Durante una battuta di caccia Bruno si perde in un bosco: non ha un cellulare e il suo senso dell’orientamento non è più in grado di ricondurlo sulla strada di casa. Sebbene presentato nel tentativo di uccidere un cervo, il protagonista del primo lungometraggio di Mattia Riccio non sembra avere una particolare caratterizzazione. La sua è piuttosto una pulsione verso l’azione distruttiva, mortifera ai danni della natura, che lo condanna al disorientamento. Alla perdita della lucidità psicologica adatta a trovare una via d’uscita nella situazione d’avvio del racconto.

All’opposto la natura che circonda l’uomo ha in sé un moto d’azione vitale, uno stimolo intrinseco che gli sottrae il tempo privandolo della possibilità di agire. Il cervo che tenta di uccidere ne è esempio: nonostante sia perfettamente nel mirino scappa via. Di conseguenza la temporalità narrativa, scandita dal montaggio per contestualizzare i movimenti del protagonista, viene meno. Mostrando le ore che separano Bruno dal tramonto, il film diventa rarefatto, perde di continuità e approccio realistico. Viene a instaurarsi un repentino sentimento d’angoscia che smaschera lo spazio in cui si svolge l’azione, attribuendogli una volontà specifica.

Nel motivo folk-orrorifico che Mattia Riccio tenta di rappresentare, la connessione tra uomo e natura si trasforma in una vendetta ancestrale. Spogliato della sua spavalderia, solitario e sperduto in uno spazio fuori dal quotidiano, l’uomo è in trappola. Gli elementi del film possono quindi essere associati al sottogenere dell’eco-horror, in cui la scoperta progressiva di una natura malvagia e vendicativa sotto un aspetto all’apparenza innocuo e luminoso, contribuisce ad evidenziare la doppiezza dell’essere umano. A creare tensione infatti non è la strana presenza femminile che abita nel bosco, personificazione stessa dell’ecosistema, quanto la messa in discussione dell’integrità morale del personaggio.

Bruno viene condannato sin dall’inizio per ciò che essenzialmente incarna: un cacciatore, un malvagio archetipo delle fiabe. La sua punizione trae origine dal sentimento di dipendenza contrastante che sente per l’ambiente: legato ad esso ma artefice incosciente della sua distruzione. Pensato come spazio liminare tra il mondo contemporaneo e la superstizione popolare, il bosco è infatti dotato di una potenza generatrice, materna, la cui progenie è l’elemento infestante della sceneggiatura. La creatura che lo abita, protagonista di una leggenda che si tramanda, è la causa principale del richiamo fiabesco presente nel film.

Tuttavia l’immagine della donna appare frammentata, restituita con dettagli minimi: i piedi scalzi con dei rampicanti, il palmo delle mani aperto con sprazzi di vegetazione. La sua esistenza è legata in modo viscerale alla natura violata, ma è anche simbolo di quel quotidiano a cui Bruno vorrebbe fare ritorno. Fuori dal linguaggio contemporaneo, la donna si manifesta all’uomo attraverso una melodia. Il suo canto mescolato ai rumori del bosco, proprio come una creatura del folklore popolare, lo conduce ad una casa nascosta in cui si ripara per la notte. L’interno caldo e accogliente, rappresentando il contraltare dell’esterno boschivo, è sintomo dell’elemento perturbante in cui ciò che è familiare diventa minaccioso e sconosciuto.

I frammenti figurativi della creatura trovano però il loro centro attorno alla testa, dove i lineamenti umani sono sostituiti dalla vegetazione che cresce sulla pelle e tra i capelli. Portatrice della dissoluzione psichica che ingabbia l’uomo, la sua vendetta pare concentrarsi principalmente verso gli occhi e la bocca. Percezioni conoscitive con cui Bruno si approccia alla natura: la prima per profanare, la seconda per assaggiare quanto raccolto. L’alterità umana tuttavia non viene colpita con violenza repentina, al contrario il ritmo lento del film viene ulteriormente disteso da incubi lucidi, da incontri improvvisi, da tentativi ripetuti di salvezza.

La discesa nella spirale psicotica del protagonista crea nel film un’ambientazione sconfinata, che però disperde il sentimento orrorifico della storia. Al contrario dell’utilizzo che se ne fa nel genere d’appartenenza, lo spazio diegetico è raccontato per estensione ma non sembra possedere un suo personale e concreto centro. La regia di Mattia Riccio filma il bosco attraverso vedute dall’alto, panoramiche e campi lunghi; a mancare è perlopiù una componente empatica, realistica, uno sguardo interno adatto ad accompagnare il percorso discendente nella pazzia di Bruno.

Contribuendo ad ampliare il filone contemporaneo del folk horror italiano, La figlia del bosco è una visione personale quanto autoriale. Non è difficile rintracciare nell’estetica finale dell’opera una narrazione molto simile a quella del cortometraggio. Questa ne diventa anzi la dimensione rappresentativa di partenza, il cuore della produzione: la possibilità concreta, per così dire, di partecipare attivamente al genere di riferimento con una nuova espressione visiva.

La figlia del bosco. Regia: Mattia Riccio; sceneggiatura: Mattia Riccio; interpreti: Davide Lo Coco, Giorgia Palmucci, Giulia Malavasi, Angela Potenzano; produzione: Vinians Production; distribuzione: Prime Video; origine: Italia; durata: 102’; anno: 2025.

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