Sono almeno due le monografie realizzate da Denis Brotto (questa In una coltre di nubi [2025] e la precedente Trame digitali [2012], entrambe edite da Marsilio) nelle quali troviamo una specifica citazione dal Teoria del film. Un’introduzione (2009) di Elsaesser e Hagener, una frase evidentemente cara allo studioso secondo la quale «il “cinema digitale” inaugura una nuova gerarchia e una nuova relazione di potere […]: cinema è d’ora innanzi un aggettivo o un attributo del digitale, anziché viceversa» (Elsaesser e Hagener, 2009, p.197).
Nonostante i quasi vent’anni che ci separano dalla pubblicazione di Film Theory: an Introduction through the Senses (questo il titolo originale), l’intuizione dei due teorici conserva del resto tutta la sua pertinenza nel modo in cui inquadra lo statuto del digitale nel contemporaneo, intendendolo come un paradigma socioculturale prima che estetico che nel cinema trova solo uno dei suoi possibili precipitati specifici, come altri ne individua nelle ulteriori forme del visivo che vanno dal seriale al pubblicitario, dal (post)fotografico al videoludico, dalla videoarte alla produzione scopica di carattere scientifico. In ciascuna di queste configurazioni il digitale reifica le proprie manifestazioni paradigmatiche, andando a costruire un’ontologia incentrata sui principi essenziali di convergenza, ibridazione, riscrittura. È da questo posizionamento – già esplorato e inquadrato in Trame digitali, un testo dal carattere più tassonomico rispetto a questo – che Brotto si confronta con il «presente delle immagini» e con il ruolo che nel contemporaneo detiene il panorama del visivo, nelle sue sempre più mutevoli condizioni di ideazione, produzione, distribuzione e fruizione scopica. Per farlo, l’autore intesse, capitolo dopo capitolo, un vero e proprio atlante geografico dell’immagine contemporanea, di cui rintraccia, organizza e pone a dialogo manifestazioni tratte da cinema contemporaneo, cultura visuale, video e performance art, secondo la convinzione che intraprendere un simile sforzo cartografico necessiti la messa in relazione di più forme di visione.
Volendo costruire un volume volto ad analizzare «quale sia il ruolo delle immagini nella nostra società e quale sia la capacità del visivo di osservare, interpretare e ripensare il reale» (Brotto, 2025, p. 13), Brotto non può che partire in termini sociali e culturali, mettendo al centro l’aporia ontologica propria di un’era di parossistica “iconic turn” (Boehm, 1994) nella quale la crescita ipertrofica di discorsi e di artefatti visuali che vengono oggi realizzati mina la qualità dei suddetti, e da lì la capacità dell’immagine stessa di intessere un rapporto denso con il mondo. Come necessario, Brotto s’interroga anzitutto se tale moltitudine sia ancora in grado – e in che termini, modalità, intensità e limiti – «di incidere, di rimanere nel tempo modificando, ampliando o potenziando il nostro immaginario» (Brotto, 2025, p. 10).
La coltre di nubi rappresenta quindi il correlativo oggettivo di questa condizione, la manifestazione tangibile – seppur retorica – di come le forme visive contemporanee si muovano verso una progressiva rarefazione del visibile. È per questo motivo che il testo favorisce l’esplorazione di immagini che tendono a superare i connotati della rappresentazione realistica a favore di un dissolvimento della figura, di una messa in discussione della forma, attraverso la generazione di visioni che siano evocative piuttosto che descrittive. Cumuli e cumulonembi, cirri e altostrati, e ancora foschie, vapori, brume si fanno così «specchio del presente» (ivi, p.9), di immagini instabili e sfuggenti, iconografie cariche di tensioni percettive per come manifestano la fragilità odierna dei nostri rapporti con il reale, l’identità, il dato fattuale. È il contemporaneo, bellezza, con la sua frenesia opaca, che prende forma pagina dopo pagina sotto gli occhi del lettore, in tutta la sua evanescenza.
Nelle ultime righe della sua introduzione, Brotto sottolinea come tale processo assorba «mutazioni di natura sociale, cambiamenti nel rapporto tra essere umano e ambiente, interrogativi rivolti a concetti sempre più sfumati e incerti, quali di identità corpo, spazio, religione, rifugio» (ivi, p. 16). È per questo motivo che l’offuscamento caratterizzante il rapporto tra immagine e contemporaneo viene affrontato nel libro attraverso gangli semantici piuttosto che estetici o tecnologici. I dodici capitoli che compongono il testo muovono quindi per coordinate concettuali il cui precipitato, come quello generatosi nelle nubi, ha effetti costanti e generali sul nostro quotidiano: ci si muove così dal rapporto con il realismo a quello con il corpo, dalla rappresentazione dello spazio urbano a quella del più generale Antropocene; a seguire frammentazione identitaria e memoria, affermazione della reliquia e persistenza della forma (forse i capitoli più originali e appassionanti); infine l’immagine e il racconto di sé intesi come elemento attrazionale nei confronti del contemporaneo, esperito tramite condizioni di trasparenza, instabilità e/o oscurità.
Ne risulta un atlante cartografico atto a scoprire terre nuove e rinverdire di senso quelle già note, attraverso un movimento progressivo che più di tutto desidera fornire strumenti di riflessione, gestione, messa in discussione di un impianto visuale alle prese con una «visione senza limiti [che si scopre] all’improvviso in preda a un principio di omologazione, senza più finalità, […] verso un processo di progressiva, sublime e al contempo disincantata rarefazione del visivo» (ivi, p. 18). Del resto, conclude efficacemente il testo, la conoscenza di questo contemporaneo, «delle sue incertezze, della sua indeterminatezza passa attraverso la comprensione delle immagini che maggiormente sanno restituire il grado di complessità e irresolutezza che segna il nostro tempo» (ivi, p. 261). Grazie a una scrittura attenta alle necessità del lettore, ricca di riferimenti e possibili percorsi a raggiera – puntelli di una disamina intellettuale capace di porre a dialogo opere e sguardi eterogenei per contesto, tecnica, intenti – In una coltre di nubi è certamente un modo stimolante e niente affatto scontato di affrontare questo processo conoscitivo.
Riferimenti bibliografici
D. Brotto, Trame Digitali: cinema e nuove tecnologie, Marsilio, Venezia 2012.
T. Elsaesser, M. Hagener, Teoria del film. Un’introduzione, Einaudi, Torino 2009.
Denis Brotto, In una coltre di nubi, Marsilio, Venezia 2025.