Tutto origina da uno spunto biografico: in occasione del funerale del disegnatore Sergio Staino, ateo convinto, il filosofo Sergio Givone resta sorpreso di fronte allo spettacolo di una pletora di atei altrettanto insospettabili che si premura, ognuno a modo suo ma tutti con «parole […] sincere» (Givone 2025, p. 10), di augurare “buon viaggio” all’amico scomparso.

Tale situazione, in realtà del tutto comune, gli permette di puntare il dito su una discrasia di fondo relativa alle alterne fortune quotidiane dell’idea di una vita dopo la morte. Segnala insomma come la prospettiva dell’aldilà sia sostanzialmente esclusa dalla società contemporanea – la quale, come constatava già Philippe Ariès (2024), la riduce al rango di “represso” e di tabù, spendibile soltanto sul piano dell’immaginario (Bertoni 2024) – ma continui al contempo a venire costantemente chiamata in causa in corrispondenza di eventi luttuosi, in qualità di orizzonte di senso implicito e naturale nel quale inscriverli.

A partire da questa sottolineatura incipitaria, che costituisce già uno dei suoi meriti più rilevanti, Givone, non nuovo al corpo a corpo diretto con grandi plessi diacronici del pensiero occidentale (si veda ad esempio la sua Storia del nulla), si confronta proprio con il tema dell’aldilà nel libro che inaugura la promettente collana saggistica “Anders” di Solferino.

Il percorso tracciato nel volume comincia, naturalmente, rifacendosi all’humus del pensiero greco, posto immediatamente in contrapposizione con quello di una modernità della quale Nietzsche viene eletto a portavoce. Con affascinante simmetria sembra delinearsi una contrapposizione di fondo tra la rotondità dell’essere parmenideo, sorta di totalità compiuta (Uno) all’interno della quale trova riscatto anche la natura effimera dell’uomo, e il nichilismo ottocentesco di un pensiero che all’essere sostituisce l’io, finendo col ritrovarsi smarrito e privato di ogni trascendenza. Tale binomio sembrerebbe inserirsi nella fortunata dinastia dei critici del mondo moderno che, da Guénon a Warburg, ne deplorano la decadenza; al contrario Givone si affretta a complicare il proprio ritratto nei due capitoli successivi, dedicati al tema dell’infinito, che costituiscono a nostro giudizio la parte più stimolante dell’intero testo. Attraverso il richiamo ad Anassimandro, l’apparente unità del pensiero greco e la turgida finitezza della religione olimpica vengono infatti screziati dal richiamo all’epoca arcaica dei riti misterici, impostati su una concezione esoterica in cui l’aldilà è centrale.

A partire da tale distinzione, Givone postula un’utile dicotomia tra infinito negativo e infinito positivo, che consente di porre ordine all’interno di una nozione dai contorni spesso indefiniti. La negatività dell’infinito anassimandreo sta nella sua assenza di attributi specifici che lo definiscano come sostanza in proprio, rendendolo difficoltoso da pensare e confinandolo ai margini della riflessione greca; d’altro canto, la declinazione positiva del concetto, propria della scienza moderna di derivazione aristotelica e più semplice da maneggiare intellettualmente, è a suo modo fautrice convinta di una trascendenza metafisica, dai contorni tangibili di cosa «che esiste realmente» (Givone 2025, p. 74). Slittando in tal modo verso la richiesta di un senso non figurato ma concreto, il pensiero moderno dell’aldilà si espone conseguentemente al rischio di una delusione – la sua domanda infatti, collocandosi sul piano del reale, prevede tanto la possibilità di una risposta affermativa quanto quella di una recisa confutazione.

A questa dissertazione seguono due capitoli digressivi, collegati soltanto tangenzialmente al tema principale: il primo si focalizza sulla concezione della natura in pensatori poco interessati all’aldilà quali Hobbes e Rousseau; il secondo prende spunto dalla metafora biblica della scala di Giacobbe, collegamento fra terra e cielo, per abbozzare una disamina sommaria della scala sociale che struttura invece la società attuale. Tale allontanamento dal fulcro centrale conferma, anche a livello argomentativo, l’ampia gamma di libertà prese da una scrittura che, dal punto di vista stilistico, si mostra da subito colloquiale e affabulatoria. In discontinuità rispetto a quanto lasciato intendere dal sottotitolo vagamente manualistico del libro, Givone si muove infatti per brevi campionature asistematiche, lontane dal rigore del lessico specialistico e improntate a una discorsività che spesso ingloba anche la soggettività stessa del saggista – la quale, oltre che dal carattere autobiografico dello spunto iniziale, affiora attraverso l’espressione di giudizi e preferenze.

Di fronte a un tema dalla connotazione tanto universale, è interessante soffermarsi anche sulle esclusioni eccellenti operate nella scelta del corpus. Prima fra tutte, quella del pensiero orientale: nonostante l’importanza della tradizione indiana della metempsicosi, l’orizzonte del saggio resta infatti dichiaratamente europeo. Tuttavia, anche il pensiero monoteistico cristiano, imperniato sulla dicotomia paradiso/inferno, occupa nel volume uno spazio decisamente minoritario rispetto a quanto sarebbe lecito attendersi: significativa in questo senso è la litote che dà il titolo al settimo e ultimo capitolo, «Paradiso, inferno e non solo», dove proprio quel «non solo» costituisce a ben vedere il vero oggetto di analisi.

Più spazio, infine, poteva senz’altro essere concesso al tema dell’anima individuale che, pur costituendo un nucleo centrale della riflessione sulla sopravvivenza ultraterrena, viene invece confinato proprio all’ultimo capitolo, il quale si sostanzia di una passeggiata intellettuale tra Socrate, Simone Weil e il mito di Er platonico. Tale scelta, con cui si esclude il problema saliente del principium individuationis che più direttamente rimanda all’urgenza di una domanda sull’auto-conservazione, è in ogni caso rappresentativa del punto di vista col quale Givone si accosta al tema dell’aldilà. Partendo da una prospettiva riconducibile alla storia delle idee, egli sembra considerarlo più come uno spazio fantasmatico aperto al pensiero, un concetto da situare all’interno di una geografia di discorsi plurali, che come una reale preoccupazione inerente alle possibilità di una propria sopravvivenza personale.

Solo la rapida menzione all’ottocentesco Libretto della vita dopo la morte di Gustav Theodor Fechner, infatti, rende conto di una prospettiva avvicinabile a quella che domina il fiorire contemporaneo di ricerche scientifiche sul tema, guidata dall’obiettivo di conciliare la più o meno ragionevole «speranza» sull’aldilà con le leggi stringenti della materia fisica. Tale intento è evidente nel filone che, tra dialoghi medianici e teorie ispirate alla meccanica quantistica, sembra attualmente il più promettente nel campo: quello che indaga le cosiddette esperienze di premorte (NDE), facente capo alla pionieristica attività di Raymond Moody e proseguito con assiduità da indagini più o meno divulgative (Facco 2010; Allix 2024).

Dal canto suo Givone, quando si espone più nettamente circa il problema dell’esser-ci, lo fa spendendosi per l’aldiquà più che per l’aldilà. La sua visione, in fondo molto umana e vitale, tende verso la dimensione etica del carpe diem, di una «adesione alla grazia di essere in vita» (Givone 2025, p. 133), piuttosto che verso quella conoscitiva, interessata a gettare realmente un ponte di collegamento con l’ineffabile. Il sapere primo del filosofo, in quest’ottica, è quello inerente alla limitatezza dei propri mezzi: è la saggezza kantiana di chi, di fronte all’ipotetico ottenimento di un’utopica certezza, riconosce di doversi limitare piuttosto al regime della «speranza». D’altronde, come l’autore ricorda a proposito di Pascal, la ragione umana non è che una lanterna nelle tenebre, incapace di rischiararle.

Riferimenti bibliografici
S. Allix, La morte non esiste. Un’inchiesta scientifica. Un viaggio spirituale. Le prove della vita oltre la vita, HarperCollins, Milano 2024.
P. Ariès, Storia della morte in Occidente, SE, Milano 2024.
F. Bertoni et al., a cura di, Afterworlds. Comunicazione e rappresentazione dell’aldilà, in “Echo”, n. 6 (2024).
E. Facco, Esperienze di premorte. Scienza e coscienza al confine tra fisica e metafisica, Altravista, Pavia 2010.

Sergio Givone, La ragionevole speranza. Come i filosofi hanno pensato l’aldilà, Solferino, Milano 2025.

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