La partita teorica giocata in questo libro di Eugenio Mazzarella, Critica della ragione digitale, mi sembra riassumibile e riconducibile a un’unica, impegnativa domanda: che ne è del nostro mondo? La quale, se riformulata forse con una maggiore connotazione filosofica, può suonare anche così: cosa ne facciamo della realtà? Non sono interrogativi vecchia maniera sul destino della realtà, su quelle garanzie ontologiche ed epistemologiche di cui andava alla ricerca la filosofia di età moderna che si è fatta appunto moderna ragionando su questi temi, dal fondamentum inconcussum di Cartesio al principio onto-gnoseologico del trascendentale di Kant.
Il fatto è che, nell’ipotesi di Mazzarella, con la sua solita prosa pensante densissima e fascinosa, a essere messa a rischio è l’essenza della relazione stessa che costituisce il nesso uomo-natura, e dunque il senso dell’abitare il mondo come rete di rimandi e di occasioni che dotano tale abitare di uno specimen di realtà. L’adattamento, la domesticazione, il farsi casa del mondo per un essere che continuamente lo interroga secondo la sua intenzionalità formante (cultura, società, storia) rischiano, con la rivoluzione dell’artificiale-digitale in atto, di venire rimossi dalla naturalità del reale, nel modo in cui si è stati abituati a intenderla fino a ora. Perché, afferma Mazzarella, ciò che è in questione è prima di tutto l’essere stesso del mondo, il quale è investito da una vera e propria ri-ontologizzazione.
Ontologizzazione di un mondo potrebbe significare fare della natura, come pre-categoria dell’essere anteriore anche rispetto all’umano, qualcosa di familiare per Homo sapiens, il quale, nella sua storia, ha fatto della cultura un superamento, una trascendenza, che desse senso alla sua esistenza, altrimenti coordinata alla natura di cui la vita, in qualche modo, è un’insorgenza. Vorrebbe dire, dunque, fare della natura un mondo come mondo culturale, in cui viene fondato e giostrato, a partire da questo atto fondativo, il significato che l’umanità attribuisce a se stessa. Tuttavia, nella bufera del progresso che soffia forse con troppa accelerazione – tanto da spingere alcuni scienziati più accorti e avvertiti a chiedere una sospensione dello sviluppo delle tecnologie dell’artificiale per avere l’agio di comprenderne tutta la portata – è proprio il mondo culturale, quello che l’umano si è creato per distaccarsi dalla natura per darsi un senso, a essere l’oggetto del pericolo della sostituzione, che può portare con sé anche l’umano antiquato che l’ha generato.
Detto in altri termini, la prestazione critica offerta da Mazzarella vuole essere realmente una pausa di meditazione profonda, prima che il progresso tecnologico porti l’uomo senza strumenti sia teorici sia pratico-politici in un mondo altro, quello inaugurato dall’artificiale-digitale, gestito peraltro dall’oligarchia dei signori della Silicon Valley (divenuti come non mai anche signori della guerra andando dall’altro lato delle cose, quello politico, cioè a Washington). Ecco perché, quindi, l’autore fa suonare la sirena di avvertimento per una trasformazione dell’asset ontologico del reale, anche denunciando l’asfissia controllata di ciò che era mondo corporeo, il cui esito è almeno duplice: la dismissione dell’immanenza e la sconfitta della presenza, in favore di un’astrazione in cui l’azione significante della realtà, quella che dà senso producendo cultura e creando un mondo, non deriva più dalla negoziazione, dal traffico e dalla relazione classica uomo-ambiente, bensì dalla trascendenza totale e dai tratti anche oracolari in una cultura dell’artificio che l’IA, il nuovo totem dell’intelligenza, fa girare negli ormai immensi magazzini digitali di dati nei quali si è condensato il simulacro di una civiltà intera.
È quanto Mazzarella chiama «peccato di “lesa vita”» (2026, p. 15), poiché la vita biologica non è più agita dal mondo ma da una virtualità di mondo che riduce l’umano a cosa, a una reificazione dai curiosi connotati immateriali. Per dirla con uno dei passaggi più efficaci del libro:
ICT e IA stanno ri-ontologizzando il “mondo” […] Se per mondo si intende l’emergenza dalla natura di un nesso oggettivo-soggettivo, cioè di un vivente che opera il suo ambiente in modo consapevole e ne viene operato, grazie a questa consapevolezza, in modo elastico, relativamente “libero”, trascendendo e potendo “manipolare” lo schema stimolo-risposta, se per mondo si intende questo, intervenendo in modo sempre più pervasivo sul deep mind, sul modo in cui (il logos, direbbero i filosofi, il nesso pensiero-linguaggio) si è costruita la correlazione specifica soggetto-oggetto dell’anthropos, noi stiamo rischiando l’estinzione dell’umano conosciuto, su un punto decisivo: la conquistata, nella storia della sua evoluzione, “libertà” come capacità di negoziazione con il suo “mondo”, che alla fine significa con se stesso, con gli altri (la comunità organica culturalmente e storicamente situata di cui fa parte), l’ambiente in cui cade e accade il suo esserci come con-esserci (ivi, pp. 26-27).
Mazzarella, dunque, pone una seria ipoteca sul modo contemporaneo di gestire il dossier del digitale, che pur fa parte di un progresso tecnologico infermabile e per certi versi anche necessario. E tuttavia ciò non deve significare subirlo in modo acritico, laddove a essere messi a repentaglio sono i modi plurali, stratificati e in fondo storici con cui l’umano si è fatto mondo per sé e per gli altri, contro quella creazione di una civiltà altra che abita interamente una trascendenza potremmo dire sovra-culturale.
Per dirla con una nota immagine evangelica, l’annuncio del mondo virtuale profetizzato dai guru del digitale-artificiale è una lampada che deve rimanere sotto il moggio (Mt 5, 14-15), affinché, con un altro topos mazzarelliano, anche l’uomo rimanga la saldezza che è stato storicamente tenendo a bada le derive che la sua vocazione tecnica per la domesticazione del mondo pur gli richiede. Questo è in fondo, per Mazzarella, lo shock antropologico dei tempi, che dal nostro canto potremmo tentare di ravvisare in varie forme degeneri, segni forse inequivocabili dell’attuale dismissione del mondo, come l’immiserimento socio-economico, la povertà linguistica e comunicativa, la bancarotta emotiva, la prosaicità dei contenuti intellettuali mainstream, il vuoto valoriale e le guerre imperialistiche di dominio. Ciò che Mazzarella mi pare descrivere è un movimento migratorio da criticare e da arrestare, con una ragione strumentale che si trattenga ancora, tuttavia, presso una ragione della carne e del sangue, fedele, nonostante tutto e contro ogni facile fantasticheria tecno-gnostica, al mondo in cui si soffre, dove la macchina, per statuto, non può avere diritto di cittadinanza, cosa che la fa essere, appunto, di un altro mondo.
Ciò che è da pensare, richiamandoci a Heidegger, è il pensiero stesso come relazione piena e fondata tra l’umano e l’essere che si trova ad abitare, pensiero che però sembra anche questo essere riposto nella macchina, gestita da quei pochi che riescono a capirla, a farla funzionare e in definitiva anche a finanziarla. La soglia di rischio è quella di essere processati cognitivamente dall’IA, «di restituire alla “macchina”, all’ambiente macchina, quella soggettivizzazione – l’autonomia certo relativa, ma sostanziale, della soggettivizzazione – che abbiamo strappato alla “natura”, all’ambiente in cui la macchina era nostra estensione e non noi estensione della macchina. Di consegnare all’artificiale, la soggettivizzazione antropocentrata che abbiamo strappato all’ambiente naturale, emergendo come cultura» (ivi, p. 28). Prolungando l’eco di queste riflessioni, si può dire che quella in atto come cultura digitale-artificiale non è una contro-cultura, che soppianta, ad esempio, come obsolete e false, le trascendenze in mondi altri dei discorsi religiosi, tanto per limitarci a questo ambito, né, tantomeno, è una sub-cultura, come ritorno all’ingenuità e all’appiattimento sulla natura: secondo il suggerimento di Mazzarella, potremmo essere di fronte non a un potenziamento della cultura, a una cultura aumentata, più segnatamente alla fondazione che non vuole distaccarsi dalla natura come principium individuationis dell’umano, ma a una liquidazione dell’umano toto genere, in nome di una cultura astratta in cui né l’umano né la natura più si riconoscono.
È su questa scia che alcune delle più fini analisi di questo libro sono dedicate al confronto con i concetti di De Martino di “crisi della presenza” e soprattutto di “apocalisse culturale”, rispetto ai quali l’umano, che dovrebbe farsi culturale per non ricadere nella natura, e quindi nella pura immanenza come assenza del significato, non trova più posto per sé, in una patogenesi culturale che lo relega a pessimo interprete delle sue stesse invenzioni, a meno che non siano guidati dai loro stessi ideatori e finanziatori, cui Mazzarella giustamente si richiama spesso.
La presenza come tentativo dell’umano di tenere e di reggersi nel mondo, come capacità di darsi valori e di fare insomma storia, come atto di trascendenza verso la comunità degli altri alla ricerca delle forme della condivisione di se stessi e dell’ambiente, è ciò che il digitale sta colpendo con maggiore durezza, perché adesso la negoziazione avviene in un mondo virtuale che non è il frutto della relazione, ma di un’altra modalità dell’alienazione e del dominio di chi questo mondo lo realizza, lo pensa e lo dà a pensare, solo però come utenti partecipanti non modificanti.
È un mondo creato in cui ci si trasferisce presuntivamente come liberi, ma di una libertà colonizzata poiché colonizzati sono l’immaginario, l’esperienza e l’individualità, in tutti i loro aspetti. Da cui emerge, secondo Mazzarella, «la stringente necessità di una critica della ragione digitale, dal momento che l’Intelligenza Artificiale si avvia a proporsi – e lo è già per tanti aspetti – come la condizione trascendentale di qualsiasi operatività nello spazio e nel tempo» (ivi, p. 50). Un agire pratico che è consegnato però a un’alienazione subdola e tremenda, «che ti segue sempre più fin dentro casa, nel tempo libero sullo smartphone o su tutti i device di rete in cui siamo connessi, in una black box society, una società governata da una scatola nera, che non solo registra quello che accade, ma generativamente lo fa accadere, e alle cui schede di controllo pochissimi hanno e avranno accesso» (ivi, p. 51).
In ultima analisi, potremmo sostenere che Mazzarella licenzi queste pagine con un forte richiamo politico. Viene da pensare a come Benjamin concludeva il suo saggio sulla riproducibilità tecnica dell’opera d’arte, quando scriveva che all’estetizzazione della politica dei fascismi europei bisognava rispondere con una politicizzazione dell’arte. In tal senso, se Mazzarella afferma, forse nella vera conclusione del libro, che «il nodo è tutto politico, del politico, e ne va della sua sovranità o della sua minorità a scala locale a scala globale» (ivi, p. 88), si può rilanciare tale tesi recuperando e riformulando quell’acuto Benjamin del 1936, che quasi cento anni dopo può indurci a esprimerci contro una digitalizzazione del potere e in favore di una politicizzazione del digitale, ma in maniera ovviamente democratica, dal basso, memore dell’antichità dell’uomo e della sua storicità culturale che non possono per nessuna ragione essere eluse. In maniera, infine, dati i tempi, persino pacifista.
Eugenio Mazzarella, Critica della ragione digitale, Castelvecchi, Roma 2026.