra esperienza; di comprendere i concetti, gli ambiti, le idee e le ideologie che la popolano. Di rintracciare le modalità in cui questa tecnologizzazione domina le nostre vite, ormai inumane, quindi il rapporto con gli altri esseri viventi e con il mondo. A partire, però, da un ragionamento interno a una delle tecniche più antiche che suppliscono alla deficienza naturale dell’essere umano: il linguaggio.

Anche di fronte alle attuali modalità di dominio è possibile praticare una conoscenza che sia in grado di imporsi come forma di resistenza, di redenzione o almeno di diserzione. Una delle parole da cui iniziare può essere proprio “tecnica”, ed è il motivo per cui proponiamo questo abbecedario, nella speranza che possa contribuire a rileggere quell’insieme di pratiche che chiamiamo “tecnica”, concentrandoci su alcune parole di cui si è perduto il senso, appiattito, limato fino a divenire una suppellettile del tutto inutilizzabile per la comprensione del nostro vivere in comune. Viviamo nell’alienazione della nostra natura linguistica ma, come diceva Benjamin, “solo in nome dei disperati ci è data la speranza” (Guerri 2025, p. XII).

Ripensare le parole che popolano la catastrofe tecnologica, nella deriva economia, politica e sociale odierna, significa nominare l’impossibile: l’esperienza inumana, perché altamente tecnologizzata, per tentare innanzitutto di orientarvisi esteticamente. D’altronde, le ultime due parole dell’abbecedario, “Spazio” e “Tempo”, redatte rispettivamente da Andrea Pinotti e Maurizio Guerri, hanno l’obiettivo di illustrare come l’evoluzione delle tecniche e delle tecnologie ristrutturino le modalità in cui l’umano sta al mondo; dunque, come mutano lo spazio e il tempo, cioè le condizioni di possibilità di ogni esperienza propriamente sensibile (ivi, pp. 300-334). Ma che cosa significa esperire sensibilmente nell’epoca in cui il dominio delle tecniche e delle tecnologie decidono irrimediabilmente della condotta, quindi della formazione, dei corpi?

Il lemma “Corpo”, redatto da Francesca R. Recchia Luciani, potrebbe porsi come il punto iniziale per esaminare lo scenario tecnologico in cui viviamo. Non solo perché «il corpo è il primo e il più naturale strumento dell’uomo» (ivi, p. 114), uno strumento che si compone di infinite tecniche per orientarsi nel mondo, ma soprattutto perché, oggi, l’ibridazione di corpo umano e tecnologia, quindi di uno «impetuoso sviluppo scientifico-tecnologico e tecnocratico, con le sue aperture sull’IA come prospettiva ineluttabile, interroga ontologicamente l’umano come mai prima» (ivi, p. 121).

Come appare chiaramente nella parola “Gamificazione”, di cui si occupano Vivien García e Carlo Milani, il corpo umano è quotidianamente modificato fin nelle più elementari e invisibili strutture cognitive:

L’introduzione di schemi di gioco premiali tramite gamificazione presenta la tecnologia come un piacevole surrogato, di gran lunga preferibile alla fatica di organizzare libere scelte in un mondo complesso, così esposte alla frustrazione e al fallimento. Ripetere una procedura gamificata gratifica gli esseri umani in maniera immediata e potente, ma effimera, poiché dipende da scariche rapidamente dissipate di neurotrasmettitori endogeni provocate automaticamente. Con un’analogia culinaria: queste tecniche sono come caramelle sintetiche, cioè zuccheri iper-raffinati che tendono a coprire qualsiasi altro sapore (ivi, p. 171).

Nelle Parole della tecnica, questa tendenza all’invisibilità delle operazioni tecnologiche è, tra altre, resa evidente in ogni “Immagine” (è la parola curata da Andrea Pinotti), ossia nella produzione che, in tutte le sue forme tecnologizzate, assedia la nostra quotidianità, e che inevitabilmente decide anche dei regimi di visibilità e invisibilità dei corpi e degli artefatti che ogni corpo produce e con cui si ritrova a vivere. Quando persino la più incontrastabile materialità dei corpi viene messa in discussione da invisibili processi di tecnologizzazione: una delle parole del testo, “Biopolitica” (redatta da Pierandrea Amato), si occupa di illustrare la maniera in cui questo “prisma concettuale” «lascia impallidire un’immagine granitica, sostanzialmente ultraterrena del potere, concepita all’inizio dell’Età moderna e tutto sommato capace di resistere nel corso dei secoli» (ivi, pp. 56-57). Vale a dire: la strategia attraverso cui è possibile portare alla visibilità le tecniche e le tecnologie che impercettibilmente governano i nostri corpi, la nostra vita quotidiana. Difatti, come mostra Ubaldo Fadini alla voce “Controllo”, nella nostra epoca, soprattutto per via digitale, le relazioni sono «contrassegnate dal primato dell’incorporeo» (ivi, p. 104), che potrebbe aprire o meno ad altri modi di interazione.

Tuttavia, ed è forse davvero questa la posta in gioco del testo curato da Guerri, i regimi di visibilità e invisibilità tecnici e tecnologici, oggi, sono pressocché decisi dall’evoluzione di un sistema economico e sociale, cioè il “Capitalismo” (parola di cui si occupa Vittorio Morfino), che esprime, come pensa Benjamin, la deriva catastrofica della tecnica, ravvisabile anche in altri due concetti, suoi grandi alleati: “Guerra” (redatta da Maurizio Guerri) e “Lavoro” (curata da Ubaldo Fadini). Ciononostante, gli autori e le autrici del testo hanno il merito di mostrare che è possibile immaginare o, meglio, come suggerisce il sottotitolo di Le parole della tecnica, prospettare un uso delle tecniche e delle tecnologie che possa deviare l’utilizzo catastrofico vigente. In proposito, ragionando sulla parola “Dispositivo”, Stefano Marchesoni sostiene giustamente che «scrutare da vicino il funzionamento di un dispositivo significa inevitabilmente scivolare dal piano fenomenologico a quello etico: perché il principale effetto di un dispositivo non è tanto quello di rendere possibile, agevolare o accelerare un’azione, ma quello di innescare un processo di soggettivazione» (ivi, p. 142).

Tentare oggi di orientarsi nella catastrofe contemporanea, di fronte alla quale ci troviamo quotidianamente ormai troppo inumani, significa interrogare instancabilmente l’uso delle tecniche e delle tecnologie che formano la nostra esistenza, e che in nessuna maniera possiamo considerare neutre. Un pensiero propriamente estetico oggi, cioè in grado di indagare le coordinate dell’esperienza inumana al tempo della catastrofe, è possibile solo se questa stessa esperienza viene indagata anche eticamente. Come, d’altronde, suggerisce uno dei più grandi investigatori in chiave est-etica delle tecniche e delle tecnologie contemporanee, Jean-Luc Godard: «La tecnica non esiste di per sé, ma acquista senso attraverso l’uso che ne facciamo» (De Baecque 2023, p. 825).

Riferimenti bibliografici
G. Agamben, Infanzia e storia. Distruzione dell’esperienza e origine della storia, Einaudi, Torino 2001.
A. De Baecque, Godard. Biographie, Grasset, Paris 2023.

Le parole della tecnica. Concetti, ideologie, prospettive, a cura di Maurizio Guerri, Einaudi, Torino 2025.

Share