«Nel 1596, Hamnet, l’unico figlio maschio di William Shakespeare, muore all’età di undici anni. Cinque anni dopo Shakespeare perde il padre e durante il periodo di lutto scrive La tragica storia di Amleto, principe di Danimarca. Nell’ortografia irregolare dell’epoca, Hamnet e Hamlet sono praticamente intercambiabili. Molti studiosi hanno scritto lunghi libri sulla relazione tra Hamnet e Hamlet» (Odin Teatret. Hamlet’s Clouds 2024, p. 3). Le nuvole di Amleto ha un sottotitolo: Dedicato a Hamnet e ai giovani senza futuro.

Il primo invito rivolto da Eugenio Barba e dagli attori al pubblico è immaginare un “altro” Amleto che si muove tra nuvole e ombre, che porta in scena frammenti delle parole shakespeariane di Hamlet, la viva eredità dei sessant’anni dell’Odin Teatret – festeggiati proprio con questo spettacolo il 10 ottobre 2024 a Città del Messico – e il teatro-rivolta di Eugenio Barba, «regista “animale”» e «biblioteca incorporata», come lo ha definito Julia Varley (in Barba 2025, pp. IX-X).  

Nelle ventuno scene de Le nuvole di Amleto anche lo Shakespeare interpretato da Varley immagina: immagina i personaggi, le loro parole e relazioni, la morte, l’amore, i tormenti, i sogni (e gli incubi), la pazzia, la fuga, la vendetta, le lacrime, il teatro: «Mi raccomando, caro Amleto, recita il testo come l’ho detto io, scandito ed in punta di lingua. A urlarlo come usano tanti attori sarebbe come affidare i miei versi a un banditore di piazza. Non trinciare l’aria con la mano, così, ma sii delicato perché anche nel turbine, nella tempesta o, per così dire, nel vortice della passione devi mostrare una certa dolcezza e misura» (Odin Teatret. Hamlet’s Clouds 2024, p. 7).

Il volto di questo Shakespeare liminale è coperto da un sottile strato di colore azzurro simile a una maschera impalpabile che, come una nuvola, potrebbe andar via da un momento all’altro per un soffio di vento. Quella membrana, tuttavia, ha in sé una sostanza tenace e resta fino all’ultima scena; resta trasformandosi attraverso il gioco teatrale, attraverso l’incontro con i volti di Amleto, del Fantasma, di Gertrude, Claudio, Ofelia e del pallido volto del gelido Hamnet, il figlio morto di Shakespeare (marionetta realizzata da Fabio Butera, usata già in altri spettacoli).

Shakespeare-Varley immagina gli spazi scenici. Accompagna attori e spettatori negli spazi/architetture, percorsi, anche con passi di danza (jig), dal corpo-mente di Amleto e degli altri personaggi. Induce a esplorare anche gli spazi dell’immaginario, che nascono dalla auralità e che prendono forma dalle parole, intellegibili e non – anche in questo spettacolo dell’Odin si parlano più lingue e si ritrova la malìa di una “Babele con metodo” –, dal silenzio, dai suoni e dalla musica di violino, strumenti da percussione e aerofoni.

Lo spazio de Le nuvole di Amleto è uno spazio fiume, così lo ha definito Barba. È uno spazio scenico lungo e compreso fra le “sponde” degli spettatori che si guardano reciprocamente. A destra e a sinistra di questo tratto d’acqua che scorre, e fa scorrere la vita dei personaggi, ci sono due fondali metamorfici: da “pagina bianca” si trasformano in luogo delle ombre, poi in schermo di immagini poetiche, di padri e figli che attraversano insieme campi di grano, di voli di uccelli e cieli, e si dissolvono infine in sequenze fotografiche dell’orrore: bambini-soldato, la nuvola atomica su Hiroshima.

Vedendo lo spettacolo torna in mente un intervento di Barba alla Biennale di Venezia, diretta da Franco Quadri (1985), dove fu rappresentato Il vangelo di Oxyrhincus. In una scena Jehuda, il Grande Inquisitore, tenta di cancellare dal terreno l’ombra di Antigone, senza riuscirci. Il lavoro su questa scena si intrecciò per Barba con l’anniversario dei quarant’anni del lancio della prima bomba atomica e con il ritrovamento, nella sua biblioteca, di una cartolina, acquistata al Museo Atomico di Hiroshima, con l’immagine di tre gradini, l’ingresso di una banca e, sopra, un’ombra. «Un uomo stava salendo quei tre gradini quando scoppiò la bomba e nel calore della fusione la sua presenza si impresse nel granito. Allora ho capito», dice Barba, «perché Jehuda si ostinava a cancellare l’ombra di Antigone: perché è facile ammazzare i corpi, molto facile, ma vi sono dei corpi che lasciano un’ombra, come se la loro vita fosse talmente carica di energia da rimanere impressa nella storia. Anche se le persone sono fisicamente scomparse, esse rimangono lì, a oscurare il bel paesaggio» (Barba 2014, p. 222) e a muoversi, con ostinata resistenza, fra le nuvole. 

Riferimenti bibliografici

E. Barba, Teatro. Solitudine, mestiere e rivolta, edizioni di pagina, Bari 2014.
Id,, Bruciare la casa. Origini di un regista, edizioni di pagina, Bari 2025 [Prefazione alla nuova edizione di L. Mancini, pp. VII-X].
Odin Teatret. Hamlet’s Clouds, libretto con testo dello spettacolo e interventi di E. Barba, J. Varley, G. Amicuzi, 2024.
Theatre Anthropologies, in “Journal of Theatre Anthropology“, 3-4, 2023-24.
J. Varley, Pietre d’acqua. Taccuino di un’attrice dell’Odin Teatret, edizioni di pagina, Bari 2016.

Le nuvole di Amleto – Odin Teatret. Testo, drammaturgia, regia: Eugenio Barba; interpreti: Antonia Cioaza, Else Marie Laukvik, Jakob Nielsen, Rina Skeel, Ulrik Skeel, Julia Varley; disegno luci, video: Stefano Di Buduo; consulente film: Claudio Coloberti; costumi: Odin Teatret; spazio scenico: Odin Teatret; direttore tecnico: Knud Erik Knudsen; assistenti alla regia: Gregorio Amicuzi, Julia Varley; produzione: Tieffe Teatro / Emilia Romagna Teatro ERT / Odin Teatret.

*Immagine: Le nuvole di Amleto © Stefano di Buduo.

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