Inizia con un semaforo rosso Le città di pianura. Siamo nella bassa veneta, tra le strade di provincia: il riflesso del semaforo colora di rosso le facciate delle case, mentre un’auto resta ferma con il motore acceso, in folle. Scatta il verde, ma nessuno parte: chi guida è addormentato, sbronzo.

Il titolo fa riferimento a quell’area piana che si estende in tutto il Veneto, dalla laguna alle Dolomiti. Il regista, Francesco Sossai, al suo secondo lungometraggio, lo spiega nelle interviste usando un’immagine molto evocativa da cui può essere utile partire: una delle fotografie più usate per la promozione turistica della regione, viene realizzata con una particolare focale che riesce a racchiudere nella stessa inquadratura San Marco e le Dolomiti, schiacciate, insieme, in una prospettiva che è la quint’essenza della cartolina. Per Sossai, ciò che è interessante – e soprattutto necessario – è romperla, aprirla, scomporla, smontarla. Oppure, semplicemente, cambiare angolazione e scorgere, tra questi due elementi, un’estesa pianura fatta di città e zone industriali, e chiedersi cosa si cela in questa zona che la cartolina tende inguaribilmente a nascondere?

A essere interpellate – svegliate dal loro sonno notturno in macchina, ma non dalla loro nebbia alcolica – sono due guide anti-turistiche: Doriano e Carlobianchi. Amici di lunga data, bevitori delle pianure, scomposti, satellitari, errabondi… troppo giovani per smettere, «troppo vecchi per crescere». La loro presenza esprime tutta la circostanza storica della generazione, fatta di storie e leggende, figlie delle promesse non mantenute del Triveneto industriale degli anni Novanta. False, persino per chi credeva di averle schivate, seppellendo sotto terra i propri risparmi. Anche perché quella terra, intanto, è diventata cemento, case, palazzi… sotto, nulla è rimasto celato.

Tutto si muove dentro una condizione radicata e capillare di attesa, di proroga, di dilatazione del tempo. Tutto è già successo. Persino per assistere alla fine del Paese per mano degli italiani, dice Carlobianchi, è ormai troppo tardi. Eppure, per non lasciarsi trascinare dalla fine, ogni cosa procede in potenza. L’incontro con Giulio, giovane studente napoletano, diventa quindi il pretesto per continuare a orbitare alla ricerca di un evento potenziale che non si innesca mai o che sempre si disinnesca: l’ultima bevuta (che non è mai davvero l’ultima), il segreto della vita (in un continuo celarsi), un regalo da scartare (che continua a vagare intatto), un amico da aspettare (che sembra non arrivare mai), un ritorno a casa (sempre promesso, sempre procrastinato).

Francesco Sossai riprende apertamente Il sorpasso di Dino Risi per farne una rilettura contemporanea in cui, nella medesima struttura di road movie che procede per accumulo di situazioni, a cambiare è pressoché tutto: i tempi, gli atteggiamenti, le speranze. Sono diverse anche le necessità e le intenzioni dei suoi protagonisti. Ne propone una versione ironica (quasi kaurismäkiana) e regionale, veneta per la precisione.

In questo caso si può pensare a quel cinema del nord-est, «sempre schivo, tentato più che mai dal richiamo della natura e del paesaggio» (Martini 1997, p. 42), ma al tempo stesso «area narrativa definita» capace di dare voce alla «provincia come genere» (Moccagatta 2011, p. 62), un cinema che ha attraversato gli ultimi decenni oscillando tra due polarità: da un lato un’anima alternativa e indipendente – che va da Mazzacurati a Segre, passando per Padovan – dall’altro una più commerciale in cui il Veneto resta irrimediabilmente relegato al ruolo di location, semplice teatro di posa.

Di quella zona, ne Le città di pianura, c’è tutto: quella terra di confine, le sue connotazioni tematiche, le zone industriali, le periferie, la terra che ha ceduto il passo al cemento. E forse è proprio questo che la cartolina, da cui Sossai si discosta, tenta di sottrarre allo sguardo: il territorio che ha superato la terra, le infrastrutture che sottraggono, “solo modi di muoversi da un posto all’altro e nessun luogo dove andare” dice uno dei tanti personaggi che i protagonisti incontrano per la loro strada.

Eppure, in questo film, anche attraversare significa abitare: il punto è soltanto una questione di ritmo e di posizionamento. Le città di pianura infatti si incornicia di elenchi, liste e sequenze di cose: tipologie di alcolici, città, artisti musicali (Krano, Laguna Bollente, Wasted Pido… anche loro tutti della zona), episodi, personaggi. C’è una forza invisibile che percorre il film e che tende a rendere riconoscibile il proprio luogo, a inchiodarlo in leggende, storie, cartografie (più o meno referenziali, più o meno evocative). Una forza che mappa ciò che gli esiste attorno, come impulso originario cinematografico (Castro 2009).

Emerge così un localismo regionale che all’omogeneità interna preferisce una disomogeneità strutturale e che, invece di chiudersi nel proprio particolarismo, vede nell’identità un’apertura ibrida, una soglia. Una positiva contraddittorietà che attraversa tutto il film, che vive in quella zona di mezzo tra la stasi e il movimento, tra la contingenza storica e la memoria collettiva, tra il vagabondare e il connettersi, tra la fine e la possibilità.

Riferimenti bibliografici
T. Castro, Cinema’s mapping impulse: Questioning visual culture, in The Cartographic Journal, vol. 46, n. 1, 2009.
A. Costa, G. Lavarone, F. Polato, a cura di, Veneto 2000. Identità e globalizzazione a Nordest, Marsilio, Venezia 2018.
G. Martini, Il Triveneto non fa più da barriera, in G. Martini, G. Morelli, a cura di, Patchwork due: geografia del nuovo cinema italiano, Il Castoro, Milano 1997.
T. Masoni, P. Vecchi, Passaggio a Nord-Est. Un mondo tra immobilità e sviluppo, in Cineforum, n. 0, dicembre 2020.
R. Moccagatta, La retorica della provincia in G. Canova, L. Farinotti, a cura di, Atlante del cinema italiano. Corpi, paesaggi, figure del contemporaneo, Garzanti, Milano 2011.

Le città di pianura. Regia: Francesco Sossai; sceneggiatura: Francesco Sossai, Adriano Candiago; fotografia: Massimiliano Kuveiller; montaggio: Paolo Cottignola; musiche: Krano; interpreti: Filippo Scotti, Sergio Romano, Pierpaolo Capovilla, Roberto Citran, Andrea Pennacchi; produzione: Vivo Film, Rai Cinema, Maze Pictures; distribuzione: Lucky Red; origine: Italia, Germania; durata: 98′; anno: 2025.

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