È forse un dolore del ritorno. Nostalgia agrodolce e struggente. Ma un ritorno dove? Se il luogo non c’è più. Se non esiste un dove in cui ritornare. “Ce ne ricorderemo, di questo pianeta”, l’epitaffio che Leonardo Sciascia ha voluto sulla propria tomba. Sarà magari malinconia? Bile nera per un atto mancato. E che atto! In ritardo all’origine. Noi, animali neotenici. Nasciamo in anticipo rispetto all’autonomia necessaria. In ritardo rispetto all’autonomia richiesta. Stiamo nella persistenza della mancanza originaria. Tutta la vita. Che forse altro non è che la continua ricerca di elaborazione di quella mancanza. Diventiamo animali poietici. Rivestiamo la nostra mancanza di creazioni. Inventiamo mondi paralleli. Lanciamo parole in versi che si alzano fino al cielo. Quel ritardo originario non è stato l’unico. Oggi, volgendo lo sguardo all’indietro, lo possiamo dire. Per affrontarlo e nell’affrontarlo, di ritardi ne abbiamo causato un altro. Compensando troppo la mancanza. Scadendo nell’eccesso. Eterogenesi dei fini. È tardi per tornare. Appunto, il luogo, il paesaggio della nostra vita, è mortificato e rarefatto. Ne rimangono sparuti interstizi. È tardi, non solo per tornare, ma anche per riparare. La ferita narcisistica nel tentativo di deporre la presunzione di centralità, sanguina troppo. E dal posto dove siamo finiti si vedono solo macerie. O residui interstiziali. Terzi paesaggi. Siamo oltre. L’oltre dove conduce la lettura di un piccolo aureo libro, come quello di Laura Pugno, L’oltre. Poesia, Terzo paesaggio, Terza natura? (2025). 

Un viaggio ai margini del linguaggio. Dove le parole incontrano il loro limite. Per bordeggiare la nostra umana condizione attuale. Sfiorarla senza pretese esplicative. Capace di riconoscere lo stato delle cose. Erranti come siamo, nei paesaggi violati e nelle parole stanche. Ci muoviamo nella territà, come dice Matteo Meschiari. Ma di divenire terrestri, parte del tutto, non vogliamo saperne. Abitiamo luoghi in cui ci muoviamo. Nomadi come siamo. Il cervello motorio non solo ci fa muovere. È alla base del nostro conoscere. Traduce i luoghi in paesaggi. Tra mondo interno e mondo esterno. Tra l’interno e l’intorno, come Laura Pugno non si stanca di ammonire. Con la mediazione del principio di immaginazione. Ma di costruire una teoria e una prassi della vivibilità non se ne parla (cfr. Morelli, 2011). E non bastano le circonvoluzioni metaforiche alla Lingiardi. Tardive e evanescenti. Aria, acqua, suolo, lingua madre, questo è il paesaggio. Il paesaggio non è la bella veduta. La bellezza non è la cosmesi. Non siamo riusciti a far prevalere la ragion poetica. La bellezza è risonanza incarnata. Particolarmente riuscita. Tale da estendere il mondo interno perché senta l’intorno, in modi e per vie che senza quella risonanza non si verificherebbero. La poesia è corpo che interroga sé stesso. Che spinge oltre il consueto. Che inquieta. Che trasgredisce un ordine consunto.

Gli esami di realtà che Laura Pugno conduce, oltre che con questo libro, su Le parole e Le cose, e la poesia incarnata di Italo Testa, ne sono prova vivente. Perché? È crudo l’esame di realtà. Come l’acqua dalla roccia, goccia dopo goccia, scaturisce la poesia. Stare al presente può voler dire evitare la metafisica dell’oltre. Dell’oltre umano, cioè. Non saranno i ragni, né le piante, né i macachi, a salvarci. Tocca inesorabilmente a noi. A chi ha consunto la vivibilità per sé stesso. Strano bipede, neotenico con una grossa testa, invischiato in deliri di onnipotenza.Dalle crepe dell’esame di realtà scaturisce la poesia. Hai conosciuto il dolore? Come fai, se no, ad essere poeta? Solo noi possiamo andare oltre noi stessi. Nessuno sa se ce la faremo. Diversamente il post-umano e l’oltre umano sono già una rinuncia. Può esserci, certo, un’estetica dell’uscita. Ma finora ci ha sempre fatto difetto. Potenziale generativo del trauma? Stiamo a vedere. Intanto ascoltiamo lo sciabordio della nave delle muse. E Laura Pugno ci invita a un convivio per aiutarci a provare. 

Il paesaggio, in questo tentativo, ci precede. È corpo. È mondo. Può aiutarci a ri-mondeggiare. Come Zanzotto che l’ha considerato: “In questo progresso scorsoio/ non so se vengo ingoiato/ o se in ingoio” (Zanzotto 2009, p. 19). O, come sempre Zanzotto l’ha invocato, in Al mondo: “Mondo, sii, e buono;/ esisti buonamente,/ fa’ che, cerca di, tendi a, dimmi tutto, ed ecco che io ribaltavo o eludevo/ e ogni inclusione era fattiva/ non meno che ogni esclusione;/ su bravo esisti,/ non accartocciarti in te stesso in me stesso/ […] Fa’ di (ex-de-ob etc.)-sistere/ e oltre tutte le preposizioni, note e ignote,/ abbi qualche chance,/ fa’ buonamente un po’;/ il congegno abbia gioco. Su, bello, su./ Su münchhausen” (ivi, p. 147). 

La poesia invoca il mondo. Si rivolge a quel che ci precede. Perché ci includa e non ci escluda. Essendo noi gli artefici della nostra esclusione. Una richiesta di clemenza per rei confessi. Pochi, questi ultimi. Consegnati al delirio di onnipotenza prometeica, i molti. Mai i molti, del resto, hanno cambiato l’ordine delle cose. Le minoranze, ogni tanto ci sono riuscite, seppur subito sacrificate. La minoranza poetica può. Purché tenda all’oltre, non marcendo nel mare della rimozione e della dimenticanza. Brodskij indica una via: “Librati, impossèssati del cielo con le ali del silenzio/ oppure conquista, con il vascello dell’oblio, il vasto/ mare della dimenticanza.” 

Senza proiezione in avanti non c’è avvenire. Ci sarà senz’altro futuro. Ma la questione è se ci prevede. Nelle incertezze del presente ci sono infiltrazioni e faglie. Lì dove il tempo scorre diversamente c’è la possibilità di scartare di lato. Dell’accedere ad un’altra dimensione. Giordano Bruno avrebbe parlato di infiniti mondi. È a quel punto che vale la domanda che si pone Laura Pugno: «Può la poesia contemporanea considerarsi un laboratorio di quella sopravvivenza collaborativa in tempi precari…?» (2025, p. 37). E continua:

Può considerarsi un esempio di ciò che non può essere coltivato, o almeno non nei modi in cui tradizionalmente pensiamo al coltivare qualcosa, ma che nelle zone perturbate può spuntare, crescere – addirittura – prosperare? E – domanda ancora più interessante – in che modo si può coltivare (come si coltiverebbe qualcuno, non qualcosa) ciò che è selvatico senza che cessi di essere tale? (ivi, p. 71)

Non c’è risposta. Certo non lineare e tantomeno certa. Solo un vago cercare. A partire dal resto di niente. Felice espressione napoletana. Titolo di un libro-ritratto di quel mondo: Il resto di niente di Enzo Striano. Una semantica indecidibile, quindi da prendere in seria considerazione. Come tutti gli indecidibili. Quando non c’è più niente, resta qualcosa. Da quel grado zero si può andare oltre. Se andare oltre può farlo la capacità poetica, quella è solo delle umane e degli umani. «Fare mondi non è riservato agli umani» (ivi, p. 38).

Laura Pugno ricorda Isabelle Stengers nell’introduzione all’edizione francese del libro di Anna Lowenhaupt Tsing, Il fungo alla fine del mondo. Mondeggiare sarebbe di tutti i viventi. Ma è vero? Tele di ragno irrealizzabili da umani se ne vedono tante e meravigliose. C’è forse da qualche parte un nonno ragno che stia accompagnando un nipotino ragno, tenendolo per la zampetta, a visitare un museo di tele di ragno fatto dai ragni, narrandogli come gli antenati ragni facevano le tele secoli fa? Distinzione, certo non superiorità di sorta, degli umani è creare mondi paralleli, immaginare mondi inediti, inesistenti, almeno stando a quello che sappiamo. Non coincidiamo mai pienamente e del tutto con noi stessi. Siamo poietici e poetici. Da questa stessa distinzione di specie è nato l’inizio della fine. Può quel mito prometeico essere da noi trasformato in un mito mite? A farlo può essere l’umano e solo l’umano. Per sé e per gli altri viventi. Magari imparando anche dagli altri viventi. Non il ragno, né la lucertola, o il gabbiano, o le sequoie. A partire da quello che resta, dal resto di niente.

Se tutto accade ovunque, come dalla irrinunciabile soglia poetica di Italo Testa (2016), siamo noi nella condizione di saper cogliere il più che umano. Non per miracolo, ma per quel che l’evoluzione ci ha consegnato e consegna, il comportamento simbolico e il linguaggio verbale e scritto. La nostra capacità di narrarci. Saremo capaci di farne uso non distruttivo? “Siamo qui, è questo l’Oltre che ci si apre davanti, l’Oltrelontano di cui la poesia diventa esploratrice privilegiata”, scrive Laura Pugno (2025, p. 38). Se alla fine di questa guerra ci può essere ancora vita, rimane una domanda: saremo capaci di ricomporre un mondo vivibile insieme ai non umani? Verso la foce il fiume si scioglie nel mare in forme ormai indistinguibili (cfr. Agamben 2025). Divenire parte del tutto, pensando «la poesia nella sua infinita arcaicità ma anche ultracontemporaneità, come ciò che è rimasto, il residuo inconsumabile, preziosissimo, di un prima» (Pugno 2025, p. 40). Lo sguardo, alla fine, si rivolge a quel che ci precede. A quello che da sempre ci ha preceduto. E quel che ci precede è la relazione. Dalla relazione emergiamo. Nella relazione ci individuiamo. È quello il luogo di tutti i problemi e di tutte le possibilità. Siamo condividui e diventità (cfr. Gallese e Morelli, 2024).

La relazione assume i connotati del residuale essenziale e ineliminabile. Da quel residuale, forse, il possibile, nel tempo del fallimento del presente. Con l’ausilio di «tutto ciò che da fuori, ma anche da dentro, preme sul simbolico, prettamente umano, che lo riempie di pensiero vivente» (Pugno 2025, p. 45). Nel mondo in cui tutto, compresi noi stessi, è relazione, un filo rosso di questo perturbante libro di Laura Pugno – perturbante nel senso del duende di Garcia Lorca – è portare la poesia oltre la parola, dove forse era ed è sempre stata. L’arte e la poesia come forme di pensiero configurano la possibilità di un’estetica radicale, un’estetica delle relazioni, come possibilità, come progetto, come invenzione. Le assonanze virtuose sono a volte, anch’esse perturbanti.

Per una pista neuroscientifica, Vittorio Gallese è recentemente giunto a teorizzare la prospettiva di un’estetica radicale per cogliere qualcosa di possibile nell’era digitale, per gli umani (cfr. Gallese 2026). Ciò che nello spazio bianco della poesia si annida di imprevedibile può condurre al vuoto generativo che esteticamente connetta, ancora una volta e forse per la prima volta in modo inedito, l’originario all’originale nascente. «Rotolando dal centro», «verso il margine, verso la X», per scoprire che il margine è tale solo se guardato dal centro, un centro sempre presunto, secondo la suggestiva e potente immagine di Italo Testa (2023, p. 14). Abitando l’ambiguità, accogliendone le potenzialità e i rischi: «Far fronte al nuovo», scrive Testa riferendosi alle piante infestanti, «contribuire alla proliferazione della vita. La loro ambivalenza è anche la nostra, e investe la poesia stessa. La ginestra, crescendo su terreni bruciati, pendici vulcaniche, con il suo spirito indomito, le sue forme di solidarietà vegetale, è essa stessa una vagabonda, piuttosto infestante» (ivi, p. 19). Nel tempo in cui si sposta e ridisegna l’equilibrio tra i vari aspetti del vivente emerge, secondo Italo Testa, la rilevanza della Terza natura: «Perché ogni spazio aperto sotto il cielo è paesaggio», scrive Laura Pugno, «e il giardino dovrebbe servire a fare utopia del mondo, attraverso non solo la ragione e l’uso, ma il sentimento e il sogno» (Pugno 2025, p. 161). 

Il riferimento alla poesia riguarda contemporaneamente la capacità poietica, distintiva degli umani, una capacità embodied che sottende all’estetica delle relazioni, e allo stesso tempo una capacità di comporre e ricomporre i repertori del mondo in modi almeno in parte originali. Avvalendosi di alcune categorie mutuate da Timothy Morton, Laura Pugno riconosce la poesia, come un “iperoggetto”. Un’entità distribuita, diffusamente, nel tempo e nello spazio. Si configura, quasi paradossalmente, la prima possibilità per gli umani. Quella di stringere alleanze tra umani e non umani. In questa prospettiva il paesaggio diventa lo spazio della nostra e dell’altrui vita, lo spazio della vivibilità possibile. Lo sguardo poetico sul paesaggio come spazio della nostra vita è il modo per tornare a casa. Finalmente come ospiti. E agli ospiti, si sa, è chiesta la cortesia di domandare. La poesia, come “residuo inconsumabile”, come la chiama efficacemente Laura Pugno, può essere la via per andare oltre le asimmetrie e le dicotomie ideate in pieno Neolitico: tra umano e animale, tra umano e natura, tra coltivato e selvatico, o selvaggio. Cade allora la distinzione ontologica tra rocce e individui, umano e non umano, tra gli ultimi della catena dell’essere e i primiTutto accade ovunque, per tornare ai versi di Italo Testa. Gli entanglements non sono semplici intrecci di due o più stati, ma una messa in discussione della stessa dualità e in ultima istanza della stessa unicità. Sono relazioni di responsabilità irriducibili. “La luce si lega alla luce,/ di nuovo, o ancora-adesso,/ o ora-qui…” come nella poesia di Laura Pugno (2020). “Per me, se c’è un trascendente è nell’immanente, se c’è un altro mondo è in questo mondo”, sosterrà in un’intervista, riportata in parte nel libro, l’autrice (ivi, p. 84). 

Nella nostra contingenza esistenziale siamo il corpo di altri nei nostri corpi e ognuno è un groviglio di relazioni che solo oggi cominciano ad affiorare, nella loro costante ambiguità che mette in discussione il concetto di confine, accreditando sempre più il valore del margine, di quello spazio intercorporeo e intersoggettivo dove tutto comincia e a cui tutto si riconduce. Convocati nel punto dove tutti gli elementi convergono, è possibile riconoscere il vuoto come il grembo della nostra capacità poetica. Da quel punto abbiamo la possibilità di pensare altrimenti da come abbiamo sempre pensato. Possiamo finalmente riconoscere che il pensiero e la comunicazione semiotica non sono più ciò che divide gli uomini tra di loro né quello che divide l’umano dal non umano, ma ciò che rende inseparabili e indistinguibili tutti i viventi, come scrive Emanuele Coccia nella prefazione al libro di Eduardo Kohn, Come pensano le foreste (2022). 

Emerge, a tutti gli effetti, un concetto di mente estesa, sempre più accreditato, anche in base alle recenti scoperte neuroscientifiche. Secondo Kohn «i segni non provengono dalla mente. Piuttosto, accade il contrario. Quello che chiamiamo mente, o sé, è un prodotto della semiosi» (2022, p. 117). Per Kohn «la vita è semiotica e la semiosi è viva, ha senso trattare sia le vite che i pensieri come “pensieri viventi”» (ivi, p. 121). La poesia, in base alla stringente analisi di Laura Pugno, unita alla bellezza del suo procedere, in questo felice libro, si fa politica. Come ha scritto Matteo Meschiari, «il politico e il poetico, per tramite dell’umano, sono un nastro di Möbius» (Pugno 2025, p. 135). 

La poesia in prosa di Laura Pugno indica, in fondo, la prospettiva: «Tutto riavviene, il respiro che è stato già respirato, aria creata dalle piante, elettricità che ha già attraversato altri corpi. Siamo in quanto siamo stati, ci dissolviamo in altro/altri. Non c’è nulla di mistico e, allo stesso tempo, è metafisica: il non ancora immaginato, il non ancora pensato, immanente in quello che è. Nel tu che sei» (ivi, p. 125). 

Riferimenti bibliografici
G. Agamben, Verso la foce, Einaudi, Torino 2025.
V. Gallese, Il Sé digitale, Raffaello Cortina editore, Milano 2026.
V. Gallese, U. Morelli, Cosa significa essere umani? Corpo, cervello e relazione per vivere nel presente, Raffaello Cortina editore, Milano 2024.
A. Lowenhaupt Tsing, Il fungo alla fine del mondo, Keller, Rovereto 2021.
E. Kohn, Come pensano le foreste. Per un’antropologia oltre l’umano, Nottetempo, Milano 2022.
U. Morelli, Mente e paesaggio. Una teoria della vivibilità, Bollati Boringhieri, Torino 2011.
L. Pugno, Noi, a cura di S. Gatto, M. Lotter, G. Turra, Amos Edizioni, Venezia 2020.
Id., L’oltre. Poesia, Terzo paesaggio, Terza natura?, Il Saggiatore, Milano 2025.  
I. Testa, Tutto accade ovunque, Nino Aragno Editore, Torino 2016.
Id., Autorizzare la speranza. Giustizia poetica e futuro radicale, Interlinea, Novara 2023.
A. Zanzotto, In questo progresso scorsoio, Garzanti, Milano 2009.

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