Nel 1994 Martin McDonagh scrisse in nove mesi le bozze di sette opere teatrali che, in seguito, lo portarono al successo, segnando l’inizio di una carriera sfolgorante sia in ambito teatrale che, successivamente, cinematografico. The Beauty Queen of Leenane è la prima pièce messa in scena dall’autore e costituisce l’inizio della cosiddetta “Trilogia di Leenane”. In essa sono già evidenti le caratteristiche della poetica di McDonagh basata su una sapiente manipolazione della fruizione spettatoriale: tramite la compresenza di violenza e umorismo unita a un peculiare trattamento della narrazione e dei generi, il pubblico viene portato a nutrire una serie di aspettative che verranno poi sistematicamente disattese.
La reginetta di Leenane è Maureen, una donna quarantenne intrappolata in una relazione malsana con la vecchia madre, Mag: quest’ultima è un’anziana invalida che cerca in ogni modo di impedire alla figlia di farsi una vita propria, costringendola in questo modo a farle da badante. Un giorno ricompare a Leenane Pato, un vecchio corteggiatore di Maureen, che si precipita a incontrarlo sperando, grazie a lui, di poter iniziare una nuova vita.
Come si desume da questo breve riassunto della trama, McDonagh conferisce alla violenza un ruolo di primo piano: questa è presente sia nel linguaggio, ricco di imprecazioni e di insulti che tutti i personaggi si rivolgono costantemente, sia nelle azioni, tanto quelle più brutali, come la vendetta finale compiuta da Maureen, quanto quelle più subdole ma, al contempo, estremamente spietate, come i vari espedienti usati costantemente da Mag al fine di castrare e schiavizzare la figlia. La violenza costituisce quindi un sottofondo costante nella storia ambientata a Leenane e viene stemperata da una forte componente comica, determinata dall’immissione di elementi umoristici in un contesto drammatico (come gli scherzi pesanti che si fanno madre e figlia), dalle volgarità costantemente presenti nei dialoghi e dalle caratteristiche di alcuni personaggi che si comportano come bambini troppo cresciuti. È il caso di Ray, il fratello di Pato, a cui McDonagh affida la funzione di messaggero, dunque di contatto fra il mondo esterno e la casa di Maureen e Mag, oltre che di personaggio comico per via dei suoi comportamenti infantili nonostante sia un ragazzo ormai cresciuto.
Si tratta di una comicità profondamente grottesca, intendendo con questo termine «una duplice implicazione, […] una tensione irrisolta tra la risata e qualche emozione spiacevole come disgusto o paura» (Naremore 2007, p. 27), dunque l’unione del ridicolo con il terrificante. La recitazione degli attori è particolarmente azzeccata perché congeniale all’accentuazione di questo amalgama di orrore e carnevalesco: tutti e quattro gli interpreti dello spettacolo presentano delle performance volutamente sopra le righe, a tratti caricaturali, proprio per enfatizzare i momenti maggiormente triviali delle pièce. È lo stesso McDonagh ad aver esplicitato questa preferenza stilistica: «io cammino sulla linea di confine tra commedia e crudeltà, perché credo che l’una illumini l’altra» (Rankin 2007, p. 27). La regia sottolinea questo connubio tramite un affascinante uso delle luci: in particolare alternando una luce naturale, propria della lotta quotidiana fra madre e figlia, a inquietanti tonalità rosso sangue, capaci di dare corpo allo scoppio di rabbia cruenta che permea il finale.
McDonagh «stabilisce uno schema in modo che il pubblico sia incline a prevedere cosa accadrà e poi ottiene un forte impatto emotivo deviando improvvisamente da quello schema» (Lonegan 2012, p. XV). Al fine di raggiungere questo scopo, l’autore suggerisce agli spettatori false aspettative non solo tramite la violenza e l’umorismo grottesco, ma anche attraverso i personaggi, il genere e la narrazione. Per quanto riguarda quest’ultimo aspetto, la trama de La reginetta di Leenane non presenta uno sviluppo lineare, dato che i problemi fra madre e figlia presenti all’inizio della storia non vengono risolti nel finale ma, anzi, peggiorano irreparabilmente: la narrazione è quindi circolare, cioè priva di uno sviluppo teleologico. Questo aspetto viene sottolineato dalla regia nell’atto conclusivo, facendo calare sulla protagonista una sorta di bara che è al contempo anche una corona (come si addice alle beauty queen), in modo da evidenziare la definitiva perdita dalla sanità mentale di Maureen una volta che si sostituisce a Mag.
Per quanto riguarda i personaggi, invece, McDonagh fa in modo che lo spettatore conosca inizialmente solo una parte della loro personalità, affinché il pubblico sviluppi delle attese riguardanti il loro comportamento e sia indotto ad affezionarsi ad alcuni di essi. A questo punto, l’autore mostra repentinamente un lato del loro carattere che contraddice l’immagine che il pubblico si è fatto: è il caso della protagonista della pièce, che da vittima diventa alla fine carnefice e che si macchia delle peggiori violenze ai danni della madre. L’elemento cruento viene quindi inserito in questo ambito: è proprio il personaggio che si è conquistato le simpatie del pubblico a divenire un’assassina, in modo tale che la violenza reale sia subita dallo spettatore nel momento in cui si rende conto di aver simpatizzato con quello che in realtà è un mostro.
Infine, il genere: si è visto ora che McDonagh ricorre ad elementi propri del melodramma, come le rivelazioni improvvise e sorprendenti, per mostrare i lati nascosti dei personaggi. L’autore fa ampio uso di questo genere: elementi ad esso afferenti che compaiono in quest’opera teatrale sono, ad esempio, le lettere rivelatorie, i colpi di scena repentini e le partenze subitanee. Su questo substrato mélo, gli spettatori sono (ancora una volta) portati a nutrire delle aspettative che poi vengono disattese: la pièce nasce infatti come un dramma e diventa a tratti una commedia (per la presenza del comico) fino a concludersi come un horror.
Nonostante sia la prima opera teatrale messa in scena da McDonagh, La reginetta di Leenane presenta compiutamente le caratteristiche stilistiche dell’autore. La regia di Raphael Tobia Vogel riesce perfettamente a cogliere la poetica dell’autore e a valorizzarla: sia negli elementi prima indicati, come l’uso delle luci, la direzione degli attori e gli espedienti scenici, quanto tramite un uso particolarmente riuscito della scenografia. L’abitazione in cui viene ambientato il dramma si caratterizza per una parete di fondo costituita da logore assi di legno, le cui fessure delineano nella parte sinistra del palcoscenico una croce. Nello stesso lato troviamo una porta adornata da quadri religiosi (un dipinto raffigurante Gesù Cristo e una foto di Papa Giovanni Paolo II), mentre nel lato opposto è situata una vecchia cucina, adornata dalla foto di John Fitzgerald Kennedy e del fratello Robert, oltre che da vari prodotti culinari recanti marche popolari (ad esempio, i biscotti Tuc).
Dunque, la scenografia simboleggia in modo elegante e sintetico i due poli che costituiscono la cultura irlandese: ai due estremi dell’abitazione troviamo rappresentati la tradizione (la religione e la Chiesa) e la modernità (gli immigrati irlandesi che hanno avuto successo e i prodotti del consumismo), mentre nel mezzo si staglia la parete di legno, in cui sono presenti una finestra e una porta dietro le quali si intravede il meraviglioso paesaggio dell’”isola di smeraldo”. Le scelte registiche e scenografiche esibiscono magistralmente il fatto che McDonagh, nato a Londra ma figlio di genitori irlandesi, dà inizio con quest’opera a una trilogia ambientata nella terra dei suoi avi e caratterizzata da una profonda riflessione relativa alla propria cultura d’origine.
Riferimenti bibliografici
P. Lonegan, The Theatre and Films of Martin McDonagh, Bloomsbury Publishing, Londra 2012.
J. Naremore, On Kubrick, British Film Institute, Londra 2007.
R. R. Rankin, Martin McDonagh. A casebook, Routledge, Londra 2007.
The Beauty Queen of Leenane. Opera di: Martin McDonagh; regia: Raphael Tobia Vogel; traduzione: Marta Gilmore; scene: Angelo Linzalata; luci: Oscar Frosio; costumi: Simona Dondoni; musiche: Andrea Cotroneo; suono: Marco Introini; interpreti: Ivana Monti, Ambra Angiolini, Edoardo Rivoira, Stefano Annoni; anno 2025.