La collina dei ciliegi non è in fiore

di CHIARA SCARLATO

La scuola cattolica di Stefano Mordini.

Si può ancora parlare di censura oggi in Italia? In un momento storico in cui l’accessibilità al sapere è garantita, in primo luogo, dall’archivio incommensurabile della rete, l’idea che esista un modo per limitare la fruizione di un qualsiasi contenuto (sotto forma di immagine, parola o suono) sembrerebbe anacronistica. Eppure, proprio nell’anno in cui è stata abolita la Commissione di revisione cinematografica di 1° grado, La scuola cattolica di Stefano Mordini viene vietato ai minori di diciotto anni in quanto, come si legge nelle motivazioni ufficiali, l’opera presenterebbe “una narrazione filmica che ha come suo punto centrale la sostanziale equiparazione della vittima e del carnefice”. Dunque, si tratta di una pratica di censura che – come da sempre accade – si basa su una valutazione critica e artistica in cui non è il prodotto stesso a essere messo in discussione quanto l’effetto che quest’ultimo potrebbe avere sui fruitori e, soprattutto, sui giovani fruitori.

In questo senso, la decisione della commissione si basa su un potenziale potere pedagogico del film, a sua volta sostenuto da un presunto potere di carattere assimilativo: tale parere presuppone che ragazze e ragazzi di minore età, recandosi in sala, vengano influenzati dalla visione in una maniera talmente potente da non riuscire più a decidersi tra l’emulazione e il respingimento di un modello, dando tuttavia per scontato che essi effettivamente riescano a trovare nel film un qualche tipo di paradigma da seguire o stigmatizzare. Un altro problema, di importanza non secondaria, riguarda il luogo in cui tale censura viene esercitata: la sala – che nei mesi passati ci è stata dapprima negata, poi concessa parzialmente e (almeno per ora) accessibile nella sua interezza con gli ormai familiari dispositivi di sicurezza – diventa il soggetto di una privazione. Non occorre soffermarsi sul fatto che tale censura sarebbe stata inapplicabile soltanto pochi mesi fa, e non è nemmeno questo il nodo da sciogliere. La questione più urgente riguarda la separazione tra realtà e finzione, una separazione che merita di essere approfondita in virtù del valore testimoniale – e non solo simbolico – de La scuola cattolica, adattamento del romanzo omonimo di Edoardo Albinati, vincitore del Premio Strega nel 2016.

L’operazione di Mordini, quindi, ha un carattere composito perché racconta un fatto realmente accaduto – il massacro e il delitto del Circeo  – a partire dallo sguardo di Albinati che, con gli autori di quelle violenze, aveva condiviso le aule scolastiche nel periodo disordinato e confuso che segna la transizione del corpo dall’infanzia alla maturità sessuale. Nel testo di Albinati, il rapimento di Donatella Colasanti e Rosaria Lopez per mano di Gianni Guido, Angelo Rizzo e Andrea Ghira diventa il tema di una riflessione ampia in cui a essere messi in questione sono i metodi educativi attraverso i quali i ragazzi venivano addestrati alla negazione. La negazione del proprio corpo e del proprio desiderio a favore dell’affermazione della propria virilità e della propria forza. Da questo scenario in cui a dominare sono figure maschili, viene esclusa qualsiasi forma di intimità giacché intimità «vuol dire sentirsi ed essere, e anche mostrarsi vulnerabili: la debolezza può venire sfruttata, la fiducia tradita, il proprio esporsi può essere deriso» (Albinati 2016, p. 53). A dominare su tutto, l’incognita del sesso, la forza centripeta che converge verso un polo attrattivo altrettanto impenetrabile.

Per Mordini, come del resto per Albinati, non si è mai trattato di giustificare il gesto o porre sullo stesso piano vittime e carnefici quanto esaurire la necessità di raccontare qualcosa nella sua cruda e incomprensibile natura evenemenziale. E forse è proprio questo l’aspetto più difficile da accettare perché, spesso, non abbiamo il coraggio quantomeno di ammettere che la volontà umana difetta di purezza e che il temperamento violento rientra tra le attitudini dell’essere umano. Questo aspetto è strettamente correlato alla testimonianza diretta di Donatella Colasanti, sopravvissuta alle violenze a cui venne sottoposta insieme all’amica Rosaria Lopez, uccisa nella villa in cui entrambe erano prigioniere. Dunque, la questione da porre è la seguente: perché un film su una storia vera è stato censurato?

Nell’adattamento, i ragazzi che frequentano la scuola cattolica vengono presentati in maniera rapsodica, l’uno dopo l’altro, insieme all’altro, contro l’altro: vestono quasi tutti in maniera simile, hanno il medesimo portamento e lo stesso linguaggio. Viene reso in questo modo “l’affratellamento” di cui parla Albinati (interpretato da Emanuele Maria Di Stefano), un meccanismo di omologazione autoimposta il cui scopo principale è quello di non precipitare nel gruppo degli esclusi, dei vilipesi, dei maltrattati. La violenza è lo strumento per rimanere tra pari, come non mancano di mostrare le scene in cui il corpo maschile è al centro di pratiche punitive che servono, tuttavia, a ribadire la propria posizione nella gerarchia dinamica di un gregge. Le posizioni cambiano quando i ragazzi rientrano nelle rispettive dimensioni familiari, sottoposti all’effetto di un’altra trinità – persuasione-minaccia-punizione – che li rende a loro volta oggetti su cui viene esercitata una forma di potere da parte dei padri.

Le madri – come le sorelle dei ragazzi – sono appena tratteggiate: compiono strani riti, sono distratte, attratte dai compagni dei loro figli (o dei loro fratelli) con i quali intrattengono relazioni sessuali saltuarie. Altre ragazze appaiono sempre in situazioni controverse in cui i ragazzi cercano di giustificare le telefonate evitate (o dimenticate) o di instaurare una comunicazione che, spesso, da gioco si trasforma in minaccia. In questa prima parte del film, la voce narrante di Edoardo è una guida tra le vite dei compagni di scuola, che descrive senza soffermarsi su nessuna di loro in particolare. Arbus, Pik, Stefano Jervi, Gioacchino sono soltanto nomi le cui storie vengono precedute da un’indicazione temporale che fa da spartiacque tra quei momenti e qualcosa che accadrà pochi giorni o poche ore dopo.

Arriviamo quindi alla scena che fa da cerniera tra la prima e la seconda parte del film: due ragazze chiedono un passaggio a uno sconosciuto. Sono Donatella e Nadia. Donatella (Benedetta Porcaroli) si sporge dal finestrino e canta una canzone di Lucio Battisti. Segue un appuntamento – senza Nadia ma con Rosaria (Federica Torchetti) – infine un secondo invito per raggiungere una festa: insieme a Donatella e Rosaria, ci sono Angelo (Luca Vergoni) e Gianni (Francesco Cavallo). Il tragitto in macchina non segna soltanto il passaggio dalla prima alla seconda parte del film, ma anche la trasformazione del testo di riferimento per la sceneggiatura. Dismesso l’intento ricostruttivo, Mordini si emancipa dal testo di Albinati per concentrarsi sulle parole che Donatella Colasanti pronuncia nel corso della sua testimonianza, rilasciata nel processo istituito negli anni in cui lo stupro rientrava ancora tra i cosiddetti delitti contro la moralità pubblica e il buon costume. Questa parte del film è difficilmente inquadrabile nella misura in cui, pur appartenendo di fatto a un film fiction, è la fedele trasposizione in immagini di quanto realmente accaduto tra il 29 e il 30 settembre del 1975. Edoardo lascia il posto a Donatella, il racconto si piega alla realtà.

Torniamo quindi alla censura e al fatto che il film è stato vietato perché “i protagonisti della vicenda pur partendo da situazioni sociali diverse, finiscono per apparire tutti incapaci di comprendere la situazione in cui si trovano coinvolti”. Come poteva Donatella Colasanti comprendere l’accanimento immotivato sul proprio corpo, le iniezioni in vena, le percosse che avrebbero dovuto farla morire? Non era lei a dover decifrare l’evento, siamo noi, oggi, chiamati a riflettere su quanto è accaduto meno di cinquant’anni fa, in un Paese che non è mai guarito dai fascismi, dal cattolicesimo bigotto, dalla retorica sessista. Il problema principale ne La scuola cattolica è che questi tre segmenti non arrivano mai a comporre un triangolo, una figura chiusa che potrebbe aiutare noi spettatori a comprendere senza giustificare, a uscire dai luoghi comuni, a pensare che quello che stiamo vedendo è semplicemente vero. E a ricordarci che la violenza non è mai la reazione a una provocazione.

Riferimenti bibliografici
E. Albinati, La scuola cattolica, Rizzoli, Milano 2016.

La scuola cattolica. Regia: Stefano Mordini; sceneggiatura: Massimo Gaudioso, Luca Infascelli, Stefano Mordini; fotografia: Luigi Martinucci; montaggio: Massimo Fiocchi, Michelangelo Garrone; musiche: Andrea Guerra; interpreti: Benedetta Porcaroli, Giulio Pranno, Emanuele Maria Di Stefano, Giulio Fochetti, Leonardo Ragazzini, Alessandro Cantalini, Andrea Lintozzi, Guido Quaglione, Federica Torchetti, Luca Vergoni, Francesco Cavallo, Angelica Elli, Gianluca Guidi, Corrado Invernizzi, Beatrice Spata, Giulio Tropea, Fabrizio Gifuni, Fausto Russo Alesi, Valentina Cervi, Valeria Golino, Riccardo Scamarcio, Jasmine Trinca; produzione: Warner Bros. Entertainment Italia, Picomedia; distribuzione: Warner Bros.; origine: Italia; durata: 106’.

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