Nel Seminario XII Jacques Lacan ci propone una definizione dell’inconscio talmente creepy da fare invidia anche ai più brillanti autori del brivido. L’inconscio, ci dice, non è né un dentro né un fuori ma, alla lettera, una camera nascosta incastrata tra due dimensioni. Una faglia, insomma, ma la cui presenza non serve a collegare l’interno con l’esterno, oppure due zone altrimenti separate. Al contrario, si tratta di un terzo incomodo che ostacola la comunicazione, e che lo fa appositamente per imporci un univoco, osceno messaggio che può essere indirizzato solo a noi.
La celebre collezione di metafore freudiane sull’Altra scena – l’inconscio come fondo sommerso di un iceberg, l’inconscio come anticamera della coscienza o infine come complesso di rovine sotterranee – vi si avvicina, certo. Eppure non coglie esattamente il punto. Perché l’inconscio di cui ci parla Lacan non è un semplice al di là, il sotterraneo della psiche o il suo fondo imperscrutabile. Il problema di queste metafore è che ci dicono in anticipo dove occorrerebbe cercare per trovare l’inconscio. Nel nostro caso, invece, l’inconscio è un’intercapedine che scopriamo senza volerlo, una zona nascosta che si rivela soltanto nel momento in cui quel qualcosa comincia a parlare, e lo fa proprio a noi, interpellandoci nell’intimo del nostro essere.
In Casa a prima vista non abbiamo ancora visto niente del genere, purtroppo. Nel cinema horror, però, questa metafora è stata sfruttata in più occasioni. Basti pensare all’iconica villa del bambino urlante in Profondo rosso, con le sue finestre che ci guardano da stanze inesistenti, o al disegno inciso tra l’intonaco e la parete, tutti intoppi di costruzione che sembrano essere stati messi lì apposta per catturare l’attenzione di Marcus. Un altro calzante esempio è senz’altro il sottovalutato Sono la bella creatura che vive in questa casa di Oz Perkins. L’infermiera Lily Sailor trasloca in una villa del Massachusetts per assistere la scrittrice di successo Iris Blum, una donna ormai in pensione che soffre di demenza senile. La casa, ovviamente, si rivelerà infestata da uno spettro, il fantasma della povera Polly, una giovane misteriosamente scomparsa decenni prima, e proprio da quella abitazione. Gli eventi paranormali che ci aspetteremmo da una ghost story tradizionale non mancano: una mano invisibile che strappa la cornetta del telefono a Lily, rumori anomali, la sensazione di essere osservati da presenze impalpabili e così via. Eppure, ad attirare l’attenzione dello spettatore (e di Lily in particolare) non sono questi escamotage di rito. Laddove i ghost movie esasperano di norma i fenomeni extracorporei (fino allo scenario trash di uomini e spettri che dialogano amabilmente tra loro), Perkins lascia parlare la fisicità stessa della casa, anteponendo l’architettura dell’orrore a qualsiasi soggettivazione dello spettro.
La pavida Lily è un asso nel rinnegare i tentativi di Polly di comunicare con lei, nel convincersi che i fantasmi non esistono e che le case infestate sono solo cliché da cinema. Quel che non riesce a tollerare, tuttavia, è il fatto che una particolare sezione della casa faccia di tutto per attirare la sua attenzione: è una parete costruita ad hoc, una zona in cui – per dirla in lacanese – si è creato un ingombro di senso, in cui qualcosa insiste per prendere parola, e lo fa appositamente per consegnare il suo messaggio a Lily. Alla fine del film, i suoi sospetti si rivelano reali. La verità dello spettro, il rimosso della casa, non proviene da un’altra dimensione, ma da quella stessa intercapedine murata nella parete, dalla zona di mezzo costruita apposta per impedire a due realtà di comunicare tra loro: è l’antro nascosto in cui a suo tempo era stato occultato il corpo di Polly.
Non per nulla, i momenti veramente angosciosi del film non sono affatto quelli (prevedibilissimi) in cui il sovrannaturale si insinua nella realtà, ma quelli in cui questo spazio di mezzo, che non dovrebbe esistere, cerca di convincerci della sua brutale presenza: le macchie di muffa sulla parete, la progressiva incrinatura delle assi di legno e, infine, la rivelazione nuda e cruda dell’intercapedine stessa.
La forza (trascurata) del film di Perkins sta dunque tutta nell’idea di non pensare l’orrore attraverso lo spettro, ma di travasarlo nella disturbante fisicità della casa. Quasi come se, dopotutto, l’abituale rapporto tra le parti si invertisse, come se l’orrore provenisse dalla sovversione degli stessi canoni dell’horror, e cioè dal fatto che sia la casa a parlarci attraverso il fantasma invece del contrario.
Nondimeno, la presenza dello spettro rimane necessaria affinché il trucco arrivi a destinazione. Pensateci, sarebbe assurdo immaginare una storia del genere senza l’intermediario del fantasma. Sarebbe Casa a prima vista.
Eppure, qualcuno che è riuscito a costruire una trama dell’orrore del genere, focalizzandosi su una casa che ci turba proprio perché non infestata, c’è. E ne ha fatto prima un romanzo best-seller internazionale, poi il soggetto di un film e infine un manga. Stiamo parlando di Uketsu, uno youtuber giapponese anonimo che, pare, se ne va sempre in giro vestito di nero e con il volto coperto da una maschera di cartapesta, che parla con la voce alterata e – a questo punto la specificazione è superflua – ha la capacità di rendere inquietante tutto ciò che tocca. Questa storia dalle premesse impossibili si intitola La strana casa e, in attesa della traduzione italiana del romanzo, J-Pop ce lo ha messo a disposizione in formato manga con i disegni di Kyo Ayano.
La questione, come ogni premessa assurda che si rispetti, è molto semplice: un giornalista specializzato in fenomeni paranormali si ritrova tra le mani la planimetria di una casa. Lì per lì nulla di strano, è una villetta a due piani fornita di garage, soggiorno, cucina, due bagni, tre camere da letto e… un’intercapedine senza sbocchi. Uno spazio murato su se stesso, privo di aperture, che contorna il piano terra. La prima impressione è la stessa che si prova di fronte a un qualunque lapsus, come quando vi capita di leggere “Masturbati” anziché “Mastroberti” sull’elenco telefonico: deve esserci un errore. Non fosse che, giusto sopra l’intercapedine, c’è quella che ha l’aspetto di essere una camera per bambini, una stanza deluxe che è munita di ogni comfort immaginabile fuorché di finestre. Come se qualcuno, proposito indecente, si servisse di quella improbabile connessione tra i due vani per commettere omicidi. E come se, alla fine, quell’errore si rivelasse per ciò che è stato da sempre: una verità che, per essere portata alla luce nella sua sconfortante evidenza, attendeva l’intervento di un soggetto in particolare, quel soggetto che – ahimé – sono proprio io, l’occasionale esperto di occulto che inciampa nel paranormale proprio quando non se lo aspetta.
La storia di Uketsu proseguirà in Italia ancora per un po’, ma la sua formula sembra efficace già da subito perché va a toccare il nervo scoperto per eccellenza dei timori umani: l’eventualità che le nostre peggiori previsioni, quegli scenari che ci immaginiamo in anticipo come improbabili e catastrofici per scongiurare la possibilità che si avverino, siano effettivamente corrette. Del resto, i pensieri più orrorifici sono proprio quelli delle profezie che diventano reali, e che lo fanno con il nostro concorso, con lo zampino del soggetto.
Il Lacan degli ultimi anni, quello che non pochi dei suoi collaboratori ritenevano essere scivolato ai limiti della demenza, diceva dell’inconscio qualcosa di sinistramente simile: uno spazio senza senso, che non dovrebbe esserci, eppure c’è, e di cui non possiamo che sfornare altro che elucubrazioni. E più queste elucubrazioni si rincorrono l’un l’altra, più si approssimano al delirio, a un’ipotesi indecente che non potrebbe mai essere vera. O che almeno non dovrebbe esserlo fino a prova contraria. Perché è proprio nel momento in cui il delirio si tramuta in verità concreta, in una planimetria delle nostre angosce, che si fa spazio l’orrore. E allora ecco perché, al di là di una semplice sensazione da social network, la storia di Uketsu si avvicina alla psicoanalisi e merita di essere letta sino in fondo: perché è proprio quando ci ritroviamo ad assecondare inconsapevolmente le nostre più dissolute aspettative sull’orrore che vi precipitiamo dentro. E in questo perverso gioco di autosuggestioni che si avverano Uketsu è maestro.
Adattamento manga del romanzo di Uketsu con illustrazioni di Kyo Ayano, La strana casa, J-POP, Milano 2025.