L’opera che rappresenta il vertice di tutta l’arte musicale di Shostakovich. Come, e forse più, della Quarta sinfonia di due anni successiva. Prima che la censura di Stalin lo obbligasse a sottostare ai principi del realismo socialista a partire dalla Quinta sinfonia del 1937 e prima dell’incredibile, e vergognosa, abiura di Stravinskij voluta e imposta dal regime, accusato da Shostakovich di formalismo e americanismo in un famoso intervento a New York nel 1949. Un intervento in cui il grande compositore russo usava contro il collega e maestro la stessa accusa che Una Lady Macbeth del Distretto di Mcensk aveva dovuto subire, probabilmente per mano di Stalin stesso, nel celeberrimo articolo su La Pravda del 1936 intitolato «Il caos anziché la musica», che condannò l’opera all’oblio e “obbligò” il compositore a modificare interamente il suo stile pena la morte o l’esilio. Dopodiché, l’arte di Shostakovich raggiunse certamente esiti straordinari e notissimi (la Settima sinfonia, il Concerto per violoncello, ecc.) ma è nell’arco dei pochi anni che passano tra il 1923 e il 1936 che il suo genio prese la forma più libera, non condizionata dai dettami di un’ideologia a cui aveva deciso comunque di sottostare per non fare la fine di Meyerhold, Majakovskij e tanti altri.

Una Lady Macbeth del Distretto di Mcensk è un vertice della musica del Novecento in cui l’estetica dell’opera russa trova la sua forma più compiuta, in cui lo stile personalissimo di Shostakovich è innervato dalle strutture tipiche delle avanguardie (da Stravinskij a Prokof’ev), dalla grande eredità etnomusicale mediata dall’estetica di Musorgskij, e in cui le prime sonorità post-classiche (il jazz) cominciano a risuonare in una forma inconfondibile. Solo il Prokof’ev della maturità (L’amore delle tre melarance, L’angelo di fuoco), e lo Stravinsky neoclassico del The Rake’s Progress del 1951 possono rivaleggiare quale opus magnum dell’opera russa del ventesimo secolo.   

La produzione di questo capolavoro che ha aperto la stagione 2025/26 del Teatro alla Scala è stata certamente all’altezza di quello che è, e deve continuare a essere, l’evento musicale più importante della stagione italiana. Anzi, probabilmente si tratta di una delle rese musicali più significative che ne siano mai state date dopo quella storica del 1979 diretta da Mstislav Rostropovič con la moglie Galina Višnevskaja nel ruolo della protagonista Katerina. Chailly, che da sempre nel repertorio novecentesco esprime la sua sensibilità migliore, dirige con un controllo incredibile della partitura, facendo emergere gli echi mahleriani nella composizione orchestrale, le sospensioni tardo-romantiche (si pensi al finale del terzo Atto) o ancora il folklore stravinskijano fino a un drammatismo di stampo verdiano (come nel sublime coro che chiude l’opera). Sara Jakubiak è una Katerina straripante, che affronta uno dei ruoli da soprano drammatico più difficili dell’intero repertorio operistico con una disinvoltura scenica e vocale impressionanti. Un impasto vocale a metà tra il post-romanticismo di Strauss e l’atematismo di Schönberg (si ascoltino a questo proposito le sue incisioni di Arabella e Erwartung) in grado di riconsegnare l’ibrida ambiguità della parte, musicale e drammatica, in modo esemplare.   

Ma a sorprendere è la regia del giovane Vasily Barkhatov, che si prepara a mettere in scena il Ring a Bayreuth nel 2028. Una regia cinematografica che utilizza gli stacchi di montaggio della scena attraverso la costruzione di quadri mobili come fossero tante inquadrature, e la geniale intuizione di collocare tutta l’azione in una serie di flashback a partire da immaginari interrogatori di polizia ai protagonisti di questa tragedia satirica della borghesia zarista. Shostakovich incontra Netflix in un cortocircuito che fa emergere tutta la potenza di un’arte transmediale, che ha dato corpo alla rivoluzione attraverso un grande sovvertimento semantico dei linguaggi (come Ėjzenštejn e Mejerchol’d), prima di essere sommerso dall’onda della censura staliniana che ne ha compromesso irrimediabilmente l’estetica.

Colpisce la scelta della Scala di puntare per due volte negli ultimi anni su un’opera russa per aprire la stagione. Se la coincidenza della scelta del Boris Godunov nel 2022 con lo scoppio della guerra ucraina era casuale, questa di Una Lady Macbeth del Distretto di Mcensk è chiaramente una volontà politica (di cui non ci si può che felicitare visti i propositi oscurantisti che hanno colpito alcuni capisaldi della tradizione russa negli ultimi anni), che va al di là della celebrazione del cinquantesimo anniversario dalla morte di Shostakovich.  

No comment, in ultimo, sulla qualità della diretta Rai e sulla competenza dei suoi presentatori.            

Una Lady Macbeth del Distretto di Mcensk. Musica: Dmitrij Šostakovic; direzione: Riccardo Chailly; regia: Vasily Barkhatov; scene: Zinovy Margolin; interpreti: Alexander Roslavets, Yevgeny Akimov, Sara Jakubiak, Najmiddin Mavlyanov; durata: 210′; anno: 2025.

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