Un formicaio umano. È forse questa la fotografia più celebre e al contempo emblematica di Sebastião Salgado (1944-2025). Ed è proprio da questa immagine che prende avvio il racconto dedicatogli dal regista e fotografo Wim Wenders, insieme al figlio Juliano Ribeiro Salgado, nel documentario Il sale della terra (2014). Come se il linguaggio cinematografico – attraverso l’intensa melodia, la voice over che enfatizza l’etimologica della “scrittura con la luce”, il lento zoom out e la dissolvenza dal nero che simula il processo di apparizione dell’immagine nella camera oscura – volesse aggiungere qualcosa a uno scatto che è già complesso e stratificato. 

Quel formicaio umano è la miniera di oro della Serra Pelada, in Brasile, fotografata da Salgado nel 1986; un campo lungo in cui il brulichio di corpi e il mormorio di voci sono congelati e silenziati nell’istante in cui il fotografo si affaccia dal buco per osservare una scena che gli fa rivivere l’intera «storia dell’umanità». L’immagine è emblematica perché se a un primo sguardo sembra mostrare un popolo in schiavitù, costretto a lavorare in condizioni sudicie e senza adeguate attrezzature, in realtà ritrae l’avidità di migliaia di uomini che si sono accalcati in uno spazio angusto e che, spinti dalla bramosia dell’oro, scavano la terra con le proprie mani. L’immagine del formicaio non è soltanto il risultato di un’osservazione di carattere quasi antropologico, ma anche la testimonianza visiva di un paesaggio che è stato profondamente alterato.

La chiave di lettura del percorso fotografico di Sebastião Salgado risiede nel legame tra umanità e pianeta: «Gli interessava davvero degli esseri umani. Dopo tutto gli esseri umani sono il sale della terra», afferma Wenders nel documentario. La stessa terra evocata dal titolo del volume Dalla mia Terra alla Terra (Contrasto, 2014) all’interno del quale Salgado ripercorre, tra ricordi e riflessioni, le principali tappe della sua vita e della sua carriera:  

Alcuni mi considerano un fotogiornalista. Non è vero. Altri, invece, un militante. Nemmeno questo è vero. La sola cosa vera è che la fotografia è la mia vita. Tutte le mie foto corrispondono a momenti che ho vissuto intensamente. Queste immagini esistono perché la vita, la mia vita mi ha condotto a farle. Perché c’è una rabbia in me che mi ha portato in un determinato posto. A volte a guidarmi è stata un’ideologia, a volte semplicemente la curiosità oppure la voglia di trovarmi là. La mia fotografia non è affatto obiettiva, è profondamente soggettiva. Come tutti i fotografi, scatto immagini in funzione di me stesso, di quello che mi passa per la testa, di ciò che sto vivendo e pensando. E me ne assumo la responsabilità (Salgado 2014, p. 50).

Con queste parole il fotografo brasiliano prende le distanze dall’etichetta del fotogiornalismo, precisando che la collaborazione con riviste e giornali non ha mai avuto come scopo ultimo la semplice pubblicazione delle proprie immagini. Tuttavia, sia i numerosi riconoscimenti ricevuti (tra cui Eugene Smith Award for Humanitarian Photography, 1982, e Erich Salomon Prize, 1988, entrambi intitolati a due figure chiave del genere fotografico), sia l’appartenenza a importanti agenzie di fotografi (Sygma Agency dal 1973 al 1975, Gamma Agency dal 1975 al 1979, Magnum Photo dal 1979 al 1994), collocano Salgado all’interno di una tradizione fortemente legata alla narrazione per immagini tipica del fotogiornalismo. È lo stesso fotografo a esplicitare la comparazione tra la fotografia e la narrazione: se lo scrittore racconta qualcosa con la penna, il fotografo lo fa attraverso la macchina fotografica (ibidem).

D’altra parte, quella rabbia che lo spinge verso specifici luoghi evidenzia una seconda direzione della sua opera, probabilmente la cornice più pertinente: la fotografia sociale. Lavoratori, rifugiati, profughi, migranti, vittime di guerre, disastri ambientali, ingiustizie sociali, sofferenze: è ciò che egli racconta con scopo di denuncia, testimonianza, conoscenza, coscienza. Quella rabbia trova le sue radici nel Brasile degli anni cinquanta e sessanta. Salgado cresce in una nazione geograficamente estesa, segnata da disuguaglianze sociali, povertà e migrazioni generate dal processo di transizione da un sistema sociale rurale autosufficiente a uno industriale che spopola le campagne. In aggiunta, la costituzione di un regime governativo militare e dittatoriale, che viola i diritti umani, alimenta proteste a cui il fotografo partecipa attivamente e in seguito alle quali decide di emigrare a sua volta in Europa per evitare la tortura e la prigione (ibidem). 

Se l’America Latina è il luogo in cui Salgado forma la propria visione del mondo, l’Europa è invece il luogo in cui decide di applicare tale visione alla fotografia. Dopo la laurea in economia, ottiene a Londra degli incarichi presso l’Organizzazione Internazionale per il Caffè occupandosi di progetti sullo sviluppo economico dell’Africa: un continente che visiterà più volte e che diventerà il soggetto del suo primo reportage. Nel 1973 abbandona definitivamente il mestiere di economista per intraprendere quello di fotografo freelance: da quel momento la macchina fotografica diventa strumento di indagine e osservazione delle dinamiche sociali, economiche e ambientali della Terra.

Il paragone con i fotografi sociali è inevitabile. In particolare, con i pionieri del genere Jacob Riis e Lewis Hine, che hanno dato avvio a un modo di fare fotografia impegnata capace di intrecciare lo sguardo sociologico a un intento riformista. Entrambi hanno lavorato da insider, sviluppando lunghi percorsi di documentazione fondati sull’osservazione diretta e orientati alla denuncia, alla sensibilizzazione e alla provocazione di una reazione umanitaria (scopi raggiunti grazie alla scelta di veicolare le immagini attraverso libri e mezzi di stampa).

Salgado si inserisce in questa tradizione e non è forse un caso che il titolo del suo primo libro fotografico, Other Americas (pubblicato nel 1986 dall’editore francese Contrejour), ricordi il primo volume di Riis, How the Other Half Lives (1890), sottolineando una continuità ideale nella missione sociale della fotografia. Tuttavia, Salgado si muove in un contesto globalizzato che lo spinge oltre i confini della propria città, della propria nazione. Se con il fotogiornalismo egli condivide criteri narrativi (come l’uso della serie in quanto sequenza di immagini o l’approccio immersivo di W. Eugene Smith che consiste nel trascorrere molto tempo con i soggetti fotografati, integrarsi nel contesto, rendersi invisibile) e criteri espressivi (tra cui la scelta costante del bianco e nero considerato come forma di astrazione capace di restituire uno sguardo soggettivo e al contempo di evocare un effetto sublime alla maniera di Ansel Adams), dalla pratica sociale riprende invece la documentazione pluriennale, spesso su commissione (UNICEF, ONU, Organizzazione Mondiale per la Sanità, Medici Senza Frontiere e Amnesty International), e lo scopo specificatamente umanitario. Ai temi tradizionali di Riis e Hine, però, Salgado aggiunge quelli più contemporanei dell’Antropocene e dell’ecologia. 

Come spesso accade nei dibattiti successivi alla scomparsa dei grandi autori della fotografia, anche nel caso di Salgado si creerà una frattura tra ammiratori e critici. Al di là delle opinioni, è importante riconoscere il suo contributo nell’aver rinnovato i tratti più classici della fotografia sociale per adattarli alle urgenze e alle emergenze della contemporaneità. In un’epoca in cui, a partire dalla seconda metà del Novecento, la fotografia ha dovuto fare i conti con la concorrenza di nuovi mezzi informativi come la televisione e il web, Salgado è riuscito a mantenere viva la sua efficacia documentaria e comunicativa. La raffinata costruzione narrativa, la cura per l’espressività delle immagini e la capacità di coniugare l’estetica con l’informazione, l’impegno e la politica (Caujolle 2004), sono stati i fattori cruciali del suo successo e saranno, sempre, gli elementi distintivi della sua eredità nella storia della fotografia. 

Riferimenti bibliografici
C. Caujolle, Alla luce della Storia, introduzione a S. Salgado, Sebastiao Salgado, tr. it., Contrasto, Roma 2004.
M. Christolhomme, La fotografia sociale, Contrasto, Roma 2010.
S. Salgado, Dalla mia Terra alla Terra, Contrasto, Roma 2014.

Sebastião Salgado, Aimorés, 8 febbraio 1944 – Parigi, 23 maggio 2025.

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