Luce luce lontana, che si accende e si spegne,
quale sarà la mano che illumina le stelle?
Fabrizio De Andrè
La luce non vede è l’evocativo titolo della bipersonale che Vittoria Gerardi e aurèce vettier (progetto artistico e poetico ideato nel 2019 da Paul Mouginot) hanno allestito all’Hotel Mediterraneo di Jesolo. L’esposizione curata da Darma – la piattaforma che, dal 2018, sostiene e promuove gli artisti emergenti e l’arte contemporanea – apre innanzitutto una finestra sul luogo che la ospita; l’Hotel, infatti, seppur attivo dal 1957, si appresta ora ad iniziare una collaborazione che abbia come primo obiettivo quello di celebrare l’incontro e la fusione tra spazio artistico e spazio naturale, in un luogo in cui in un luogo l’ambiente circostante si impone sull’opera umana in modo assolutamente non trascurabile. È proprio l’idea dell’unione tra elementi e spazi a muovere la bipersonale che si espande tra spazi interni ed aree verdi in una danza di forme umane e naturali.
Vittoria Gerardi al Mediterraneo mette in mostra 9 opere tratte dal progetto Latenza, 9 piatti in vetro fuso, e 6 sculture in bronzo di cui una in grande formato, mentre aurèce vettier espone 16 dipinti da Il lavoro dei sogni, un arazzo e 4 sculture in bronzo raffiguranti forme vegetali e generate dall’intelligenza artificiale. La bipersonale, infine, presenta anche due pubblicazioni di Gerardi: Latenza (edizione M Editions, con una tiratura in ed. speciale da 9 copie) e Lexicòn (Paris Delos, ed. speciale da 12 copie).
Il lavoro di aurèce vettier – nuovo al paesaggio che lo ospita – si inserisce perfettamente nella fitta pineta di Jesolo, mescolando incredibilmente la forza della natura alla potenza dirompente delle nuove tecnologie. La sua parte della mostra racconta forme naturali irreali, eppure perfettamente riconoscibili all’occhio dello spettatore perché generate da strumenti di umana invenzione: infatti, sono algoritmi e processi matematici a dare vita a piante e paesaggi impossibili. La serie Il lavoro dei sogni, in particolare, cerca di dare forma all’impossibile (per ora) dialogo tra sogno e intelligenza artificiale, ottenendo come risultato una rappresentazione in bilico tra il sentimeto dell’irreale e la straordinaria vicinanza del ricordo. Come l’uomo fa da termine medio tra la costruzione e la natura, integrando la prima nella seconda e facendo del paesaggio una parte fondamentale dello spazio che occupa, anche il progetto di aurèce vettier si basa fondamentalmente sul concetto di mediazione. Le opere esposte a Jesolo, infatti, sono fondamentalmente il frutto di un lavoro che incrocia edificazioni astratte e media fisici, come la pittura, la scultura o il tessuto che compone l’arazzo ospitato dall’Hotel Mediterraneo.
È il lavoro di Gerardi che, tuttavia, emerge per originalità e profondità da questa luce che pare non possa vedere. Innanzitutto, per la perfetta armonia tra il progetto Latenza e la pineta di Jesolo, con le sue continue trasformazioni. Come tutte le idee originali, l’intuizione che vi si nasconde dietro può essere spiegata con un’immagine¸ in particolare, la Flagellazione di Cristo di Piero della Francesca (1450 circa) conservata alla Galleria Nazionale delle Marche ad Urbino. Seguendo il metodo Warburghiano, iconologico e non iconografico, proponiamo una lettura parallalela il cui scopo non è certamente quello di mettere a confronto lavori inconfrontabili, bensì quello di descrivere un’immagine parlando per immagini. Il dipinto urbinate è estremamente noto: sulla scena principale, a sinistra, Cristo, appoggiato ad una colonna, subisce la flagellazione all’interno di un edificio classicheggiante, mentre alla scena assistono un uomo di spalle con un turbante e un uomo assiso su un trono identificabile con Pilato. Ma se si osserva con attenzione, si nota che alle spalle del Cristo si ergono delle scale, anch’esse di un edificio classicheggiante, un elemento tutt’altro che secondario e che molto ha interessato la critica d’arte. Un’ipotesi è che quelle siano le scale del Palazzo del Laterano, forse l’edificio principale della cristianità romana – anche se infinitamente meno fortunato del colonnato di Piazza San Pietro –, uno dei simboli del potere romano e papale e della sua influenza terrena e politica.
La passione di Cristo è fuori dal tempo, ma Piero della Fracesca sembra avere le necessità di rappresentare anche il presente a lui contemporaneo, come nel tentativo di raffigurare, insieme, l’origine del cristianesimo e la Chiesa che ne è derivata. Ogni opera d’arte è essenzialmente un taglio; ogni scelta figurativa è, allo stesso tempo, anche l’esclusione di tutte le altre possibilità, di tutto quello che dalla scena viene escluso o omesso.
Al di là della scena rimane un mondo che è in potenza, che è latente, quel mondo esiste, ha forza, ma rimane escluso o, meglio, si manifesta nella sua esclusione, nel suo essere assente. In questo senso Latenza di Vittoria Gerardi è un’operazione molto simile a quella pierfrancescana, è cioè il tentativo di includere nella tela (o, per quel che riguarda Gerardi, nella foto) anche ciò che ne sarebbe naturalmente escluso. Allo stesso modo con cui la Flagellazione riusciva a dare immagine al passato e al presente nella loro relazione logica e temporale (l’evoluzione della storia del cristianesimo e della Chiesa), nelle scatole di Latenza Gerardi non racchiude solo il soggetto della fotografia, ma anche il suo mutamento. Le fotografie – che l’artista padovana riesce a rendere mutevoli attraverso una tecnica che omette parzialmente il fissaggio, per cui la carta continua ad assorbire luce subendo un processo di ossidazione che l’occhio umano percepisce come mutamento tonale – si modificano a seconda della posizione e dell’esposizione alla luce, riproducendo il movimento continuo della realtà e di chi la abita.
Il riassunto più completo e accurato dell’intuizione di Latenza sta, probabilmente, in un altro lavoro esposto nella bipersonale di Jesolo, ossia le sculture intrecciate in bronzo che l’artista chiama evocativamente Gliommeri, servendosi del gaddiano neologismo che cerca di evocare il reticolo fitto e inestricabile che caratterizza il rapporto dell’uomo con sé stesso e con ciò che lo circonda. La realtà è prima di tutto un groviglio, l’insieme disordinato eppure perfettamente armonico di visibile e invisibile, di processi nascosti e fioriture manifeste, di pensato e pensante. Dove finisca la realtà e dove inizi la sua narrazione è probabilmente impossibile da capire, la luce – questo sembra dirci Gerarci – non vede poi tanto meglio del buio.
La luce non vede, mostra di Vittoria Gerardi e aurèce vettier, a cura di Darmo, Hotel Mediterraneo, Jesolo, maggio – settembre 2025.