Il realismo politico, lungi dal presentarsi come una dottrina coerente, è meglio descritto come una postura da cui affacciarsi alla politica, al vivere insieme. Più che una definizione, se ne può offrire una mappatura: questo il compito di cui si incaricano gli interventi contenuti nel volume curato da Damiano Palano, per precisare gli elementi comuni alle differenti prospettive sul cantiere realista, e le differenti direzioni in cui il comune intento realista può essere condotto.
In una giustamente celebre monografia sul tema, Portinaro ha definito il realismo politico come un «paradigma epistemologico cui afferiscono una concezione della politica come lotta per il potere, una concezione dello Stato come “puro fenomeno di forza” o come strumento d’imposizione di un ordine» (1999). Il realismo politico non si tramuta necessariamente in una prasseologia, ma si presenta sempre come uno strumento epistemologico mediante cui far emergere la conflittualità del politico, in cui si radica la natura strategica della politica e la tecnica istituzionalizzata nello Stato. La conflittualità alla radice dello spazio politico non può essere contenuta o superata una volta per tutte da alcun assetto istituzionale, e, anzi, la politica non può che tradurre ciò nella tensione al successo, più che all’intesa, in un intreccio di forze che si coagula nello Stato. Per quanto le morali abbiano ammantato di significato l’azione umana e prescritto la condotta di volta in volta considerata buona, l’umano è intrinsecamente politico e il politico è intrinsecamente conflittuale. Uno sguardo disincantato sulla politica deve emanciparsi dal giudizio morale e ricercare le costanti che innervano l’agire politico.
Per parte sua, Luis René Oro Tapia esplicita la persistenza del conflitto e, di qui, la centralità dei rapporti di forza, da cui deve derivare l’autonomia della politica da parametri di giudizio eterogenei. Anche Carlo Burrelli concorda, rilevando la denuncia al fondo del realismo politico contro «l’idealismo di chi ignora la realtà, l’utopismo di chi non riconosce le necessità del mondo, l’intellettualismo di chi predilige la contemplazione all’azione, e il moralismo di chi ignora le peculiarità della sfera politica, cioè l’inevitabilità del conflitto e il bisogno di ordine».
Una denuncia a cui Alison McQueen aggiunge l’urgenza di uno sguardo sulla natura agonistica della politica. Al fondo di queste perimetrazioni, Palano, facendosi lettore di una indicazione presente in Morgenthau (1948), rinviene un elemento non sempre esplicito e però costante nella prospettiva realista: le regolarità della politica sono tali perché si originano in una altrettanto regolare natura umana. In antichità, nell’età moderna, ancora oggi, il realismo politico intende la dimensione politica come inevitabilmente conflittuale, tale per cui non esiste un ordine definitivamente stabile e al riparo da destabilizzazioni. E ciò avviene per quella natura umana, invariante, costante lungo l’intera storia umana e in ogni società, che il realismo concorda nel descrivere in termini pessimistici. Di qui, il riconoscimento dell’impossibilità di una concordia spontanea, e dell’urgenza piuttosto dell’esercizio della forza per stabilire e conservare l’ordine. La coercizione definisce rapporti di comando e subordinazione: è nelle pieghe di tali rapporti che il realista ricerca regolarità o leggi che consentirebbero di comprendere il passato e prevedere sviluppi futuri.
Quella che Palano, perciò, individua è una base antropologica stabile, consistente in un pessimismo antropologico come vero e proprio paradigma invariante che indurrebbe gli individui a comportamenti riconoscibili e al perseguimento di precisi obiettivi. Le condizioni storiche e culturali rappresentano semplicemente declinazioni di un medesimo paradigma stabile. Si tratta di un’invariante che il volume, e il saggio di Palano in particolare, presentano in maniera problematica, ed è interessante reperirne le tracce già in Tucidide, poi nel pensiero cristiano nel segno dell’enigma della realtà, fino all’homo homini lupus hobbesiano e alle letture novecentesche. Su tale questione ebbe da ridire Raymond Aaron (1962), in aperta polemica con Morgenthau e Niebuhr. Ma il dibattito è aperto fra gli stessi realisti, i quali dialogano dividendosi tra individualisti e comunitaristi, positivisti e antipositivisti, e tra culturalisti ed evoluzionisti.
Un’antropologia che getta quanto meno un’ombra sinistra sull’essere umano, e che spaccherebbe qualsiasi uditorio, essendovi sempre qualcuno, più benevolo, disposto a riservare alla cattiveria umana al più lo spazio dell’eccezione. Come risposta, il realista potrebbe certo concedere che l’essere umano non sia necessariamente cattivo: non è necessario ipotizzare una natura completamente cattiva o una società di soli individui cattivi; ma la sua natura ancipite non garantisce dall’instabilità con cui le passioni anche di uno solo possono compromettere le risoluzioni più razionali.
Dalla presunta invariante della natura umana, non votata all’ordine stabile e per questo conflittuale, il realismo politico tende a far derivare una scena politica in cui individui o raggruppamenti si confrontano anche violentemente per la conquista del potere, in un conflitto la cui natura però è tutta da intendere, anche a costo di andare fuori tema. La conflittualità derivante dalla base antropologica realista permette di riattualizzare le riflessioni sofistiche o i discorsi di Tucidide, e, su una scala più fine, di affiancare le conseguenze del pessimismo machiavelliano a quelle del pessimismo hobbesiano, ovvero due realtà che a ben vedere possono essere collocate, per quanto vicine, entro due costellazioni concettuali sensibilmente differenti. Il realista ha ben ragione a indagare, al di sotto delle trame in senso ampio “idealistiche”, una conflittualità che rimane agonistica. Ma ciò è possibile solo riconoscendo la differenza fra l’agonismo che anima la scena premoderna – pensiamo alle ricostruzioni genealogiche di Huizinga del rapporto fra politica e diritto e gioco – rispetto all’antagonismo prodotto della teoria politica moderna, quello che per Schmitt definisce il Politico nella sua “serietà” tutt’altro che giocosa.
Una tale differenza dipende, secondo una prospettiva storico-concettuale estranea al realismo politico, dalla differente dimensione politica cui rimanda: una politica che è intrinsecamente agonistica quella premoderna, coincidente con il conflitto tra parti concretamente individuabili nelle loro differenze e richiedenti un’operazione di coordinamento per ottenere armonia; una politica che, invece, è l’esito di una fondamentale spoliticizzazione per mano della scienza moderna, e che intende la conflittualità come l’accidente con cui il potere sovrano è minacciato antagonisticamente e l’ordine da quello stabilito è sovvertito. Solo di questo secondo versante, quello antagonistico, si può davvero dire che il conflitto è per il raggiungimento del potere, non essendo pensato prima della modernità qualcosa come un potere monolitico, una figura di autorità, autorizzata formalmente alla rappresentanza, alla cui volontà uniformarsi, quanto invece il coordinamento di una pluralità conflittuale entro cui, al più, si poteva tendere all’accrescimento della forza relativa.
Certo è che, essendo tale conflittualità intrinseca insopprimibile ed essendo il progetto moderno proprio quello di ridurre il campo politico e astrarlo dalla sua intrinseca politicità, il realista dovrà allora osservarne la riemersione costante come lotta politica, come opposizione all’impresa uniformante e spoliticizzante. Ma tale riemersione può essere intesa come esibizione proprio del carattere artificiale dell’ordine politico moderno, che priva le parti in relazione della loro politicità. Ci pare, dunque, che si debba in primo luogo riconoscere l’artificialità del conflitto di cui ci parla la modernità, per fare i conti con il conflitto che, sotto le trame moderne, continua a ribollire.
Se, in effetti, Machiavelli si emancipava dai moralismi per osservare in tutta la sua asprezza il conflitto fra parti concrete, storiche e politiche, il conflitto che la scienza politica moderna colloca all’origine si riduce al sospetto reciproco, alle minacce, alla paura che affettano individui astratti dalla loro determinazione storica e relazionale. Tale aspetto minaccioso di ciascuno per ciascun altro, più che l’osservazione del reale stato delle cose, può essere inteso come la mera premessa strategica di un congegno finalizzato a legittimare una precisa configurazione di potere: quella moderna della sovranità e della concettualità scientifica con cui si attribuisce la costituzione del potere alla moltitudine in preda al panico e anelante la pace che solo il sovrano può garantire. Se con Machiavelli il conflitto è aperto fra parti storiche e politiche, tale vera conflittualità è oscurata dal costrutto teorico necessario per nascondere l’origine violenta di ogni potere dietro la cortina scientifica del meccanicismo.
Questa è la premessa spoliazione della intima politicità delle parti in campo, consistente nell’astrazione dal conflitto politico e la sua relegazione a scontro fra atomi indistinguibili prima della costituzione del potere, o a eventualità estremamente nociva successiva all’opposizione al potere costituito perché mirata alla costituzione di un nuovo potere (si pensi a come Foucault, nel 1976, abbia tentato di far riemergere la verità dinamica delle cose proponendo di osservare la politica come guerra, ma accorgendosi presto di come, entro le geometrie tutte moderne dell’antagonismo, la coercizione sovrana non smetta mai di riproporsi, solo incarnata da entità diverse, autodialettizzando il movimento; di qui, la deviazione degli anni Ottanta verso l’agonismo antico, per riscoprire il vero conflitto, sostanziato di quegli elementi da cui la modernità prescinde).
Nel saggio di chiusura, Palano ricostruisce le distinzioni fra realisti individualisti o collettivisti, realisti culturalisti o evoluzionisti, e fra realisti positivisti o anti-positivisti. Mi pare però che la sfida più grande per il realismo moderno, oltre che l’emancipazione da descrizioni ireniste e moraleggianti, stia nell’emancipazione da un apparato scientifico-politico che rende inaccessibile quella realtà effettuale cui Machiavelli invitava a guardare (è proprio ciò cui la modernità, che credeva di aver sedato il conflitto idealizzandolo e spoliticizzandolo, ha dovuto cedere, accantonando le proprie velleità all’inizio del Novecento, con il benefico avvento delle Costituzioni rigide novecentesche, che diagnosticano la pullulante pluralità sociale e ne regolano la insopprimibile conflittualità in modo produttivo, superando almeno in parte l’astrazione teorica moderna. Di nuovo, in senso agonistico e non più antagonistico lungo la dinamica autodialettizzante del potere sovrano).
Questo per ventilare come l’affermazione di quella invariante antropologica possa essa stessa produrre un allontanamento dalla realtà effettuale, sostenendo un progetto di pacificazione che oscura le origini conflittuali del potere e seda la conflittualità che preme sotto la cortina uniformante dell’obbedienza all’ordine formalmente autorizzato. Proprio nel punto in cui si intendeva trarre le più razionali conseguenze dell’osservazione della natura umana.
Se a partire dalla mappatura offerta in questo volume nascono simili riflessioni, non si deve commettere però l’errore di imputare una qualche ingenuità al realismo. Tutt’altro. Come lo stesso Palano mostra, affiancandosi ad altri pensatori della scena politica, il realismo è in grado di esercitare la propria critica non solo rispetto al mondo che intende osservare, bensì anche rispetto al proprio stesso fondamento: quello di una variante antropologica di tenore pessimistico. Il realismo così riesce a recuperare una prospettiva disincantata, ma emancipata anche da una presunta ontologia delle facoltà umane, in favore di uno studio sulla loro storia e sulla loro evoluzione, così come della complessità psicologica maturata nelle epoche dagli esseri umani.
Damiano Palano, a cura di, Le forme della realtà. Una mappa dei realismi politici, Vita e Pensiero, Milano 2024.