Oltre la negazione della violenza

di VITTORIO LUBRANO

La forza della nonviolenza. Un vincolo etico-politico di Judith Butler.

Non c’è facile accesso a un concetto-limite del pensiero politico – quello di violenza. Parola onnipresente che nomina insieme il bordo di non-pensiero, l’azione che consolida o rovescia le imposture e l’assalto di corpi ai corpi – intriso di lingua, cultura e giurisprudenza.

In La forza della non-violenza Judith Butler si addentra in questa selva incognita e cerca di superare le opposizioni sterili con cui la violenza e i suoi avversari sono stati finora pensati. Una fucina di idee che non si limita a ridefinire il concetto di “violenza” per sistemare una volta per tutte ciò su cui Benjamin e Muchembled, Sorel e Fanon hanno versato non poco inchiostro. Ma neanche si crogiola in una posa moralistica, per cui il ripudio della violenza fisica offre il fianco ad altre forme di violenza, più subdole e invisibili perché rafforzate da comuni pregiudizi o dall’imparzialità procedurale della giustizia di stato. Assuefatti alla crudeltà che sembra non appartenerci, ci riterremmo salvi, disinteressati agli eccessi del politico. La nonviolenza, di cui parla, è altro: così come rinuncia al trattino “-” con cui si posizionava reattivamente rispetto alla violenza, fa a meno anche di connotazioni abituali e si fa eccedenza a questo dualismo; terzo escluso che porta con sé differenze inaspettate.

La proposta di Butler ha un doppio fine: disarticolare le incrostazioni di senso, sedimentate, che monopolizzano il dibattito pubblico e, in parallelo, porre l’attenzione su un campo etico-politico meno esplorato. Innanzitutto rintraccia quei processi con cui la violenza politica elude le critiche per poi riuscire ad imporsi come orizzonte di senso necessario del politico – il lato oscuro ma inemendabile della Realpolitik.

Crollano per primi gli appelli all’autodifesa, feticcio del securitarismo che sospende il ripudio della violenza, per adoperare, a fin di bene e in via del tutto eccezionale, violenza contro violenza. Dallo stato di natura hobbesiano Butler riesce abilmente a rintracciare la precisa logica biopolitica sottesa a tali appelli: una logica identitaria fondata sulla rappresentazione fantasmatica del sé (l’individuo supposto indipendente perché indifferente a discriminazioni di genere, razza e specie) che si sforza di includere soltanto il sé prossimo e il sé simile, ricacciando nel cono d’ombra ogni vita indegna di lutto. Un’ottusità immunitaria a cui si affianca una politica demografica che classifica popolazioni come esistenze a perdere e la cui vita è segnata da un differenziale qualitativo, rilevato anzitempo da autori come Fanon e Foucault. L’autodifesa si rovescia in piano d’offesa contro certe popolazioni, forme di vita meno uguali di altre; in generale un attacco all’uguale interdipendenza del vivente.

Altra demistificazione riguarda la legge intesa spesso come antidoto alla violenza, questione su cui la Butler lettrice di Kafka indugia da tempo. L’intreccio tra violenza e legge è ben più articolato, specialmente laddove la legge avochi a sé una violenza legittima e adoperi l’accusa di “violenti” come strumento politico per contrastare chi protesta. Tramite una rilettura originale delle pagine di Benjamin dedicate al tema, Butler individua l’orizzonte di pre-comprensione di ogni violenza all’interno di un quadro linguistico. La violenza per essere identificata dalla legge che la condanna, deve essere sempre nominata. È dunque dipendente da una struttura linguistica in cui si cela, per mezzo di rimodulazioni e slittamenti niente affatto neutri, il carattere violento dell’istituzione legislativa. Capirlo può essere la salvezza. Senza decostruire gli schemi giustificativi della violenza di stato, rischieremmo infatti di perderci in una suscettibilità contro ogni protesta sopra le righe e assuefarci a forme di ingiustizia meno visibili, senza clamore.

Davanti alla legge (Kafka, 1915)

Se la violenza non è origine, né destino, è possibile una posizione etico-politica (la nonviolenza), refrattaria alle accuse di «inutile passività» con cui il pacifismo è stato etichettato, a metà tra privilegio ipocrita e defezione allo scontro. La nonviolenza è un ethos politicamente attivo che riconosce fino in fondo l’uguale interdipendenza dei viventi, volgendosi contro le disuguali dignità di lutto e a tutela delle condizioni che salvaguardino la vita. Si tratta dunque di rifiutare l’idea di una società “costruita” a partire da plurimi sé da preservare in cui è implicito lo sfondo necropolitico. Al contrario, occorre denunciare gli schemi dominanti con cui si assegna valore a certe vite, per impegnarsi attivamente in direzione di un egualitarismo che pensi ogni vita come degna di lutto, degna di esser pianta in quanto perdita. Senza ricorrere a giustificazioni strumentali della violenza, la nonviolenza è un agire che resta fedele a un’aggressività e a una forza che animano il corpo, ma articolata in modo da corroborare le relazioni di dipendenza da altri e assumere il rischio di una vulnerabilità da non “patologizzare” soggettivamente. Non più violenza, ma nonviolenza come forza, azione, aggressività.

E (forse) irrealtà. Il doppio confronto con la psicoanalisi offre lo spunto per riflettere su quest’ultimo attributo e giungere al cuore dell’operazione butleriana. Da Klein Butler recupera l’idea di identificazione fantasmatica nell’incontro con l’altro: un’alternativa all’autocontrollo liberale o a forme di autodifesa paranoica. Così le pagine di Amore, Odio e Riparazione (1937) sono rilette per dar vita a forme di soggettività che accettano la dipendenza dall’altro e all’altro si rivolgono. È l’ipotesi di un’etica apertamente relazionale che faccia degli atti che salvaguardano la vita altrui, un’occasione di riparazione e riscatto della propria. Un’ecologia degli affetti in cui «dipendo da coloro la cui definizione mi conferisce la forma. La mia gratitudine si mescola ovviamente con una comprensibile rabbia» (Butler 2020, p. 140).

Dai testi in cui Freud rielabora quel Super-Io a cui affiderà il compito di (auto-)controllare il potere (auto-)distruttivo delle pulsioni umane, prende invece forma una possibilità alternativa a quella di addomesticare la violenza torcendola in una istituzione di controllo. La Butler evidenzia molto bene il tratto catastrofico di questo compromesso, riuscendo però a individuare una risorsa inaspettata in un dettaglio minore – la mania. Situandosi al di là di ogni realtà percepibile e in risposta a una perdita insostenibile, la mania esercita una funzione critica, di “disidentificazione” radicale da sé e dal mondo. Così irreale, così inattuale, riesce ad aprire un altrove di realtà in cui il desiderio di vivere può prendere forme finora impensabili. Nonviolenza non è così sinonimo di vivere fuori dal mondo, ma lavorare al suo delirio, all’avvento del fuori-mondo.

La forza della nonviolenza aggiunge un tassello a quel bisogno di «politica affermativa» evocato negli ultimi anni da più parti. E lo fa sancendo senza equivoci l’insostenibilità di ogni politica che veda nell’individuo liberale, il criterio di misura e di fondazione del suo campo. L’opera di Butler fa così da cuneo che apre, oltre le polarizzazioni egemoni, un fronte di studio e di lotta preziosissimo, e ancora da approfondire. Resta da chiarire, ad esempio, se l’appello a una dignità di lutto che è antidoto alla messa a morte di vite migranti, oppresse e senza rifugio, sia altrettanto efficace nella tutela di forme di vita non-umane, come pure auspicato da Butler.

Alcuni interrogativi meriteranno nel prossimo futuro una risposta: rielaborare forme di  identificazione/disidentificazione verso forme di relazionalità bio-sensibile riesce a coinvolgere nella dignità di lutto tutte le vite? Detto altrimenti, questa politica radicale può aiutarci a rapportarci a quei viventi con cui l’impossibilità di identificazione è non il problema, ma la costante imprescindibile? Occorre vigilare affinché una politica che vuole essere inclusiva anche in questo senso, non sostituisca all’idea livellante di individuo, un livellamento di tipo nuovo – in cui l’ecosistema, la casa (in fiamme) o le strutture relazionali rinforzino un vincolo antropocentrico seppur non più individualistico. In questo senso, la forza della nonviolenza ha bisogno di ulteriori rinforzi. La partita è aperta.

Banksy (Betlemme 2017)

Riferimenti bibliografici 
R. Braidotti, Per una politica affermativa. Itinerari etici, Mimesis, Udine 2017.
R. Esposito, Le persone e le cose, Einaudi, Torino 2014.

J. Butler, La forza della nonviolenza. Un vincolo etico-politico, Nottetempo, Milano 2020.

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