Eugenio Borgna ci ha lasciati. Aveva 94 anni. Dalla metà degli anni sessanta il suo lavoro di psichiatra aveva tracciato un solco profondo in un mondo come quello della psichiatria italiana, allora immerso in una specie di gigantesca sonnolenza sconfinante in una netta rimozione collettiva. C’erano i manicomi, ed erano lontani dallo sguardo dei più. E così anche la follia restava lontana dalle famiglie che ne avevano conosciuto l’irruzione, e in generale restava lontana dalla città, dalla società. Era un problema degli specialisti, e tra l’altro gli specialisti sapevano fare ben poco coi loro pazienti, più che altro rinchiuderli e sorvegliarli. E così in un certo senso la follia non era un problema neppure per loro.
Quando il giovane Eugenio Borgna diventò direttore dell’ospedale psichiatrico femminile di Novara, la sua città, la prima cosa che fece fu licenziare una quantità di infermieri che riteneva irriformabili, immersi com’erano nell’abitudine alla violenza quotidiana sui pazienti, del resto suggerita e supportata dai medici, che a loro volta furono in parte allontanati e sostituiti. Non era un modo per rendersi simpatico alle istituzioni. I sindacati subito lo attaccarono e per lungo tempo rimasero suoi nemici.
Le porte del reparto si aprirono per la prima volta e donne che non vedevano l’aria e la luce da mesi o da decenni ritrovarono qualche contatto con il mondo. Non è un caso che il ricordo che Borgna custodiva più gelosamente del suo arrivo in ospedale fosse quello degli alti platani che costeggiavano il viale d’ingresso, dalle foglie scintillanti nell’alto dei cieli. Questa immagine di un’apertura quasi illimitata dice bene sia della sua quasi illimitata accoglienza verso le più varie esperienze umane, sia di una liberazione che era stata dei suoi pazienti ma anche in qualche modo sua. Il suo sapere e la sua pratica si alleggerivano del giogo della contenzione e del destino, almeno fino ad allora, di essere una scienza triste perché impotente.
A proposito dell’alto dei cieli, la prima formazione di Borgna era stata intensamente cattolica, e una vita spirituale ricca e profonda non ha mai smesso di alimentare ogni sua avventura scientifica e culturale. È solo su questa base, mi pare, che si spiegano l’enorme vicinanza e l’enorme lontananza che sussistono tra Eugenio Borgna e Franco Basaglia, che sempre e giustamente gli è stato accostato e che lui stesso ha sempre sentito vicino, con un’ammirazione che lo spingeva a tacere per modestia, e forse a sottacere differenze non di poco conto.
Entrambi si erano formati in un tempo in cui la psichiatria neppure esisteva, come disciplina universitaria e come specializzazione medica. Esisteva la clinica delle malattie nervose e mentali, materia in cui Borgna si era specializzato a Milano in un contesto di orientamento sostanzialmente biologico. Poi entrambi avevano incontrato l’insegnamento della fenomenologia, Borgna per merito del suo mentore e predecessore nell’ospedale novarese Enrico Morselli, raffinato scrittore di psicopatologia, amico sin dagli anni trenta dei più sensibili e avanzati colleghi francesi, peraltro senza che questo, va detto, ne spostasse le pratiche manicomiali di un millimetro. Conobbero insomma la fenomenologia degli psichiatri come Karl Jaspers, Ludwig Binswanger, Eugène Minkowski, Victor von Gebsattel, Erwin Straus. E quella dei filosofi che avevano nutrito l’esperimento di quei pionieri, soprattutto Husserl, Heidegger, Scheler, Sartre.
Eppure da questo tronco comune erano nati due modi molto diversi di aprire le porte del manicomio, di sollevare la psichiatria dalla sua sudditanza alla neurologia, di restituire la follia al suo rango di evento umano e di problema politico. Era piuttosto Borgna a restituire la follia alla sua dimensione di evento umano, non ignorando la sua dimensione politica, cioè non ignorando che qualsiasi cosa la psichiatria avesse deciso di fare della follia, in qualsiasi modo la psichiatria avesse deciso di intendere la follia, quella sarebbe stata un’opzione politica, quella sarebbe stata una maniera di decidere anche della ragione e delle sorti dell’umano in generale. Non puoi dire che cosa sia la follia e non puoi far nulla della follia, se non nella misura in cui hai un’idea di che cos’è la ragione e di quale ragione vuoi vedere realizzata nella società e nel mondo. Ed era piuttosto Basaglia a voler restituire la follia alla sua dimensione politica, pur non ignorando che nell’esperienza della follia qualcosa di insondabile si produce, qualcosa di irriducibile a ogni lettura, rispetto a cui non c’è molto altro da fare che rendersi presenti e prestare un ascolto degno quasi di un mistico. Qualcosa di irriducibile a ogni lettura, un tentativo di produrre un senso in cui stabilire una casa provvisoria. Un tentativo poetico, letteralmente.
È come se Basaglia non avesse mai smesso di rimeditare la lezione della fenomenologia alla luce di una sensibilità formatasi su Sartre, che da un certo punto in avanti aveva intrecciato con decisione la fenomenologia e la politica, Husserl e Marx. Ed è come se Borgna non avesse mai smesso di rimeditare la lezione della fenomenologia alla luce di una sensibilità formatasi su Simone Weil e su Teresa di Lisieux, su Romano Guardini e Georges Bernanos. Tra parentesi, l’unico libro che Brogna abbia dedicato a un autore o un’autrice, anziché a un tema o un problema, è dedicato appunto a Simone Weil (L’indicibile tenerezza, Feltrinelli 2016).
Anche per questo e anche giustamente, tutti oggi ricordano il teorico della gentilezza, il clinico dal tratto umano e poetico. Ed è vero, era l’uomo più gentile e poetico che io abbia conosciuto. E una parte consistente della sua vastissima produzione saggistica è appunto dedicata ai temi della gentilezza, dell’amicizia, della tenerezza. In parte per invitare i suoi colleghi a praticare una psichiatria più sobria e umana. In parte per estrarre dalla sua lunga esperienza del male di vivere una specie di esortazione alla mitezza e all’accoglienza che erano diventate le sue stelle polari. Ma credo sia bene ricordare che in lui la gentilezza e la poesia erano un metodo, accanito, raffinato, lucido, lungamente coltivato. I testi più lontani nel tempo, quelli che accompagnano la distruzione del manicomio e la restituzione della follia a un’altra dimensione (ne ho curato un’edizione molto parziale col titolo Nei luoghi perduti della follia, Feltrinelli 2007), sono difatti tutt’altro che gentili e tutt’altro che teneri. Lavorano accanitamente alla messa a punto di un metodo. Tentano in ogni modo di traghettare l’insegnamento della filosofia di Husserl e poi di Heidegger dalle parti della psichiatria. E della fenomenologia recepiscono un’esigenza sopra ogni altra, un’esigenza direi metafisica.
Come definirla, quest’esigenza? Forse dicendo che essa non consiste tanto nel rivendicare che esiste la realtà oggettiva ma esiste anche la realtà soggettiva, come molta psichiatria fenomenologica ripete, che è un’ipotesi preziosa ma debole e infine discutibile. Ma consiste nel mostrare che esiste la realtà oggettiva e però esiste soprattutto la realtà di ciò che tratteggia quell’oggettività, la rende evidente, la rende rilevabile, la rende maneggiabile, la rende verificabile, la rende ripetibile. È l’esigenza che Husserl esprimeva in un passaggio chiave della Crisi delle scienze europee, di cui tutto il Novecento filosofico si è fatto continuatore, quando diceva che non esiste alcuna distinzione tra scienze della natura e scienze dello spirito, perché tutte le scienze della natura sono scienze dello spirito. Cioè, tutte le scienze della natura sono scienze di certe regioni di oggettività che nascono da operazioni spirituali (oggi diremmo, ma è esattamente lo stesso, da scritture e linguaggi e dispositivi e strumentazioni) senza di cui non ci sarebbe quell’oggettività e non ci sarebbe quel sapere che le è in qualche modo coestensiva e consustanziale. Una scienza che ignora questa “spiritualità in atto”, che sola rende possibile la sua scientificità, concludeva Husserl, è di fatto una scienza antiscientifica.
Forse è proprio su questa parola, spirito, che Borgna poteva veder convergere la sua sensibilità profondamente cristiana e l’esigenza profondamente scientifica della fenomenologia. E forse è facendo perno su questa parola, spirito, che Borgna poteva tradurre il suo lungo e rigoroso lavoro sul metodo in un altrettanto lungo e altrettanto rigoroso lavoro sulla poesia, di cui, come sempre ricordava, la follia era la sorella sfortunata, nelle parole del poeta tedesco Clemens Brentano. Un primo tratto di percorso, cioè, lo aveva portato a interrogare la follia come banco di prova di una politica dell’umano, come luogo rivelativo di ciò che i saperi umani tentano di fare dell’umano e dunque di ciò che sfugge a quella loro intenzione. Ora poteva interrogare la follia come banco di prova di una poetica dell’umano, come luogo rivelativo di ciò che l’umano tenta di fare di se stesso quando ogni sapere umano gli risulta inassumibile.
Le sue letture mistiche gli avevano del resto insegnato che il bordo che decide della ragione e dunque della sragione, il gesto che crea il senso e dunque il rovescio del non senso, non è né ragionevole né folle, né sensato né insensato, ma semplicemente, per l’appunto, inassumibile. Su quel bordo estremo una politica dell’umano e una poetica dell’umano si toccano e forse si scambiano le parti silenziosamente.
Eugenio Borgna, Borgomanero (Novara) 22 luglio 1930 – Borgomanero (Novara) 4 dicembre 2024.