Robert Duvall è morto lo scorso 15 febbraio, all’età di 95 anni. In un periodo nel quale ci confrontiamo con la scomparsa di molti protagonisti della Hollywood Renaissance, anche questa perdita ci impone di ripensare al contributo di un personaggio che era già parte della storia del cinema. La sua presenza discreta benché non marginale sembra caricarsi oggi, dopo la sua scomparsa, di un rilievo anche maggiore: prenderò dunque le mosse, per ricordarlo, da questo valore rafforzato dal peso dell’assenza.

Quando uscì in sala, Il padrino – Parte III (1990) fu considerato da molti come un episodio minore, che pure avrebbe poi guadagnato una reputazione critica e accademica. Chi scrive è tra coloro che oggi apprezzano questo terzo capitolo, necessariamente sui generis; ed è anche tra coloro, Coppola incluso, che vedono nell’assenza del consigliere Tom Hagen il fattore che più di altri assegna alla Parte III l’aura di un epilogo decadente: non tanto sul piano oggettivo degli eventi, quanto su quello “atmosferico” che riguarda la qualità delle relazioni familiari. 

Per ragioni contrattuali, Duvall non aveva accettato di interpretare per la terza volta quel personaggio; si scelse allora di far morire il consigliere e di sostituirlo con un impersonale avvocato professionista. Ecco: quell’assenza aveva reso più chiaro il contributo di Hagen nei primi due episodi della trilogia, la sua funzione stabilizzante e coesiva, e insieme il valore del lavoro dell’attore che lo aveva interpretato. Grazie a quel personaggio Duvall aveva raggiunto la celebrità. Ne Il Padrino (1971) Hagen è un mediatore autorevole, razionale e contenuto sul piano emotivo. Duvall lo interpreta lavorando su fattori micro-comportamentali come sguardi, pause, posture, o gesti; e anche il radicamento della sua interpretazione nell’azione concreta – l’uso di spazi e oggetti, ad esempio, che gli consentono di gestire azioni e pause – contribuisce alla credibilità e solidità del personaggio

Quell’interpretazione ha poi un peso che emerge soprattutto nella relazione con altri (spesso più esuberanti di lui), e anche questo evidenzia la funzione relazionale e “sistemica” che Hagen svolge all’interno della famiglia. È difficile apprezzare il lavoro di Duvall se non se ne considera la funzionalità all’interno di specifiche circostanze, e se si trascurano l’andamento generale e il clima che contribuisce a creare. Duvall assegna un tono “con la sola presenza”, si dice talvolta; ma l’espressione è accettabile soltanto se si ammette che quella presenza è l’esito di un lavoro interpretativo dovuto alla capacità dell’attore di ascoltare, di essere in relazione e di radicare le sue scelte in specifiche dinamiche situazionali. Già ne Il Padrino – Parte II (1974), per raccontare un declino morale e affettivo, Coppola e Puzo dovettero non a caso ridimensionare la figura di Hagen, che era uno dei pochi sopravvissuti della famiglia: lì Hagen è talvolta capace di evocare l’intimità del primo episodio, ma appare generalmente più professionale, estromesso da molte attività e deprivato del ruolo di “consigliere”. Nel passaggio alla Parte II, insomma, l’assenza di alcuni suoi tratti faceva già emergere per contrasto la qualità della sua presenza nel film precedente. 

Benché non fosse il preferito di Duvall, il ruolo di Hagen è stato importante, e non solo per il carattere leggendario de Il Padrino. Quel ruolo mostra innanzitutto l’importanza del metodo appreso al Neighborhood Playhouse: Duvall era stato allievo di Sanford Meisner, la cui tecnica si centrava proprio su una recitazione istintuale e reattiva, basata sull’ascolto, attenta alle relazioni e all’ambiente, e fondata su una precisione comportamentale dalla quale la psicologia deriva come un effetto, senza bisogno di essere dichiarata. Nell’interpretare Hagen, inoltre, Duvall aveva iniziato a incarnare un tipo di mascolinità che sarebbe diventato nel tempo una sorta di modello: privo di dominanza visiva, gestuale e vocale, nonché di tratti prevaricanti o aggressivi, il carisma maschile che caratterizza questo modello emerge da doti come la responsabilità, la razionalità, la competenza, l’autocontrollo e, sul piano espressivo, dalla stabilità di sguardo, tono di voce, postura e gestione dello spazio. 

A questo modello si aggiungono a volte tratti di vulnerabilità, peraltro già presenti in Hagen, che Duvall avrebbe interpretato al meglio nel film per il quale fu premiato con un Oscar, Tender Mercies – Un tenero ringraziamento (1981): lì Duvall interpreta il cantante country Mac Sledge, ferito dalla perdita e appesantito dalla colpa, lavorando su gesti minimi e su una anche più marcata economia espressiva.  Il rapporto con il dovere e la responsabilità, oltre che con l’emotività e la colpa, avrebbe caratterizzato anche altre figure, tra le quali il predicatore protagonista de L’apostolo (1997). In generale, nel tempo, la filmografia di Duvall è diventata una sorta di archivio di figure maschili statunitensi – militari, cowboys, giudici, religiosi, patriarchi – accomunate dai tratti psicologici e comportamentali del modello che ho sinteticamente delineato. Più di recente i suoi personaggi sono diventati più stanchi o provati, non meno dignitosi o volitivi, e naturalmente invecchiati: in film come The Funeral Party (2009), The Judge (2014) o Una squadra di 12 orfani (2021) si aggiungono così i temi dell’aging, della memoria, del rimpianto e del desiderio di riconciliazione o di riscatto. 

Senza mai indulgere al sentimentalismo, Duvall ha interpretato insomma una mascolinità fondata sulla responsabilità più che sul dominio, sulla coerenza più che sull’eccezionalità, sulla stabilità più che sull’esibizione. Per altri versi, la sua capacità reattiva, la focalizzazione sui comportamenti e il contenimento dell’espressività caratterizzano anche ruoli interpretati nei primi anni della sua carriera e anche in seguito, in ruoli televisivi che necessariamente trascurerò (limitandomi a menzionare il suo Stalin, del 1992).

La prima apparizione cinematografica di Duvall, ne Il buio oltre la siepe (1962), fu nei panni di un silenzioso ragazzo disturbato. Avrebbe poi interpretato personaggi molto diversi, sul piano comportamentale e morale, in importanti film della Renaissance quali Non torno a casa stasera (1969), M*A*S*H (1970), L’uomo che fuggì dal futuro (1971), Killer Elite (1975) o Quinto potere (1976). Nel film che del periodo rappresenta forse l’apice, Apocalypse Now (1979), Duvall è stato il Tenente Colonnello Kilgore: neanche nel caso di un personaggio così carismatico, tuttavia, l’attore ha trasceso i limiti che gli derivavano dalla sua formazione. Kilgore è un personaggio eccentrico ma non caricaturale, un militare/cowboy credibile perché Duvall si relaziona con esso come se le situazioni in cui si trova fossero del tutto normali. Perfino Kilgore, cioè, possiede la consistenza che all’epoca Duvall assegnava ai suoi personaggi più equilibrati e pacati. 

Duvall si è spesso definito un «character actor» più che una «star». Con le star Duvall ha condiviso alcuni aspetti, tra cui la riconoscibilità, l’autorevolezza e la longevità di carriera. La sua identità, tuttavia, si è basata più sulla capacità nell’acting che non sulla celebrità, e la credibilità dei suoi personaggi dipende più dal rigore professionale che non dal carisma spettacolare. Non sempre ha avuto ruoli da protagonista, e anche quando ha interpretato figure di potere non sembra aver voluto dominare lo schermo. Autorevolezza e stabilità emergono sempre come tratti dei personaggi, e non dell’attore

Per questo, e alla luce di quanto abbiamo ricordato, è da prendere sul serio la risposta apparentemente modesta che Duvall dette nel 2021 a Stephen Colbert, che gli chiedeva del suo metodo: «I just follow the script». Se osserviamo retrospettivamente la galleria dei ruoli che ha interpretato possiamo pensare a una sorta di star riluttante, cioè a un attore celebre che ha segnato il cinema americano della sua epoca, e che nondimeno ha continuato a rivendicare il primato della professionalità attoriale.

Riferimenti bibliografici
Todd Berliner, Il padrino – Parte II, in Enrico Carocci (a cura di), Francis Ford Coppola, Marsilio, Venezia 2025.
Robert Duvall in Marshall Fine, Accidental Genius: How John Cassavetes Invented American Independent Film, Miramax Books, New York 2005.
Robert Duvall in «The Late Show with Stephen Colbert», June 24, 2021.
Richard Dyer, Heavenly Bodies: Film Stars and Society, Macmillan, London 1986.
Laura McCormick, Robert Duvall: America’s Hard-Boiled Olivier, «American Film», 10, September 1981.
Sanford Meisner, La recitazione [1987], Audino, Roma 2011.
James Naremore, La recitazione cinematografica [1988], Cue Press, Imola 2024.
Judith Slawson, Robert Duvall: Hollywood Maverick, St. Martin’s Press, New York 1985.

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