Nonostante il suo impatto devastante, non c’è una sola immagine significativa, un’icona indimenticabile e indimenticata che testimonia l’incendio che ha colpito Los Angeles e la contea di San Diego nel Gennaio 2025. La città di Los Angeles non è nuova a questo tipo di fenomeni. Tuttavia quello protrattosi dal 7 al 31 gennaio è l’incendio più distruttivo che abbia mai colpito la città. A peggiorare la situazione sono state infatti alcune variabili dovute all’aggravarsi della crisi climatica: la siccità e la scarsa umidità dell’aria, unite all’accumulo di vegetazione dell’inverno precedente e ai venti di Santa Ana, che in alcuni luoghi hanno raggiunto i 160 chilometri orari, hanno fatto sì che il rogo si protraesse alimentandosi, rendendo più difficili le operazioni dei pompieri.
Trenta persone sono morte, più di 200.000 sono state costrette a evacuare, 18.000 case ed edifici sono bruciati, insieme a 23.000 ettari di terreni. Come dicevo, questa catena di effetti devastanti non si è coagulata in una singola icona, capace di esprimere l’eccezionalità della situazione, lo sgomento della comunità cittadina, o l’eroismo della Guardia Nazionale. Le immagini più ricorrenti che restituiscono quanto accaduto dispiegano di fronte ai nostri occhi il cuore di Hollywood trasformato in un luogo surreale, disegnato dalle fiamme che divorano le palme e trasformano i cieli blu cobalto in uno sfondo rosseggiante. Tinseltown brucia, trasformata in un inferno in terra che non lascia più spazio all’umano. Detto questo, è pure vero che sono state tante invece le suggestioni iconiche, i paradossi visivi e concettuali, che hanno accompagnato questa catastrofe, che si è imposta come un fosco presagio di un futuro ancora più incerto.
La prima che vorrei suggerire ha come protagonista l’Hypomesus transpacificus un piccolo pesce diffuso nel Delta del fiume Sacramento. Donald Trump ha infatti “suggerito” che il vero responsabile della devastazione fosse proprio lo sperlano, definito dal presidente degli Stati Uniti sul social Truth un “pesce essenzialmente inutile” (8 Gennaio 2025). Per proteggere questa specie che vive solo nella California settentrionale il governatore Gavin Newsom avrebbe vietato il prelievo dell’acqua necessaria a spegnere gli incendi. Vittima dal cambiamento climatico, perché privato del suo ecosistema devastato dalla siccità, dall’innalzamento delle temperatura e dalla diffusione di specie aliene, lo sperlano è stato invece additato come la causa della catastrofe: il rifiuto a comprendere e ritrarre quanto avviene si traduce nella ricerca del più indifeso capro espiatorio. Come si legge in una nota del segretario dell’Interno degli USA, diramata il 20 Gennaio 2025, è ora che la California inizi a “Putting People over Fish”, in uno slancio surrealista che contribuisce a disegnare i contorni di una tragedia tanto ambientale, quanto umana. Nei meme che proliferano sul web durante gli incendi, lo sperlano diventa infatti il paladino dell’ideologia “woke”, arcinemico dell’ideologia “MAGA” propugnata da Trump e sodali.
Los Angeles brucia drammaticamente divenendo invivibile anche per le anime che ne hanno incarnato lo spirito e respirato l’atmosfera tossica. David Lynch, costretto ad abbandonare la sua residenza losangelina per l’aggravarsi delle condizioni del suo enfisema, è per me l’emblema più rappresentativo di questa crisi. Era agosto quando il regista aveva annunciato al mondo attraverso un post su X di aver sviluppato la patologia respiratoria cronica. Nelle sue parole: “Devo dire che mi è piaciuto molto fumare e che amo il tabacco: il suo odore, accendere le sigarette, fumarle… Ma questo piacere ha un prezzo, e per me il prezzo è l’enfisema”. Lynch muore il 16 Gennaio, mentre Los Angeles brucia ancora, lasciando vuota quella assurda casa brutalista da cui “trasmetteva” le sue surreali previsioni del tempo: a metà tra un pensiero divinatorio e un semplice guardare fuori dalla finestra, il “Weather Report” di Lynch pronunciato dietro le lenti da sole sembrava promettere un futuro, anche in tempi complicati come quelli che stiamo o stavamo vivendo. Il 21 Agosto del 2020, nel bel mezzo della pandemia da Covid-19, aveva chiosato: “Indosso gli occhiali scuri perché sto vedendo il futuro e sembra molto luminoso”. Si potrebbe forse azzardare che il genio di Missoula non stava sbagliando: perché il bagliore inquietante che Los Angeles emana mentre lentamente viene divorata dalle fiamme, nella sua tragicità costata la vita e la casa a moltissime persone, non può non ricordare l’ambivalenza e il fascino distruttivo che le fiamme hanno in molte opere lynchiane.
Penso alla scena di Cuore selvaggio (1990) dove Lula (Laura Dern) ricorda a Sailor (Nicolas Cage) della morte del padre, che si è ucciso dandosi fuoco solo un anno prima del loro incontro: l’incendio divampa, dissolvenza incrociata, ed eccoci sulla brace della sigaretta di Lula. O ancora, dallo Zippo di Sailor all’asfalto delle highways, il tempo di Lynch è scandito da scintille. Forse, il paesaggio onirico che più sembra ricordarmi alcune delle immagini degli incendi losangelini è l’assurdo cortometraggio che Lynch gira per Adidas nel 1993. The Wall si apre con un corridore impegnato in uno sforzo atletico in un paesaggio torrido: il cielo è rossastro e l’atmosfera sembra piena di polvere e lapilli, proprio come la L.A. colpita dagli incendi. Il fuoco “vero” non è quello che arde nella città deserta, ma quello che divampa nella mente dell’atleta, distorto dalle grida e dal calore, e quindi capace di infrangere il muro, di accedere a una dimensione ulteriore che è tanto performativa, quanto spirituale.
Ecco, questo fuoco tanto distruttore, quanto creativo, foriero di eros e thanatos, sembra quasi sorpassato, sublimato dalle fiamme che hanno avviluppato la California. Con loro infatti brucia, forse per sempre, anche la Hollywood (Babilonia) di cui Lynch aveva esplorato i meandri oscuri. Il riferimento all’esperimento letterario di Kenneth Anger, i due volumi di Hollywood Babilonia usciti rispettivamente per la prima volta nel 1959 e nel 1984, non è ovviamente casuale: la scrittura scandalistica del californiano maestro dell’underground, che esponeva attraverso racconti espliciti e immagini scabrose gli scandali sessuali, le morti violente, i suicidi, le tossicodipendenze dei divi hollywoodiani, sembrava presagire la morte stessa della capitale mondiale del cinema mainstream, suggerendo forse che la corruzione è necessaria alla produzione dei sogni. L’immagina conclusiva del primo volume, che fu pubblicato in America solo nel 1965, è infatti la mappa dell’Hollywood Memorial Park & Cemetery, forse l’unica “map to the stars” che ha senso consultare. Lì, al 6000 del Santa Monica Boulevard riposa oggi anche David Keith Lynch, con una lapide che ricorda il profumo più losangelino di tutti, quello sprigionato dal “night blooming jasmine”, il gelsomino notturno.
Con i fuochi dello scorso gennaio, sono bruciate infatti moltissime case delle Pacific Palisades, il quartiere storico della Hollywood che non c’è più: diverse ville della Golden Age sono state divorate dalle fiamme perché fatte di legno, come un set, meraviglioso e posticcio. È accaduto alla residenza che l’attore comico Will Rogers donò allo Stato della California alla sua morte nel 1935, perché diventasse una riserva naturale, e a molte altre. Tra le star di oggi, hanno “perso la casa” tra gli altri Billy Crystal, Paris Hilton, Jeff Bridges e il dolore dei più ricchi, condiviso sui social media, non ha fatto altro che alimentare polemiche rabbiose, che sono lo specchio di una società americana sempre più divisa e diseguale. Spente le fiamme accese dalle sterpaglie, Los Angeles infatti oggi brucia ancora, riscoprendosi teatro politico progressista per la difesa delle comunità immigrate, senza le quali nemmeno Hollywood come l’abbiamo conosciuta sarebbe mai esistita. Le proteste contro le deportazioni di immigrati volute da Donald Trump sono iniziate il 6 Giugno del 2025 e hanno avuto come bersaglio l’ICE, acronimo di “Immigration and Customs Enforcement”, l’organismo federale che agisce concretamente nella messa in atto delle politiche discriminatorie dell’attuale amministrazione. Il nuovo incendio che ha interessato il cuore della California ha fatto sì che ancora una volta potessimo vedere il peggio del regno-Trump: la mistificazione delle notizie e la diffusione di fake news, l’intervento sicuritario dall’alto, il tentativo di repressione violenta.
Vorrei quindi chiudere con un’altra immagine, tratta da questo incendio politico e sociale. Trovo particolarmente curioso infatti che una parte dei manifestanti abbia preso di mira le automobili a guida automatica di Waymo, la company di Google che si occupa di trasporto autonomo in diverse capitali americane. Le macchine-robot sono infatti bersagli facili: programmate per non investire i pedoni, se accerchiate restano indifese agli attacchi di vandalismo, divenendo forse simbolo della minaccia che le lotte sociali rappresentano per il tecnopotere, nato anch’esso nella California, che oggi non smette di bruciare fino a scottare.